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A poco più di un anno dagli scontri con gli uzbeki, i kirghizi vanno alle urne. Le speranze di ricostruzione senza ulteriori scontri etnici, sono legate alla capacità della classe dirigente di saper trovare una sintesi degli interessi di tutti i clan. Anche le relazioni con Mosca, Pechino e Washington determineranno il futuro del paese.

Eugenio Novario / Limes

 

Il 30 ottobre si terranno le elezioni presidenziali in Kirghizistan, giovane repubblica centroasiatica che negli ultimi vent’anni è stata snodo di tensioni etniche e geopolitiche. Ciò avviene a poco più di un anno (giugno 2010) dagli scontri tra la componente uzbeka (13% della popolazione sostanzialmente localizzata nel sud del paese) e quella kirghiza (65% della popolazione) che hanno causato almeno 200 morti accertati e quasi 200 mila profughi. Eco e rimbombo di perenni tensioni interetniche, che affondano le loro radici sia nella storia sia nella non lineare costituzione delle cinque cosiddette repubbliche islamiche sovietiche che il giovane governo bolscevico istituì nel 1924. Oggi il paese si presenta a una prova così importante senza una comune e condivisa visione geostrategica. Compressa tra gli interessi di superpotenze come Cina, Russia e Stati Uniti, e quelli dei due paesi confinanti, Kazakistan e Uzbekistan, estremamente più rilevanti per dimensione demografica e ricchezza di risorse naturali, questa giovane democrazia nata dalla dissolvenza dell’impero sovietico, incastonata tra le catene montuose del Tien-Shan e i monti Altai e Pamir, priva di sbocchi marittimi, con un’altitudine media di 2.750 metri sul livello del mare, è un tipico caso di paese dominato dalla sua geografia.

Situato in un’area sempre più cruciale per gli equilibri della regione, con un pil pro capite tra i più bassi del mondo (poco più di due mila dollari l’anno), il Kirghizistan è considerato unanimemente dagli osservatori terreno fertile per una revanche dell’estremismo islamico e/o salafita. Non è inutile ricordare che la rivolta dei basmachi, esplosa nella Valle di Fergana - sita a metà tra Uzbekistan e Kirghizistan - contro la neonata Unione Sovietica fu definitivamente domata solo nel 1933, prima per le qualità militari del generale Frunze, nato a Bishkek nel 1885 e morto a Mosca nel 1925, e poi grazie a una spietata repressione anche e soprattutto verso la popolazione civile.

Il Kirghizistan oggi risulta essere un’interessante case history politico-istituzionale anche perché a seguito degli scontri del giugno 2010, che portarono alla deposizione di Bakiev, si è istituita per la prima volta nella storia di tutta l’Asia centrale una repubblica parlamentare. Tutti si chiedono se e in che misura possa funzionare un modello istituzionale prettamente euroccidentale in un contesto socio-politico-culturale e perfino antropologico così diverso. In questa primissima fase temporale, il predetto sistema non pare e non è parso il più adeguato ad imprimere una coerente ed efficace azione governativa, per il perenne possibile diritto di veto esercitato via via dalle minoranze presenti nella Duma kirghiza. Ulteriore elemento che pare confermare la predetta tesi è la specificità culturale del popolo kirghizo o più in generale centroasiatico. Infatti la superficialità dell’islamizzazione e il regolamento della religione sullo sfondo della vita sociale durante il periodo sovietico hanno fatto sì che le regole e gli usi tradizionali siano molto diffusi, anche in strati sociali apparentemente emancipati.

Inoltre, ancora oggi, l’unità socio-economica di base, elemento fondante ed imprescindibile per la comprensione della società kirghiza, risulta essere la famiglia allargata, che sotto il profilo storico (con i suoi cavalli e animali da latte e da carne) ha sempre costituito la primaria cellula sociale del paese dal ruolo assolutamente cruciale, perché in assenza di essa è impossibile tenere in vita il sistema della pastorizia transumante, e non è quindi possibile estrarre dall’ambiente alcuna risorsa alimentare. In tali società il singolo può definire il proprio destino solo all’interno della propria famiglia/clan. È pertanto difficile prevedere che con tale background politico-sociale si possano traslare automaticamente istituzioni nate ed evolutesi in contesti tanto diversi. Questo sembra confermato ove si pensi che alle elezioni si erano inizialmente iscritti, a prova del frazionismo politico esistente in Kirghizistan, oltre 80 candidati su una popolazione poco superiore ai cinque milioni (circa la metà degli abitanti della Lombardia) in un paese la cui superficie totale non raggiunge i 200 mila metri quadri (circa nove volte la Lombardia).

