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Ancora due lustri fa, l'Unione Europea deteneva nei Paesi dell'Europa dell'Est una sorta di riserva di fiducia cui attingere per corroborare il progetto della casa comune. Se i vecchi Paesi occidentali mostravano segnali di stanchezza, a oriente la prospettiva dell'ingresso nel club esclusivo di Bruxelles suscitava entusiasmi in un futuro migliore. Fu festa grande nel 2004, quando 10 nuovi membri (8 dei quali appartenenti all'ex blocco sovietico) ingrossarono la carovana europea. Qualche fuoco di artificio in meno salutò tre anni dopo l'arrivo di Romania e Bulgaria: ma almeno a Bucarest e Sofia il salto del guado venne interpretato come la fine di un lungo periodo di dipendenza e miseria.

Oggi la situazione è diversa: l'Ungheria è sfiancata dal declino economico e dalle turbolenze politiche, in Repubblica Ceca l'euroscetticismo ha a lungo albergato nelle stanze del Castello presidenziale e perfino la ridente Polonia tentenna di fronte all'opportunità di adottare la moneta unica. Ma è con l'ingresso della Croazia, programmato per il 1° luglio 2013, che per la prima volta un Paese si appresta a portare nell'Ue un carico di sfiducia pari a quello di chi già fa parte dell'avventura.

Il voto per i deputati europei, con cui il 14 aprile i croati hanno scelto la propria rappresentanza politica nell'assemblea di Strasburgo, è stato un segnale di allarme: bassa percentuale di votanti, sconfitta per i partiti di governo, vittoria delle opposizioni e successo per la formazione populista guidata da Ruza Tomasic. «E il tentativo del governo di minimizzare l'esito elettorale europeo non è una buona reazione», ha commentato l'austriaco Standard, quotidiano sempre molto attento alle dinamiche politico-economiche nei Balcani, «perché segnala un generale disinteresse verso Bruxelles e rafforza la posizione di coloro i quali accusano che i passaggi del Paese sulla strada per l'Europa vengano intrapresi senza tener conto delle opinioni dei cittadini».

L'Unione Europea si profila sempre più non come l'approdo da sempre atteso per chiudere definitivamente la pagina della guerra civile e consolidare il processo democratico avviato dal dopoguerra, ma come una scelta elitaria che non promette nulla di buono. «A due mesi e mezzo dall'ingresso, la Croazia si mostra scettica e attendista», ha proseguito lo Standard, «anche per gli sviluppi della crisi economica nei Paesi vicini, come l'Ungheria, la Slovenia e l'Italia. Tra l'opinione pubblica nessuno crede che le politiche di Bruxelles solleveranno il giovane Stato balcanico dalle miserie quotidiane».

La commissione europea ha valutato in ordine i fondamentali politici, economici e giuridici del futuro ventottesimo membro, nonostante negli ultimi mesi fosse cresciuto lo scetticismo della Germania, uno degli sponsor della prima ora dell'indipendenza croata prima, e della sua membership Ue poi. L'economia, dopo un boom sostenuto per buona parte degli anni Duemila, ha rallentato, subendo poi di riflesso anche la crisi dei vicini più ricchi, gli sloveni innanzitutto. Gli investimenti maggiori sono stati indirizzati nelle banche e nei servizi del terziario, settori che non hanno generato migliramenti della produttività né hanno portato nuove tecnologie. Gran parte dell'economia domestica è orientata al turismo, mentre manca la produzione di beni con i quali conquistare i mercati internazionali. La Croazia avrebbe bisogno di più robusti investimenti dall'estero per rafforzare le sue strutture imprenditoriali ancora troppo gracili, ma gli economisti dubitano che questo accadrà, data la persistenza della crisi nel continente: il deficit di bilancio al 5,8% del prodotto interno lordo è troppo alto e rende l'economia croata vulnerabile. Gli stessi esperti europei hanno avvertito Zagabria di non attendersi alcun boom successivo all'ingresso nell'Ue, come quello di cui hanno beneficiato in passato altri Stati est-europei.

