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VERSO IL 2012, I PENSIERI DI PUTIN

Il segnale che gli elettori hanno mandato al tandem al comando è stato inequivocabile: così non va. Se la metà dei russi che è andata a votare ha deciso di dare ancora fiducia a Vladimir Putin e Dmitri Medvedev, oltre il 30% ha scelto invece di votare comunista o nazionalista. Non certo un bel risultato per il Cremlino, ma nemmeno per chi in Occidente tifa contro il partito del potere e soffia sul vento di ipotetiche rivoluzioni arancioni.

Chi ha votato Russia Giusta, la formazione dell’ex presidente del consiglio della Federazione Sergei Mironov, sapeva benissimo che in questo modo avrebbe sostenuto, in maniera indiretta, la coppia al vertice. Il partito è stato creato ad hoc alla vigilia delle elezioni del 2007 per sostenere da sinistra il governo Putin e questo in sostanza sarà anche il compito nella prossima legislatura

La nuova Duma rimane in realtà come quella vecchia, con un aggiustamento delle proporzioni che Medvedev ha definito democratico e ha fatto storcere il naso al primo ministro: Vladimir Vladimirovic avrebbe gradito un esito diverso, soprattutto in vista delle presidenziali di marzo, quando si troverà di fronte ancora Gennady Zyuganov e Vladimir Zhirinovski. L’opposizione dei due monumenti della politica postsovietica è però funzionale al Cremlino, visto che alla fine dei conti gli elettori moderati, cioè la stragrande maggioranza di coloro che domenica sono stati a casa (solo circa la metà del corpo elettorale è andato alle urne), non vogliono certo che la bandiera con falce e martello sventoli ancora sulla Piazza Rossa né aspirano a lasciare in mano in Paese a uno scalmanato populista.

La forte erosione che ha subito Russia Unita, nonostante il controllo delle risorse amministrative e la favorevole copertura mediatica, è dovuta al fatto che anche la democrazia sovrana di stile putiniano non è perfetta, soprattutto nel momento congiunturale difficile che sta attraversando il Paese al pari del resto del mondo occidentale.

In primo luogo la scelta e il modo per certi versi farsesco di Putin-Medvedev di alternarsi tra Cremlino e Casa Bianca (ora però il ritorno di Dmitri Anatolevich al governo rischia di schiantarsi contro un rimpasto conservatore guidato da Vladimir Vladimirovich) non hanno giovato all’immagine del Partito.

In secondo luogo le riforme strutturali tanto annunciate e la sbandierata lotta alla corruzione sono rimaste in larga parte sulla carta, elementi che hanno aumentato la diffidenza e condotto al voto di protesta. Comunisti e nazionalisti non hanno nessuna ricetta per lo sviluppo e la modernizzazione del Paese e hanno catalizzato il voto di nostalgici e scontenti, non utile per governare, ma per far capire al Cremlino che vanno presi provvedimenti seri.

Il fatto che partiti storici come i liberali di Grigori Yavlinski siano rimasti come al solito fuori dai giochi, raccogliendo solo le briciole, la dice lunga su quanto questo tipo di opposizione non sia credibile agli occhi della maggioranza dei russi, al pari di quella a cui piace protestare davanti alle telecamere delle televisioni di mezzo mondo e che in realtà coagula il consenso di quattro gatti.

La vera forza di Putin & Co. è la mancanza di alternative. Anche se qualcosa si è mosso nella società civile russa e in particolare l’elettorato giovane nelle grandi metropoli sta sviluppando una coscienza autonoma, la competizione politica avviene ancora secondo modelli oligarchici dove chi detiene il potere (anche economico) è in grado di determinare i risultati. Il calo di Russia Unita, fisiologico in questo momento tra crisi e dopo un decennio di dominio incontrastato, è un campanello d’allarme che Putin non deve sottovalutare. La classe media che si è formata in questi anni in Russia e che è diventata un serbatoio elettorale importante dal quale il Cremlino non può più prescindere attende i passi promessi dal vertice e non sembra più disposta ad appoggiarlo in maniera incondizionata.

A Mosca non si corre certo il pericolo di stravolgimenti rivoluzionari, che ci sono già stati vent’anni fa e hanno condotto a un decennio di caos (e proprio in questo caso ora in Occidente non si deve fare il solito errore di vedere la Russia attraverso le lenti del wishful thinking), ma il tempo per un aggiustamento di rotta, che Putin dovrà concretamente adottare nel prossimo mandato, sembra essere davvero arrivato.

(Lettera 43)