I candidati sono stati ridotti dalla Central election commission (Cec) a 19, in virtù della mancanza dei requisiti necessari per partecipare alle elezioni: la conoscenza della lingua kirghiza con annesso tv test, la raccolta di almeno 30 mila firme e un deposito cauzionale di due mila dollari. Il candidato più accreditato alla vittoria è Almazbek Atambaiev, leader del Partito socialdemocratico del Kirghizistan (Sdpk) e vincitore delle ultime elezioni politiche. Dimessosi recentemente dalla carica di primo ministro, è politicamente orientato verso la Federazione Russa. Tra gli altri candidati c'è Omurbek Tekebayev di Ata Meken, alleato alle ultime elezioni politiche del Partito socialdemocratico e oggi principale avversario. Conosciuto come uno dei più fieri oppositori del regime di Bakiev, è accusato di essere in stretto collegamento con il leader della diaspora uzbeka Kadyrjan Batyrov. Gioca la sua partita anche Kamchibek Tashiyev di Ata Jurt, fortemente radicato nel sud del paese. Rappresenta il primo oppositore della possibile coalizione tra Ata Meken, Sdpk e il partito denominato Ak Shumkar, ed è l’autorevole leader della fazione pro-Bakiev. Outsider potrebbe essere Adakhan Madumarov di Butun Kirghizistan, proveniente dalla provincia di Osh.

In ogni caso, la sensazione prevalente è quella di Marten High Lund, un osservatore norvegese dell’area, il quale ha dichiarato: “Ho partecipato come osservatore in Asia centrale a molte elezioni ma questa è la prima volta in cui non posso predire il vincitore”. L’ultimo sondaggio demoscopico effettuato dalla società M. Vector vede in testa Atambayev con il 57,2%, seguono Madumarov con il 15,7% e Tashiyev con il 10%. È opinione diffusa, non avendo nessun candidato la forza di vincere al primo turno, vista anche la conformazione dei collegi elettorali, che i due candidati al secondo turno saranno espressione diretta della faglia che sembra dividere il paese tra nord e sud. Prima di valutare la posizione del Kirghizistan rispetto agli interessi delle potenze presenti nella regione, una breve osservazione sugli scontri interetnici dello scorso anno.

Premesso che molto probabilmente furono fomentati dall’allora presidente Bakiev, al fine di utilizzare il nazionalismo come foglia di fico per far dimenticare la sua screditata e deludente azione governativa, non si può dimenticare che allo sguardo di un comune viaggiatore la città di Osh nel 2006 sembrava sideralmente lontana dall'escalation della violenza manifestatasi solo pochi anni dopo. In una società in cui le élites provengono da gruppi distinti e contrapposti per area geografica, religione, etnia, tradizioni e perfino abitudini alimentari non pare difficile prevedere che il moltiplicarsi degli interessi particolari complichi le cose. E le speranze di ricostruzione, senza il ripetersi di scontri etnici, sono legate alla capacità della classe dirigente di trovare una sintesi degli interessi di tutti i clan e non solo di quelli dominanti.