Economisti interni come Vladimir Cavrak, professore all'università della capitale, temono che l'impreparazione complessiva del Paese all'impatto con l'Ue possa al contrario generare disorientamento e shock negativo. A suo avviso, la situazione potrebbe addirittura peggiorare nel primo periodo per il combinato effetto dell'apertura al mercato comune europeo, che proietterà in Croazia i beni prodotti negli altri Paesi membri dell'Ue, e della caduta di esportazioni croate nell'area di libero scambio ex jugoslava, la Cefta: nel primo anno di partecipazione all'Ue, la bilancia import-export della Croazia potrebbe far registrare un calo dello 0,5% sul Pil. Prospettiva condivisa anche da Hermine Vidovic, esperto dell'Istituto per la comparazione economica internazionale di Vienna, per il quale «la cessazione degli accordi Cefta ridurrà la capacità competitiva delle imprese croate nei singoli settori»: un danno che colpirà soprattutto le piccole aziende, che sono la maggioranza, mentre le poche grandi imprese riusciranno a reggere il colpo avendo potuto già delocalizzare la loro produzione in Bosnia-Eerzegovina.

Si è scomodato anche il primo ministro bulgaro Boiko Borissow per l'inaugurazione della prima fabbrica automobilistica cinese in Unione europea. Pechino è sbarcata ufficialmente in Europa e la sua Normandia si chiama Lovech, una cittadina di appena 40 mila abitanti nel Nord della Bulgaria, a una manciata di chilometri dal confine romeno. Lo stabilimento sorge su 500 mila metri quadrati di terreno ed è gestito dalla Great Wall, la più grande casa automobilistica cinese in collaborazione con la ditta bulgara Litex

«Alla festa di avvio il manager della Great Wall, Wang Feng Ying ha confermato l'importanza strategica del nuovo insediamento industriale per l'accesso al mercato automobilistico dell'Ue», ha riportato lo Spiegel«e ha indicato con chiarezza gli obiettivi futuri: in cinque anni verrà prodotta un'intera serie di modelli di auto in grado di invadere le concessionarie in ogni angolo del Vecchio Continente».

Gli impianti di Lovech sono in realtà già in funzione da novembre 2011, per le prove di assemblaggio dei componenti automobilistici. I primi modelli made in China a uscire dalle catene di montaggio sono la piccola Voleex C10 e il Pick up Steed 5, offerti ai clienti ai prezzi di 8.200 e 12.800 euro. Inizialmente i piani prevedono una produzione annuale di 4 mila autovetture, ma a medio termine i manager ipotizzano un rapido balzo in avanti e contano di sfornare fino a 50 mila macchine l'anno. Una boccata d'ossigeno anche per l'occupazione in questa zona depressa dei Balcani: attualmente sono impiegati 120 operai, le previsioni parlano di un aumento in tempi brevi fino a 2 mila.

«La Bulgaria è il Paese più povero dell'Ue», ha proseguito il magazine tedesco, «e sta provando ad attirare gli investitori stranieri offrendo una combinanzione di basso costo del lavoro e debole pressione fiscale. Al contrario la manodopera è considerata altamente qualificata. Una base di partenza che ha convinto i manager della Great Wall a intraprendere qui la loro avventura europea». Tanto più che nella stessa Cina i bassi salari sono ormai un ricordo di anni lontani.

La poderosa crescita economica del Dragone ha comportato un conseguente aumento dello standard di vita dei lavoratori, e da alcuni anni gli stessi imprenditori cinesi hanno iniziato a delocalizzare le loro fabbriche nei Paesi vicini. Per una potenza globale in ascesa come Pechino, però, gli orizzonti non sono limitati all'area asiatica. Il mercato europeo presenta sempre più opportunità e offerte, specialmente nelle nuove regioni del Sud-Est che dovrebbero rappresentare la nuova frontiera della crescita continentale.

