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Stagnazione a Sarajevo

La Bosnia-Erzegovina è ferma alla fine della guerra. L'economia non funzione e i processi decisionali sono ostaggio della scomoda pace di Dayton.

(Scritto per Lettera Economica)

Bosnia, Sarajevo (Archivio Rassegna Est)
Palazzo di Sarajevo (Archivio Rassegna Est)

di Rodolfo Toè

Non si è mai mossa dagli anni Novanta, la Bosnia Erzegovina. Nel Paese che più di ogni altro patì i colpi delle guerre balcaniche di fine secolo scorso, la vita è rimasta ferma a vent'anni fa. Istituzioni paralizzate dal "compromesso costituzionale" di Dayton e un'economia in profonda recessione, soffocata dal debito pubblico e con un tasso di disoccupazione che va oltre il 40% della popolazione attiva. Mai come oggi nella sua storia recente Sarajevo si trova di fronte a un bivio: da una parte, la normalizzazione attraverso riforme drastiche e mirate, capaci di garantire al Paese un futuro nell'Unione Europea; dall'altra, nell'ipotesi più cupa, la dissoluzione dello Stato.

All'epoca di Tito l'economia si reggeva sull'industria bellica. Dopo la guerra del 1992-1995 il sistema non è stato riconvertito a dovere.

Durante il periodo titino la situazione era più felice. La Bosnia Erzegovina occupava un ruolo fondamentale nei piani di difesa della Jugoslavia in caso d'invasione nemica. Era naturale quindi che nei piani del regime la repubblica fosse il sito ideale ove concentrare la spina dorsale della produzione industriale e bellica Jugoslava, che per decenni contribuì a sostenere l'economia bosniaca. Un paradigma che ebbe bruscamente fine con la guerra: da allora, il tessuto industriale non è mai stato ricostruito. Ancora peggio, le poche industrie rimaste attive sono cadute vittima di privatizzazioni criminali, portate avanti con la complicità delle élite politiche nazionaliste che si sono spartite le ricchezze del Paese.

Ancora dipendente dai prestiti internazionali, l'economia bosniaca non è stata in grado di attirare consistenti investimenti stranieri. La pubblica amministrazione è costantemente sull'orlo del baratro e sostiene un apparato di welfare tra i più esorbitanti (i trasferimenti diretti alle famiglie costituiscono circa il 4% del Pil) e inefficienti d'Europa: uno studio della Banca Mondiale, datato 2009, ha dimostrato come meno del 18% dei sussidi vadano a beneficio del quintile più povero della popolazione, rendendoli di fatto inutili nel combattere la povertà.

Il debito pubblico non supera il 50% del Pil, ma a preoccupare è il fatto che negli ultimi anni è cresciuto rapidamente. I prestiti ottenuti dal Fmi servono a ripagarlo, più che a creare sviluppo.

A ciò si aggiunge il forte indebitamento con l'estero: le spese annue per il rimborso del debito pubblico, nel 2013, ammonteranno a 800 milioni di marchi convertibili (KM), 400 milioni di euro circa: un terzo dell'intero budget statale. Va detto che il debito pubblico bosniaco non rappresenta più del 50% del PIL, ma negli ultimi anni - complice la stagnazione economica dei principali partner commerciali della Bosnia - esso è cresciuto vertiginosamente, finendo per distruggere gli equilibri già precari che governavano le finanze pubbliche. Per coprire i costi del proprio debito, Sarajevo ha dovuto così fare ricorso a nuovi prestiti del Fmi: letteralmente, per pagare le spese collegate al debito pregresso il governo si sta ulteriormente indebitando. Non c'è altra soluzione, apparentemente: "non possiamo pensare", dichiarava qualche mese fa il Primo Ministro, Vjekoslav Bevanda, "di sostenere il peso del nostro debito pubblico senza gli aiuti internazionali".