Il destino della repubblica del Kirghizistan che il paese sarà capace di attivare e/o dovrà subire con Mosca, Pechino e Washington. Nel segnalare la consueta inesistenza della presenza europea, se non limitata a qualche saltuario big business, si affacciano con iniziative interessanti India e Giappone, quasi a confermare l’importanza geostrategica dell’area anche nel prossimo ventennio.si gioca anche nei rapporti. La Russia di Putin e Medvedev ha come primario interesse la restaurazione della propria influenza politica in Asia centrale, Kirghizistan incluso, fin qui esercitata ad intensità intermittente. Tale politica oggi viene perseguita facendo leva più sull’ambito economico che su quello politico-militare. Insomma, una riedizione adattata della dollar diplomacy. I finanziamenti a vario titolo concessi dalla Federazione Russa, i circa 300 mila lavoratori kirghizi che ogni anno possono trovare un lavoro in Russia solo con una politica liberale del visto, le pressanti richieste fatte al governo kirghizo per un’adesione all'Unione doganale con Bielorussia e Kazakhstan, un maggior impegno nell’ambito dell’antiterrorismo, sono tutte espressioni della politica estera del Cremlino in Kirghizistan. La Russia non può perdere la sua influenza nell’area perché ciò, oltre ad essere un ridimensionamento, forse definitivo, delle proprie ambizioni di potenza globale, provocherebbe un vuoto geopolitico che verrebbe immediatamente riempito dalla Cina. Il pericolo delle propagazioni dell’estremismo islamico dal Caucaso è un ulteriore elemento che rende necessaria la presenza della Russia in Asia centrale fin dall’epoca zarista.

La Repubblica Popolare Cinese ha un interesse divergente e contrapposto alla Russia. Strappare anche parzialmente l’area all’influenza di quest’ultima sarebbe determinante al fine dell’approvvigionamento delle enormi risorse energetiche regionali. Altri obiettivi primari sono garantirsi la neutralità economica e politica delle ex repubbliche sovietiche centroasiatiche, anche in caso di crisi dei rapporti russo-cinesi, nonché favorire la loro trasformazione in piattaforma logistica per le merci made in China. L’estremismo islamico è come noto la prima fonte di preoccupazione per le autorità cinesi in relazione alla situazione dello Xinjiang, o ex Turkestan cinese, confinante per ben 980 chilometri con la repubblica kirghiza. Il governo cinese, particolarmente attento a corsi e ricorsi storici, ha bene in mente come sia stato Madamin-Bek, uno dei più famosi e valorosi basmachi, a diventare il leader della sommossa panturchista e anticinese del 1933.

Quanto agli Stati Uniti, svanito il progetto neoatlantico brzezinskiano di includere l’area nella propria diretta sfera d’influenza, l’obiettivo ufficiale è il contenimento del terrorismo islamico. Fondamentale rimane quindi l’utilizzo della base di Manas (a pochi chilometri dalla capitale Bishkek) come corridoio di transito per le operazioni sull’area afgana. È una delle non tantissime carte per mantenere la propria influenza e capacità di moral suasion nell'area. Unite dal comune interesse contro l’estremismo salafita, con la paura che l’Afghanistan possa diventare una Somalia bis, Stati Uniti, Cina e Russia possono rinviare a tempi più propizi la discussione dei loro interessi non sempre convergenti. La storia, come si sa, è spettatrice ironica, e solo domani si saprà se eventuali tensioni tra le tre potenze potranno trasformare gli eredi dei kurbashi e i neo basmachi da sicuri nemici a potenziali, se non graditi, alleati.

Sulla forza attuale dell’estremismo islamico, C'è chi vede focolai a rapida presa in un paese di grande povertà e chi ritiene che i gruppi salafiti più significativi come l’Imu e la sua variante kirghiza siano invece in fortissima crisi di leadership, di fondi economici e di consenso popolare.le opinioni sono diverse. In ogni caso, come acutamente osservato da Stefano Grazioli, la questione politica del Kirghizistan si risolverà solo e nella misura di un miglioramento diffuso e sostanziale delle precarie condizioni economiche di questo antico e affascinante popolo.

(Limes)

Dato che la disintegrazione dell’Urss è stata «la più grande catastrofe  geopolitica del XX secolo» bisogna porvi rimedio. Vladimir Putin, che alla fine  degli anni Novanta scorrazzava nella vecchia Ddr per conto del Kgb, vent’anni  dopo lo tsunami che ha spazzato via l’Unione Sovietica e impadronitosi delle  chiavi del Cremlino, ha proposto il suo nuovo modello: «Una potente unione  sovranazionale, in grado di diventare uno dei poli del mondo moderno e di  svolgere un ruolo di efficace legame tra l’Europa e la dinamica regione  Asia-Pacifico».