«Non è un caso che i manager della Great Wall abbiano messo nel mirino innanzitutto il mercato interno bulgaro», ha ripreso lo Spiegel, «e poi quelli dei Paesi vicini come Serbia e Macedonia». Modelli di media qualità e basso costo che vorrebbero marchiare l'epopea automobilistica dei Balcani. Il mercato dell'Ue è invece l'obiettivo di una seconda fase: «I cinesi stanno cercando di ripercorrere le orme delle case automobilistiche giapponesi e coreane e, nei piani a lungo termine, prevedono di sbarcare anche in Europa occidentale e negli Stati Uniti».

La Great Wall (che, per inciso, fin dal nome che richiama quello della Grande Muraglia e non nasconde le proprie ambizioni) è da lungo tempo attiva fuori dalla Cina. Negli anni passati ha impiantato fabbriche di auto in una dozzina di Paesi, tra cui Russia, Indonesia, Egitto e Ucraina. Gli stabilimenti di Lovech rappresentano dunque il primo ingresso diretto in un Paese dell'Ue: una pietra miliare della nuova avventura globale.

L'interesse di Pechino per i Balcani è noto da tempo. È da questa porta, considerata finora forse a torto secondaria, che i cinesi hanno individuato le condizioni ideali per entrare in Europa. Gli investimenti non si sono limitati al settore automobilistico e in molti altri comparti la presenza di imprenditori cinesi diventa sempre più evidente. È il caso, per esempio, della Romania e della Serbia. Ma per tornare all'auto, altre aziende provenienti da Pechino stanno sviluppando la loro espansione europea seguendo strategie diverse.

«La Geely ha acquistato nel 2010 il prestigioso marchio svedese Volvo comprandolo direttamente dalla Ford», ha concluso il settimanale di Amburgo, «mentre per lungo tempo si è parlato di un interessamento della Chery per gli impianti Fiat siciliani di Termini Imerese, attraverso l'assemblatore italiano Dr Motor Company». In quest'ultimo caso, la Dr Motor ha sempre smentito il coinvolgimento dei cinesi, per i quali assembla le auto, e il piano industriale per Termini Imerese è ancora al vaglio degli istituti di credito italiani.

«Tuttavia queste mosse confermano l'interesse dei produttori di Pechino per il salto di qualità», ha spiegato Yann Lacroix della Euler Hermes, gruppo leader nell'assicurazione del credito, «con una strategia ben mirata: acquisire know-how e tecnologia occidentale e migliorare i propri prodotti». Fra qualche anno anche l'offerta media qualità-basso costo è destinata a essere solo un ricordo.

Senza fanfare e squilli di tromba, i croati hanno deciso di mettere il sigillo all’ingresso del loro Paese nell’Unione Europea, votando in larga maggioranza a favore del referendum confermativo. I dati finali sono chiari: 66% favorevoli, 33% contrari. Il risultato rappresenta il classico bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, sul quale è possibile avanzare interpretazioni differenti, a seconda del lato da cui lo si guarda.

La Croazia conta 4 milioni e 400mila abitanti, ma gli aventi diritto al voto erano 100mila in più, perché nelle antiquate liste elettorali, oltre a doppioni e elettori passati a miglior vita, erano inseriti anche i croati della diaspora. Con una disoccupazione schizzata al 17%, negli ultimi anni molti giovani avevano preso le valige e cercato miglior fortuna all’estero. Il destino europeo del Paese è stato messo anche in mani loro. Ma la percentuale di coloro che si sono recati alle urne è stata bassa: poco più del 43% e i rappresentanti dei movimenti euroscettici, che hanno impegnato mezzi e voce per gridare alla svendita dell’identità nazionale, oggi vorrebbero cantar vittoria, denunciando se non la legalità (perché non era richiesto un quorum) almeno la legittimità del responso e chiedendo la ripetizione del voto.