Alle difficoltà economiche si sommano i bizantini equilibri politici. La pace di Dayton ha partorito uno Stato centrale debole e delle entità etniche forti. Quella croato-musulmana, però, è divisa al suo interno lungo linee nazionali. E non funziona.

Le difficoltà economiche della Bosnia sono strettamente collegate a quelle istituzionali, nate sulla base degli accordi di Dayton. Firmati nel 1995 con il solo imperativo di fermare i combattimenti, essi hanno nel corso degli anni dimostrato a più riprese il proprio fallimento nel disegnare una struttura costituzionale viabile per il Paese. Basato sul principio delle "tre nazioni costituenti" (Bosgnacchi, Serbi e Croati) Dayton ha sancito de jure la spartizione etnica del Paese. In due entità, la Republika Srpska e la Federazione Croato-Musulmana, e - per quanto riguarda la seconda - in Cantoni tracciati anch'essi secondo linee etniche. Oltre a una separazione di tipo amministrativo, ogni popolo costitutivo deve essere ugualmente rappresentato all'interno delle istituzioni e gode, pressoché ovunque, del diritto di veto qualora i propri "interessi nazionali" siano minacciati. È quindi comprensibile che questa struttura abbia portato, ad oggi, soltanto due risultati: sprechi di denaro pubblico e ingovernabilità endemica (dopo le ultime elezioni politiche dell'ottobre 2010, i partiti impiegarono ben 13 mesi per formare una maggioranza di governo).

Il sistema, così come è concepito, non è più sostenibile. È chiaro quindi che la Bosnia Erzegovina potrà sopravvivere come Stato solamente al prezzo di impegnative riforme strutturali, che abbiano lo scopo di normalizzare una volta per tutte la vita di questo leviatano diventato ingestibile.

Alcuni provvedimenti importanti sono quelli contenuti negli accordi con l'Unione Europea, che si è lungamente proposta come "l'unico futuro possibile" per il Paese e che ha sempre tenuto a evidenziare la "naturale vocazione" delle Repubbliche createsi con la dissoluzione della Jugoslavia a divenire parte della famiglia europea, ma che al momento - nonostante le rassicurazioni dei politici locali - è poco più di un'utopia.

L'Ue è l'unico futuro possibile per la Bosnia, ma se il Paese non riuscirà a fare le riforme resterà solo un'utopia.

Le condizioni richieste dall'UE per l'avvio dei negoziati di adesione sono principalmente l'attuazione di un nuovo censimento, che la Bosnia Erzegovina tuttora attende dal 1991, e le modifiche della Costituzione necessarie a renderla compatibile con il giudizio della Corte di Strasburgo sul caso 'Sejdić - Finci', che ha sancito l'eguale diritto di partecipazione politica per i cittadini di Bosnia che non fanno parte dei tre gruppi nazionali costitutivi e che sono denominati, significativamente, ostali. I rimanenti.

Ma i progressi tardano. Nonostante le pressioni di Bruxelles la strada sembra lunga e in salita. Il censimento è già stato rinviato di sei mesi, a ottobre 2013. Ma è verosimile pensare che molto difficilmente esso sarà portato a termine prima della conclusione dell'anno. Quanto alla riforma costituzionale relativa al giudizio 'Sejdic-Finci', essa probabilmente avverrà nell'ambito di una riforma complessiva degli accordi di Dayton, ormai ineludibile. I colloqui per la modifica della struttura costituzionale sono già avviati, ma al momento non è ancora chiaro che direzione essi prenderanno: se, cioè, permetteranno una maggiore centralizzazione del Paese, oppure se - viceversa - porteranno a un'ulteriore frammentazione della compagine statale, con la creazione di una "terza entità" federale croata nel cuore dell'Erzegovina. Quello che è sicuro, per ora, è che il tempo per Sarajevo stringe. Se non si troveranno in fretta delle risposte alle contraddizioni del ventennio trascorso ogni scenario è possibile. Compreso quello, in fondo non così remoto, di una dissoluzione del Paese.

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