L’ex e futuro presidente russo, oggi nelle vesti ingessate  di primo ministro, ha in fondo una visione, che giornalisticamente parlando è  stata sintetizzata in Occidente come quella di “Urss light” (e forse per il  vetusto acronimo fa pensare a qualcosa di poco buono), ma che ricalca proprio il  cammino che dal Dopoguerra è stato compiuto in Europa. Ha scritto Putin nel suo  manifesto apparso qualche giorno fa sul quotidiano Izvestia che «cercare di  restaurare o di copiare ciò che è confinato nel passato è da ingenui, ma una  stretta integrazione su basi economiche e politiche e su nuovi valori è un  imperativo dei tempi».

La visione di Putin è concreta, non ideologica. A Mosca il  comunismo non c’è più da un pezzo, c’è semmai la consapevolezza che la Russia  del XXI secolo può giocare un ruolo sulla scacchiera se recupera il terreno  perduto e se coagula intorno a se quei paesi e territori che hanno fatto parte  della sua area di influenza negli ultimi secoli. Lo strumento non è più quindi  quello di un tempo, ma è essenzialmente quello economico. Così l’Unione già  avviata con Bielorussia e Kazakistan si potrebbe allargare presto ai due anelli  più deboli della catena asiatica, Tagikistan e Kirghizistan, e magari anche  all’Ucraina. Kiev, considerata sempre una sorta di sorella minore, è ancora in  bilico tra Ovest ed Est ed è l’osso più duro per Mosca: già durante gli anni  Novanta con Leonid Kuchma alla Bankova e Boris Eltsin al Cremlino i rapporti si  erano allentati e l’Ucraina aveva acquisito una sua indipendenza sul  palcoscenico internazionale (dai primi accordi con l’Unione Europea a quelli con  la Nato), poi con la rivoluzione del 2004 e la pressione di Washington il  pendolo si era spostato ancora di più, sino ai tempi attuali e alle questioni  energetiche ancora insolute.

L’Urss leggera di Putin si fonda sul gas. Gazprom non fa più  beneficienza come dieci anni fa e offre sconti solo se c’è un ritorno: ciò  significa che l’Ucraina pagherà prezzi di mercato come fa il resto d’Europa  oppure potrà scegliere di aderire alla nuova unione doganale, che assicura,  almeno sul breve periodo, sconti e risparmi. Anche il fattore geopolitico è però  importante: la visione putiniana di un forte spazio euroasiatico (economico  tramite l’Unione, militare attraverso l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza  Collettiva, Csto, di cui fan parte già Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan,  Tagikistan, Uzbekistan e Armenia) è tesa a rafforzare il peso russo e a  contrastare quello americano e quello cinese. Anche l’idea lanciata qualche mese  fa, non certo a caso, di uno spazio economico “da Lisbona a Vladivostock”, non è  pura fantasia, ma indica la direzione in cui vuole andare il Cremlino.

Nei due decenni passati Unione Europea a Nato si sono allargati verso  Est, non bisogna certo sorprendersi o impaurirsi se a Mosca vogliono  ora fare lo stesso. Se nei prossimi anni in Eurasia le economie si integreranno,  se non ci saranno barriere, se ci sarà una sola moneta, potranno guadagnarne  tutti. Ammesso che prima non vada a rotoli tutto.

(Linkiesta)

Per un litro di latte a Minsk si paga mezzo dollaro, a Tbilisi 2,10 dollari. Un appartamento a Mosca costa 4900 dollari al metro quadro, a Chisinau ce la si cava con 850. Prezzi medi, s’intende, visto che dalle bevande alle case la qualità varia. Ma andiamo avanti: un litro di benzina a Kiev 1,2 dollari, ad Ashgabat 20 centesimi. Roba che se non fosse quasi dall’altra parte del mondo verrebbe proprio la voglia di andare a fare il pieno in Turkmenistan. E ancora: per un kg di pane a Dushanbe si sborsano 20 centesimi, 1,4 dollari a Vilnius.