Ma la bassa affluenza non deve trarre in inganno. Sebbene il referendum non abbia raggiunto neppure la metà degli aventi diritto, nei Paesi che parteciparono a vario titolo all’esperienza del blocco socialista ai tempi della guerra fredda la percentuale dei votanti alle varie tornate elettorali resta tradizionalmente molto più bassa che a occidente. In più i croati, solo un mese fa, sono stati chiamati a rinnovare il loro parlamento, dopo una campagna elettorale lunga e sfibrante. Infine l’Europa, con la sua crisi finanziaria, monetaria e politica, non rappresenta al momento un modello di straordinaria attrazione. I croati sono convinti di aver compiuto un ulteriore passo in avanti, ma sono anche consapevoli che l’ingresso nel club di Bruxelles non risolverà tutti i loro problemi.

Con questi precedenti, che poco più di 2 milioni di elettori abbiano speso qualche ora di una domenica tiepida e soleggiata per mettere una scheda nell’urna, è in fondo un risultato di qualche rilievo. È stato un assenso pragmatico, forse privo di grande passione ma in sintonia perfetta col clima di incertezza che pervade ogni passo attuale delle politiche europee. Affinché la Croazia il 1° luglio 2013 diventi ufficialmente il 28° Stato dell’Unione, mancano ora solo i voti di conferma dei parlamenti nazionali degli altri membri.

«La vittoria dei sì è un punto di svolta della nostra storia», ha detto con enfasi il presidente della Repubblica, il musicologo Ivo Josipovic, l’uomo che incarna il volto moderato ed europeista del Paese. Al netto dell’enfasi, la dichiarazione centra il significato di questo voto. L’adesione all’Ue è stato l’obiettivo finale della Croazia fin dai tempi della dichiarazione d’indipendenza. Un percorso ventennale che il piccolo Paese adriatico ha perseguito non sempre tirando diritto per la sua strada. Dalla disgregazione della Jugoslavia all’ingresso nell’Unione Europea, la Croazia è passata attraverso una guerra sanguinosa e cruenta con la Serbia, il punto più alto del conflitto balcanico che per 10 anni ha insanguinato l’altra sponda dell’Adriatico, lasciando una lunga scia di detriti materiali e morali, passioni nazionalistiche, stragi di civili, case e vite distrutte, rancori rinfocolati. Che nel successivo decennio Zagabria sia riuscita a rimarginare quasi tutto, consegnando alla giustizia dell’Aja il criminale di guerra Ante Gotovina e aprendo diplomaticamente le porte anche all’ex nemico serbo, è più di un miracolo.

Il voto di domenica 22 gennaio ha sancito lo strappo definitivo dal cordone ombelicale balcanico e aperto al Paese quel destino europeo a lungo inseguito. «È un chiaro segnale inviato all’intera regione del Sudest europeo», hanno scritto il presidente della commissione europea José Manuel Barroso e quello dell’Ue Herman Van Roumpy in una nota congiunta, «e dimostra come la membership dell’Ue sia raggiungibile con coraggio politico e incisività delle riforme». Sono momenti decisivi per l’Unione Europea. Il suo futuro si gioca infatti su due tavoli: quello finanziario, dove sarà necessario trovare gli strumenti efficaci per evitare il collasso degli Stati membri indebitati e della moneta unica e quello politico, con la scommessa della nuova – e forse ultima – ondata di allargamento in quelli che burocraticamente vengono definiti Balcani occidentali. L’ultimo lembo d’Europa ferito che va dalla Serbia all’Albania, passando attraverso le terre di Bosnia, Kosovo, Macedonia e Montenegro. In attesa di sciogliere poi, una volta per tutte, il nodo della Turchia.

