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Bosnia: è rivolta sociale

Da un'agitazione sindacale a Tuzla prende forma la protesta più grande del dopoguerra. Si rivolge contro la casta politica. Ma non tocca tutte le regioni del paese. 

Le proteste a Sarajevo (Wikipedia)

di Matteo Tacconi
Scritto per Pagina 99

Scontri, arresti, incendi alle sedi delle amministrazioni dei cantoni della Federacija Bosne i Hercegovine, l’entità croato-musulmana della Bosnia. A Sarajevo il fuoco ha colpito anche l’archivio nazionale. Alcuni documenti di grande rilevanza storica sarebbero andati distrutti. Questi i fotogrammi dello scorso venerdì, la giornata di protesta più violenta dalla storia post-bellica del paese.

Dopo un weekend interlocutorio le dimostrazioni sono riprese ieri, stavolta senza particolari sussulti, nella capitale Sarajevo e altre città, una ventina. Compresa Tuzla. È il centro urbano da cui è partita l’ondata di rabbia, iniziata come una rivendicazione sindacale (cinque fabbriche chiuse e centinaia di lavoratori senza più salario) e divenuta una rivolta contro l’establishment, allargatasi al resto del paese. Il punto è proprio questo: la sollevazione si rivolge contro la classe dirigente, accusata di snobbare i bisogni reali della gente e di badare al proprio tornaconto personale, intrecciando politica e affari.

«Molti avevano sperato che a guerra finita la vita sarebbe tornata migliore; che le esigenze base – lavoro, istruzione, sanità, pensioni – sarebbero state assicurate. Non è andata così. Non solo, negli ultimi anni l’economia è collassata, diverse fabbriche hanno chiuso, i politici non hanno offerto soluzioni. La protesta riflette la rabbia accumulata in questo tempo e s’indirizza contro i partiti, coagulando tutti coloro che si sentono traditi», spiega Elvira Jukic, giornalista della redazione sarajevese di Balkan Insight, portale in lingua inglese sul sudest europeo.

Il musicista Damir Imamovic, raffinato interprete della sevdah, la musica popolare bosniaca, noto anche per l’impego civile, è dello stesso avviso. «Questa è una ribellione contro un sistema corrotto. Con una novità importante: l’auto-organizzazione», dice, riferendosi ai comitati di cittadini che a Tuzla, Bihac, Mostar e Sarajevo si sono costituiti, presentando richieste simili: rilascio delle persone arrestate nel corso dei tumulti, dimissioni dei governi locali, nomina di amministrazioni tecniche, trasparenza nei bandi pubblici, salari più equi. Il comitato di Sarajevo è arrivato a intimare al governo della Federacija Bosne i Hercegovine di schiodarsi dalle poltrone.

Nel frattempo, nei giorni scorsi qualcuno la propria carica l’ha lasciata. È il caso dei presidenti dei cantoni di Sarajevo, Tuzla e Zenica-Doboj. Segno che, secondo qualcuno, la classe politica è rimasta spiazzata dalla foga della gente.

Qui si apre una grossa questione. Assodate le ragioni all’origine di questa grande scossa, si tratta di capire come i vuoti politici verranno colmati, come i partiti reagiranno e il modo in cui il movimento di protesta si evolverà. «Non c’è altra scelta se non quella di combattere. Bisogna discutere, proporre, allargare il perimetro della protesta al più ampio numero di persone, così da incanalare la rabbia verso una cosa costruttiva prima che i politici cerchino di uccidere la protesta», afferma Valentina Pellizzer, da anni residente a Sarajevo e impegnata nella società civile. Secondo Pellizzer l’élite al potere cercherà di delegittimare la protesta e Milorad Dodik, l’uomo forte dell’entità serba della Bosnia (Republika Srpska), tenterà di far passare il messaggio che il surriscaldamento sociale in corso è opera di una sola parte di Bosnia: quella croato-musulmana. In effetti nella Republika Srpska (la divisione in entità è figlia della pace di Dayton) le proteste sono state abbastanza timide. Si vedrà se prenderanno quota o meno, se la Bosnia si confermerà spezzata in due tronconi: quelli creati dalla pace di Dayton, da molti, non a torto, ritenuta un freno a riforme e progresso.

In ogni caso la partita sarà dura. «Forse i partiti proveranno a manipolare i dimostranti. Ma questa è solo una sfaccettatura di una crisi dove si mescolano sfiducia verso i partiti e disastro economico (Pil stagnante e disoccupazione al 25%)», chiosa Pedrag Zvijerac, del quotidiano Dnevni List, senza tralasciare una data importante, forse decisiva: le elezioni generali di ottobre.

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