Sì, stiamo dando i numeri. Quelli che ha dato in questi giorni un giornale ucraino mettendo a confronto i prezzi nelle 15 ex repubbliche sovietiche, facendo notare le differenze da Paese a Paese e segnalando anche i maggiori cambiamenti negli ultimi vent’anni, da quando cioè l’Unione Sovietica non esiste più. Gli Stati indipendenti hanno avuto differenti vicissitudini, politiche ed economiche.

Le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) sono entrate in tempi brevi nell’Unione Europea. Bielorussia, Ucraina e Moldavia sono ancora zone di confine, in equilibrio tra l’Europa e la Russia. Nel Caucaso la Georgia ha una vocazione occidentale più di Armenia e Azerbaijan, e in Asia centrale i cinque Stan (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan) sono ancora nell’ancora densa nebbia postsovietica.

Le cifre in questione sono in fondo un gioco, fanno però un po’ capire chi sta meglio e chi sta peggio; chi, insomma, in questi quattro lustri ha saputo sfruttare meglio la libertà ritrovata. Almeno sulla carta. Se il salario medio nel 1991 a Tallinn era di 14 dollari, oggi è arrivato a 788. La pensione di allora, 5,6 dollari, è salita a 305. In Estonia le cose non vanno affatto male. Se si va sul sociale si vede anche che la vita media degli uomini è cresciuta da 64 a 70 anni, quelle della donne da 75 a 80. Passi in avanti importanti. Se invece si guarda al Tagikistan, si vede che a Dushanbe i progressi non sono stati così significativi: lo stipendio medio è di 83 dollari (erano 15,8) e la pensione è di 20 (era di 1,8). La vita è cresciuta da 68 a 69 anni per gli uomini, da 72 a 75 per le donne. In generale si può dire che essere entrati in Europa è stato un enorme vantaggio per le piccole repubbliche baltiche che hanno potuto stabilizzarsi e accrescere gli standard rispetto alle ex sorelle asiatiche e caucasiche che ancora cercano una via per il proprio futuro.

Tutti i numeri sono pubblicati qui

(Russia Oggi)

Esattamente il 1° luglio di venti anni fa il mondo assisteva incredulo allo scioglimento del Patto di Varsavia e alla fine del blocco comunista che Mosca gestiva e controllava per controbilanciare la forza della Nato e degli Stati Uniti. Pochi mesi ancora e anche l'Unione Sovietica si sarebbe definitivamente dissolta.

Mauro de Bonis / Limes

 

Una scomparsa ingloriosa, che lasciò libero il campo al nemico di sempre e alle truppe di un'Alleanza Atlantica pronta a espandere il proprio raggio d'azione in quei territori ex-sovietici che la nuova Russia post-comunista non ha mai smesso di considerare come il giardino di casa. Usa e Nato si sono spinti verso i confini europei del colosso appena crollato. Ma anche nel Caucaso e soprattutto nell'Asia centrale, dove tuttora sono presenti e impegnati in una guerra, quella in Afghanistan, dalla quale si stanno lentamente sganciando. La presenza americana e Nato in quella regione spinse - dieci anni dopo la fine dell'Urss - Mosca e Pechino ad unirsi, insieme alle ex-sovietiche repubbliche di Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, in un'alleanza detta Sco: Shanghai Cooperation Organization.

Una sorta di blocco eurasiatico sempre trascurato, che oggi, con gli americani in affanno e pronti a lasciare Kabul, assume una nuova e significativa portanza strategica. Quasi, come qualche analista si è azzardato a dichiarare, un nuovo patto anti-atlantico deciso a gestire la regione e i rispettivi interessi. Un'organizzazione a guida russo-cinese, quindi di due colossi, che per questo ha bisogno di equilibrio e progetti condivisi per raggiungere gli obiettivi che si è data nel corso di questo decennio. Soprattutto ora che, dopo il vertice del 15 giugno scorso nella capitale kazaka di Astana, è pronta a far entrare nelle proprie fila e a titolo definitivo un altro colosso asiatico, l'India, e il suo non proprio amichevole vicino, il Pakistan.