La Croazia dunque come esempio. In politica estera, Zagabria non sfuggirà da un giorno all’altro agli obblighi balcanici che le impone la carta geografica. Il suo atteggiamento verso la Serbia sarà la cartina di tornasole della scommessa che oggi Bruxelles ha giocato sul tavolo dell’integrazione: seppellire le macerie della guerra e contribuire alla stabilità politica e al progresso economico del quadrante sudorientale europeo.

Nel frattempo la Croazia dovrà rimettere in ordine le cose a casa propria. Negli anni Duemila ha conosciuto un progresso sociale ed economico senza pari che le ha permesso di bruciare le tappe nelle trattative sui dossier comunitari. Lo sviluppo del settore turistico è stato intelligente e straordinario, una miscela di offerta di qualità e prezzi contenuti, che le hanno permesso di fagocitare quote di mercato un tempo detenute da Spagna, Italia e Grecia. Ma negli ultimi tempi l’economia si è fermata e la politica si è incartata in un reticolo di corruzione e torbidezza che è costata cara al partito conservatore al governo, l’Hdz. Il debito pubblico è cresciuto, segno che l’equilibrio fra entrate e uscite è saltato, la crisi del credito ha messo in ginocchio le imprese, la disoccupazione ha tagliato i salari e il settore commerciale sta vivendo una pericolosa contrazione. Trecentomila croati sono senza lavoro, ma se si vanno a guardare le statistiche giovanili, ci si accorge che la percentuale schizza pericolosamente verso il 40%. Così, negli ultimi mesi molti talenti hanno fatto fagotto, attratti dalle sirene suonate dalle vicine Austria e Germania e paradossalmente saranno proprio loro, i croati che lavorano negli altri Paesi dell’Ue, a beneficiare per primi degli effetti di semplificazione burocratica che l’ingresso nell’Unione comporterà.

Le elezioni dello scorso dicembre hanno riportato alla guida una coalizione socialdemocratica, dopo che l’ultimo leader del partito conservatore, Jadranka Kosor, aveva cercato disperatamente di tirarsi fuori dal cono d’ombra degli scandali che avevano mandato in galera l’ex premier Ivo Sanader. Tutto inutile: il combinato di crisi economica e corruzione politica le sono stati fatali, nonostante all’Hdz sia da ascrivere il successo del processo di adesione. Ora le carte sono in mano a Zoran Milanovic, il nuovo primo ministro, leader della coalizione progressista che prende il suo curioso nome Kukuriku da quello di un famoso ristorante di Kastav che faceva da base agli incontri politici. Il nome ha una traduzione semplice, richiama il canto del gallo. L’obiettivo è di suonare la sveglia ai croati. Ma i primi provvedimenti saranno impopolari, tagli pesanti alla spesa pubblica e consolidamento del bilancio. I sacrifici non sono finiti e, anche se da Bruxelles arriveranno i finanziamenti canonici che toccano a tutti i nuovi arrivati, il governo croato non potrà discostarsi troppo dalle politiche di risparmio in voga nella maggioranza dei paesi del Vecchio Continente. Benvenuti in Europa.

(Pubblicato su Lettera43)

di Matteo Tacconi / La Germania punta su Zagabria, la Turchia su Belgrado. Competizione euro-turca?

Più chiara di così Angela Merkel non poteva essere. Durante il suo viaggio a Zagabria e Belgrado, la scorsa settimana, la bundeskanzlerin ha reso nota la posizione tedesca sui Balcani: dopo la Croazia, che entrerà nell’Ue nel 2013, non ci saranno nuovi allargamenti, almeno fino a quando l’Europa non avrà sbrogliato i suoi problemi finanziari e i Balcani, in particolare la Serbia, non avranno sciolto i loro nodi.

Il Montenegro, che ha da poco ottenuto il rango di paese ufficialmente candidato all’adesione, dovrà dunque aspettare prima di tagliare il traguardo comunitario. I negoziati non si chiuderanno in tempi brevi. Merkel ha tuttavia rassicurato la leadership di Podgorica, senza comunque incontrarla, apprezzandone i progressi sul fronte dell’integrazione euro-atlantica.

