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BISHKEK, TROPPE SPINE PER ROSA

Un anno fa il Kirghistan é diventato la prima repubblica parlamentare dell’Asia centrale. Alle spalle le due rivoluzioni del 2005 e del 2010, due presidenti in fuga (Askar Akaev a Mosca, Kurmanbek Bakiyev a Minsk) e i 470 morti degli scontri del giugno 2010 tra kirghisi e uzbeki. Poi le decine di migliaia di profughi, il referendum costituzionale, la prima presidente donna di queste terre, Rosa Otunbaeva. A lei il compito proibitivo di risollevare il paese.

Oggi la repubblica kirghisa rimane una specie di buco nero nello spazio post sovietico, quasi un failed state. Bishkek è relegata in fondo a tutte le classifiche internazionali, da quelle che misurano gli standard politici, civili e sociali, a quelle che prendono in considerazioni gli indicatori economici e finanziari.

Certo, in compagnia con le altre repubbliche dell’ex Urss: ma se almeno Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan possono contare sulle risorse energetiche per finanziare Stati autocratici, qui non resta che prendere a braccetto i vicini altrettanto poveri del Tagikistan e aspettare che la comunità internazionale tenda la mano, consolandosi con la pseudodemocrazia.

Il nuovo tandem kirghiso, quello formato dalla Otunbaeva alla presidenza e dal nuovo primo ministro Almazbek Atambayev (in carica dallo scorso dicembre) fa fatica a pedalare da solo, anche perché la coalizione governativa riunisce forze in qualche modo costrette a collaborare tra loro per forza di cose.

Tra i socialdemocratici di Atambayev (la presidente appartiene allo stesso partito dal 2009), i centristi di Respublika (guidati dall’oligarca Omurbek Babanov) e i nazionalisti di Ata Zhurt (la piattaforma su quale si reggeva Bakiyev e alla quale apparteneva anche la presidente) manca la fondamentale collaborazione.

Al governo c’è in realtà anche l’opposizione, secondo un modello abbastanza criptico per gli occidentali, ma che pare essere inevitabile in un paese destinato ora al compromesso e alla staticità. La difesa degli interessi personali e di clan al posto della ricerca del bene comune non ha portato nulla di positivo.

E così si spera nei soliti noti, dalla Russia che ha tutto l’interesse a tener legata la piccola repubblica attraverso l’unione euroasiatica, agli Stati Uniti che affittano a suon di dollari la base di Manas, usata come appoggio per l’Afghanistan. La speranzosa Otunbaeva ha fatto capolino recentemente anche a Bruxelles, dove però Barroso l’ha esortata a tener d’occhio i conflitti etnici: Bruxelles pensa ad altro e di suo guarda più al gas turkmeno e kazako.

(Limes)