Il conflitto che Nuova Delhi e Islamabad combattono da decenni per l'attribuzione del Kashmir ostacolerà non poco il loro ingresso nello Sco, ma non sembra poterlo impedire a lungo. Troppo alto l'interesse di India e Pakistan a cooperare a pieno titolo con l'organizzazione di Shanghai, della quale sono membri-osservatori già dal 2005, insieme a Iran e Mongolia. Enorme l'interesse di Mosca e Pechino a che i due paesi lavorino a pieno ritmo per la risoluzione di alcuni dossier fondamentali per lo sviluppo e la stabilità dell'intera regione. Essenziale la loro presenza per allargare i confini di un'alleanza che si prepara a giocare un ruolo da protagonista in Eurasia e non solo.

Il Cremlino ha appoggiato la decisione dell'India di diventare membro dello Sco. Il presidente Medvedev, già in dicembre aveva rassicurato il primo ministro indiano Manmohan Singh al riguardo. Il leader russo sa bene che Delhi è un partner essenziale per l'organizzazione di Shanghai, e soprattutto per Mosca, con la quale ha da sempre ottimi e strategici rapporti. Durante il summit kazako Medvedev è stato chiaro: lo Sco non è un club elitario e deve rimanere aperto anche ai paesi non-membri, dunque anche all'India, in attesa del suo ingresso a titolo definitivo.

Il colosso asiatico potrà servire alla Russia e allo Sco per risolvere problemi come quello della produzione di droga e del terrorismo, contribuendo alla stabilizzazione e pacificazione della regione; ciò significherà aumento di rapporti economici e di investimenti reciproci. I problemi legati a droga e terrorismo rischiano di ingigantirsi quando gli americani e la Nato lasceranno l'Afghanistan, il paese centroasiatico produttore di circa il 90% dell'eroina consumata nel mondo e fucina di terroristi, che proprio durante il summit di Astana ha ufficialmente chiesto ai leader dello Sco di diventarne membro-osservatore.

Per Russia, Cina & co. sarà essenziale avere ai propri confini un Afghanistan indipendente e pacifico, stabile e pronto a cooperare nell'interesse regionale. Un paese che, come affermato ad Astana dal padrone di casa, il presidente kazako Nazarbaev, potrebbe finire sotto l'ala protettiva dello Sco dopo che nel 2014 l'ultimo soldato a stelle e strisce sarà partito per tornare a casa. Subentrare agli occidentali a Kabul significherà riprendere il controllo strategico dell'intera regione, ed evitare che la potenza americana possa nuovamente tentare di dettar legge o comunque di far sentire la propria scomoda presenza in un'area in cui convergono intrecciandosi gli interessi geopolitici di tutti i componenti dello Sco.

Un'organizzazione sempre più influente, pronta a sfidare compattamente Washington e i suoi progetti geostrategici. Come quello dello scudo antimissile in Europa, al quale gli americani non sembrano avere alcuna intenzione di rinunciare e che preoccupa non poco Mosca e i suoi interessi ex-sovietici. Uno scudo contro il quale lo Sco riunito ad Astana ha rilasciato una dichiarazione comune. Un chiaro monito a quanti abbiano intenzione di costruire un sistema di difesa antimissile unilaterale. Progetto che - a detta di Mosca, di Pechino e delle altre capitali rappresentate al summit - danneggerebbe la stabilità strategica e la sicurezza internazionale. Chi vuol capir capisca. È nato l'anti-Nato? Staremo a vedere.

(Limes)

Nonostante il rientro dopo 13 anni di assenza e il successo ottenuto da Raphael Gualazzi con il secondo posto, l’Eurovision Song Contest non ha suscitato in Italia grande interesse. Diversamente dalla Germania, che a questa manifestazione canora europea tiene quasi quanto a un mondiale di calcio. Il fatto poi che quest’anno la competizione si svolgesse a Düsseldorf, ha catalizzato l’attenzione dei tedeschi per mesi e mesi. La piccola delusione per il mancato bis dell’eroina di casa Lena, finita inaspettatamente al decimo posto, è stata tuttavia velocemente assorbita dagli elogi raccolti per la perfetta organizzazione della manifestazione e dalla curiosità per il mondo misterioso dei nuovi vincitori: l’Azerbaijan.