Dovrà attendere anche Belgrado, e più a lungo di Podgorica. La cancelliera, nella capitale serba, ha infatti chiesto al presidente Boris Tadic lo smantellamento delle “istituzioni parallele” (scuole, polizia, banche e amministrazioni pubbliche), con cui Belgrado controlla saldamente il Kosovo settentrionale, a maggioranza serba. Senza questo, niente Europa.

La cosa ha spiazzato Tadic, convinto che gli arresti di Ratko Mladic e Goran Hadzic avessero fatto schizzare verso l’alto le quotazioni della Serbia a Bruxelles e indotto i 27 a darle, nei prossimi mesi, lo status di candidata all’adesione, tenendo a margine la vertenza sul Kosovo. La strategia del capo dello stato serbo, fondata sull’avanzata verso Bruxelles e sull’irrinunciabilità dell’ex provincia, indipendente dal 17 febbraio 2008, è stata in sostanza sconfessata. Da “Europa e Kosovo” – questo il motto con cui Tadic vinse le presidenziali 2008 – si passa così a “Europa o Kosovo”. Belgrado, presto, sarà chiamata a una scelta difficile. Nient’affatto scontata.

La missione balcanica della Merkel, oltre a fotografare la visione tedesca dell’Europa e dei Balcani, molto meno “romantica” d’un tempo, a tratti quasi “scientifica” (del tipo «prima di tornare a parlare di Europa vediamo di eliminare ogni minimo ostacolo»), presenta anche sfaccettature geopolitiche. Il quotidiano turco Zaman ha notato come la sua sortita si sia incrociata con quella del ministro degli esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, recatosi in Kosovo, Serbia e Bosnia con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la teoria “neo-ottomana” e di potenziare l’influenza anatolica nell’ex Jugoslavia, consolidatasi negli ultimi due anni anche in virtù dell’immobilismo europeo.

Ebbene, secondo Zaman la visita di Merkel segna il rilancio dell’iniziativa europea nei Balcani, con una significativa svolta. È che la Germania e di conseguenza l’Europa, dal momento che la seconda s’accoda sempre alla prima, hanno scelto – così il giornale turco – di affidare alla Croazia un ruolo sempre più importante in chiave di stabilizzazione regionale, a scapito della Serbia, penalizzata a causa dello stallo sul Kosovo. Dall’altra parte, invece, Ankara sembra scommettere su Belgrado, convinta che passi da qui la normalizzazione del quadro balcanico.

È una lettura che, per quanto un po’ eccessiva, ci può stare. Almeno a giudicare da com’è andato il tour di Merkel. Emergono però dei dubbi sulla sostenibilità. La Germania (e l’Europa), puntando su Zagabria e strigliando Belgrado, rischiano di ristimolare il vittimismo serbo, alimentando nuovamente le tendenze isolazioniste del paese e regalando ai turchi la chance di contare sempre di più, in Serbia come in tutto l’arco dell’oltre Adriatico. Non che la presenza di una mediatrice così importante e prestigiosa non possa fare bene ai Balcani. Il fatto, però, è che la Turchia, se il dialogo con Bruxelles continuerà a registrare più bassi che alti, può diventare una rivale scomoda.

(Pubblicato su Europa, via RadioEuropaUnita)

Difficilmente Paesi come la Moldavia o le tre repubbliche del Caucaso meridionale entreranno - almeno a breve - nell'Unione europea. Eppure, secondo molti indicatori, le loro performance non si discostano molto dai livelli di Croazia e Macedonia al tempo in cui ottennero lo status di Paese candidato, a metà anni 2000.

Nelli Babayan / Osservatorio Balcani e Caucaso

 

Con l'obiettivo di evitare nuove divisioni, l'UE ha deciso di creare una “cerchia di amici” lanciando l'iniziativa ENP (European Neighbourhood Policy, "politica europea di vicinato") e stabilendo una partnership con i più svariati Paesi, dall'Ucraina al Marocco. Questo approccio onnicomprensivo ha deluso i Paesi che avevano espresso da tempo aspirazioni europee, ma il noto stress da allargamento dell'UE e l'inclusione nell'ENP sembrano aver congelato tali speranze, almeno per il futuro prossimo. Inoltre, l'offerta fatta ai Paesi dell'est europeo potrebbe deteriorare i rapporti con la Russia, che li considera parte della sua tradizionale sfera d'influenza. Nonostante ciò, in aggiunta all'ENP, l'Unione europea ha presentato la Eastern Partnership (EaP) per rafforzare le relazioni con Armenia, Azerbaijan, Georgia, Moldavia e Ucraina: Paesi che esprimono apertamente le proprie aspirazioni europee.

Buona parte delle analisi dedicate al tema tendono a scrutinare intenzioni e atteggiamenti dell'UE verso i suoi partner, lamentando la mancanza di coerenza delle politiche di allargamento. Tuttavia, è necessario anche valutare la solidità delle aspirazioni europee dei Paesi ENP. Un possibile modo di mostrare quanto questi soddisfino i criteri europei è compararne il progresso economico e democratico con quello degli attuali candidati Croazia e Macedonia.

Libertà e democrazia

Se i Paesi post-comunisti ora membri dell'UE sono stati in testa ai processi di democratizzazione e hanno già lanciato propri programmi in questo ambito all'estero, quelli ex-sovietici si sono in gran parte limitati, pur aspirando all'integrazione europea, a dichiarazioni formali di rispetto della democrazia. Ma nemmeno i Paesi dei Balcani occidentali, diventati candidati potenziali nel corso degli anni 2000, sono stati i primi della classe, anche se il sostegno tecnico e finanziario dell'UE dovrebbe aver influenzato in positivo la loro situazione. L'aspettativa più diffusa era infatti che le prospettive d'integrazione europea avrebbero accelerato il processo di democratizzazione e stimolato le riforme. La Croazia ha ottenuto lo status di candidato nel 2004 e la Macedonia nel 2005. Secondo Freedom House, la prima è considerata stabilmente un paese libero dal 2000, mentre la seconda rientra invece altrettanto stabilmente nella categoria dei Paesi semi-liberi.

Freedom House classifica Armenia, Georgia, e Moldavia come Paesi semi-liberi, ma la situazione dei diritti politici in Armenia è deteriorata nel periodo 2004-2009 e ulteriormente peggiorata nel 2010. Il ranking democratico della Georgia è migliorato nel 2005, sull'onda della Rivoluzione delle rose, ma è tornato a scendere nel periodo 2008-2010. La Moldavia è rimasta stabilmente nel rango dei semi-liberi nel periodo 2004-2010, mentre l'Azerbaijan è rimasto nella categoria dei Paesi non liberi. Nel gruppo, la sola Ucraina è riuscita a migliorare passando nella categoria dei Paesi liberi dal 2006 in poi. Altri indici di democratizzazione come Bertelsmann Transformation Index e Polity IV danno esiti simili: Ucraina e Moldavia prime della classe, Georgia e Armenia poco lontane e l'Azerbaijan dietro la lavagna della democrazia.