Tralasciamo musica e contenuti del duo Ell e Nikki dall’alto dell’eleganza delle note jazz di Gualazzi (ma senza dimenticare che l’Italia per decenni ha vissuto di musica melodica e talvolta un po’ stucchevole) e immergiamoci con la Süddeutsche Zeitung in una breve ma esaustiva lezione di geografia politica sull’ex Repubblica sovietica.

«Nessuno può contraddire il cantante del duo azero per aver urlato nel microfono, dopo la vittoria, di essere in quel momento l’uomo più felice del mondo», ha esordito il quotidiano bavarese, «ma molti si sono chiesti se allo stesso tempo l’euforico Ell potesse anche considerarsi l’uomo più felice d’Europa». Per l’immenso carrozzone dell’Eurovision Song Festival, abituato a muoversi fra Dublino, Oslo e al massimo Kiev, il viaggio previsto per il prossimo anno in Azerbaijan suona già come una piccola avventura, giacché il paese vincitore ospita l’edizione dell’anno successivo. Baku, la capitale, suona già nel nome come qualcosa di esotico: più Asia che Europa.

«Il nostro Paese è stato storicamente a cavallo fra l’Asia e l’Europa», ha spiegato alla Süddeutsche l’azero Emin Mili, «quando cento anni fa la scoperta del petrolio fece di Baku una delle città più ricche del mondo, anche l’Europa si fece più vicina e presente nella nostra storia. La nostra musica, oggi, è un misto di sonorità orientali ed europee e la vittoria al Song Contest finirà con il rafforzare il lato europeo della nostra identità».

Potere della musica. A Baku la gente è scesa in strada a festeggiare davvero come fosse stato vinto un mondiale di calcio e i tre minuti di melodia un po’ stucchevole proposta dal duo Ell e Nikki sono riusciti a proiettare questo misterioso stato disteso tra gli altopiani dell’Asia Centrale fin nel cuore del nostro continente. Il segreto è nelle regole del festival, più legato alla volatilità delle onde radio che alla concretezza del territorio o dell’identità. Per statuto, chi vuol partecipare alla kermesse deve essere membro dell’Unione radiotelevisiva europea e dunque le proprie trasmissioni devono essere captabili nell’area europea. Grazie allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione, i confini di questa zona sono meno rigidi di quelli della politica o della geografia. Anche Israele, infatti, partecipa regolarmente alle competizioni, nessuno mette in dubbio la presenza di Georgia o Armenia, la Turchia è la benvenuta e dunque anche l’Azerbaijan, grazie a una generosa interpretazione delle regole, può esaltare la metà europea della propria identità culturale.

«Una terra modellata dalla religione musulmana e nata politicamente dalla caduta dell’Unione Sovietica», ha proseguito la Süddeutsche, «che si definisce da sola come ponte fra l’Europa e l’Asia. Bruxelles ha da tempo instaurato un rapporto a due facce con Baku, giacché da un lato è interessata alle materie prime del petrolio e del gas che abbondano in tutta la regione, dall’altro rimane sospettosa per la mancanza di sviluppi democratici nell’assetto istituzionale e politico». Il solito dilemma del rapporto con i dittatori, estremamente d’attualità con quasi tutti gli stati emersi dalle rovine dell’impero sovietico, segnato dalla speranza che gli accordi commerciali possano sbloccare la situazione ma spesso deluso dalle strette autoritarie imposte dagli autocrati di turno.

Musica e sport hanno spesso rappresentato un terreno neutro, capace di stemperare le diversità politiche e di avvicinare, se non i regimi, almeno i popoli. «Anche nel calcio l’Azerbaijan si sbilancia verso l’Europa piuttosto che l’Asia», ha concluso il quotidiano di Monaco, «e proprio la nazionale tedesca si recherà all’inizio di giugno a Baku per una partita di qualificazione ai prossimi campionati europei. Nel girone è presente anche il Kazakistan, un altro stato centro-asiatico». Tra note e pallone, la marcia verso ovest di queste ex-Repubbliche sovietiche pare cominciata, in attesa che la politica segua le orme. Per ora resta la domanda che si pongono tutti gli appassionati del genere musicale: quanto costa un biglietto aereo per Baku?

(Pubblicato su Lettera 43)

Foto ripresa dal sito ufficiale dell’Eurovision Song Contest