Nonostante il carattere spesso elusivo di questo concetto, lo stato di diritto è diventato la principale bandiera della democratizzazione, e i Paesi target sono spesso valutati sulla base dei livelli di corruzione e indipendenza della magistratura. Nessuno di questi Paesi, con la parziale eccezione della Georgia, ha avuto successo nel ridurre la corruzione. Le peggiori valutazioni in merito secondo il Corruption Perception Index vanno regolarmente all'Azerbaijan, ma anche la posizione dell'Armenia è peggiorata costantemente nel periodo 2004-2009. La Georgia, dietro l'Armenia nel 2004, nel 2008 ha superato Moldavia, Ucraina e Macedonia raggiungendo la Croazia. La magistratura, giudicata non indipendente in tutti i paesi ENP secondo il CIRI judiciary independence index, è considerata semi-libera in Croazia e Macedonia, mentre le valutazioni per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e delle minoranze non hanno significative differenze tra i diversi Paesi presi in considerazione.

Dopo la dissoluzione dell'Unione sovietica, gli stati post-comunisti e post-sovietici presero rapidamente le distanze dall'economia pianificata e aprirono i propri mercati al commercio intensivo con l'Occidente, dimostrando che le riforme economiche erano più facili di quelle democratiche. Secondo l'Index of Economic Freedom, l'economia armena è stata sostanzialmente libera nel periodo 2004-2010, mentre la Georgia ha migliorato la propria situazione passando da sostanzialmente non libera nel 2004 a sostanzialmente libera nel 2010. Secondo la Banca mondiale, la Georgia sarebbe anche il Paese dove è più facile fare business, seguita da Macedonia, Armenia, Croazia e Azerbaijan. È interessante notare che Moldavia e Ucraina fanno molto peggio in termini di libertà economica e imprenditoriale rispetto alle meno democratiche Armenia e Georgia. Sembra quindi esserci in questi Paesi una correlazione negativa fra progresso democratico e libertà economica, come confermano anche i casi di Macedonia e Croazia. L'eccezione è qui rappresentata dall'Azerbaijan, il cui progresso è poco significativo in entrambi i campi.

In & Out

Secondo l'ENP Strategy Paper, il Caucaso del sud è una regione che meriterebbe un interesse “più forte e più attivo” di quanto avvenga attualmente. Dopo la Rivoluzione arancione, l'Ucraina ha ricevuto più fondi e assistenza allo sviluppo di tutti gli altri Paesi ENP. La Moldavia, pur senza simili progressi, reclama un posto nell'Europa politica, oltre che culturale, in virtù della “parentela” con lo stato membro della Romania. Per questi Paesi, l'inclusione nell'ENP ha segnato un progresso nel rapporto con l'UE, ma anche un momentaneo stop alle prospettive d'integrazione. La delusione è particolarmente forte per quei Paesi che avevano esplicitamente inserito l'integrazione negli obiettivi di politica estera. Ma quanto giustificate sono queste aspirazioni? I cinque Paesi post-sovietici sono in ritardo rispetto ai Paesi candidati sui criteri democratici, ma alcuni li raggiungono o addirittura li superano in vari indicatori economici.

Negli anni presi in considerazione, il progresso dei Paesi candidati è stato modesto e prevalentemente limitato ai criteri democratici. A fronte del miglioramento degli indici di democrazia e stato di diritto, i risultati in termini di libertà economica e imprenditoriale sono molto più scarsi. Al contrario, i Paesi ENP qui discussi hanno risultati molto migliori in campo economico che politico. In ogni caso, il dato più interessante rimane la minima differenza fra Paesi candidati e paesi ENP sulla base della maggior parte degli indicatori qui considerati, soprattutto se si prendono in considerazione Croazia e Macedonia nel momento in cui ottennero lo status di candidati (2004-2005).

Considerando la riluttanza dell'Unione a nuovi allargamenti e la scarsa probabilità di rapida integrazione, i Paesi ENP dovrebbero mostrare progressi sostanziali in campo economico e politico per aumentare le proprie possibilità. Allo stesso tempo, l'UE dovrebbe definire con maggiore chiarezza i criteri di allargamento, anche dal punto di vista geografico, per evitare di vincolarsi a retoriche promesse d'integrazione e prestarsi ad accuse di usare due pesi e due misure.

(Osservatorio Balcani e Caucaso)