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BERLINO-ISTANBUL SOLA ANDATA

Nell’acceso dibattito sull’integrazione in Germania, che coinvolge generalmente tutti gli stranieri, particolarmente i musulmani e specificatamente i turchi (la comunità più vasta), c’è un dato che non viene ancora adeguatamente evidenziato.

Da qualche tempo, il flusso migratorio ha invertito la propria direzione. E sono sempre più i giovani turchi nati in Germania che tornano sulle rive del Bosforo, rispetto a quelli che compiono il percorso inverso. Nel 2009, il saldo negativo è stato di 10 mila persone: sono arrivati in 30 mila ma se ne sono andati in 40 mila. Tra questi ultimi, soprattutto giovani qualificati, con alle spalle una buona formazione ed eccellenti risultati scolastici. La tendenza è stata confermata pochi giorni fa dagli uffici di statistica anche per il 2010: i turchi-tedeschi che riemigrano in patria sono più numerosi dei turchi che cercano fortuna in Germania. Questi ultimi arrivano con aspettative di lavori umili. I primi se ne vanno portandosi appresso una qualifica professionale di alto livello: si può parlare anche per la Germania di una fuga dei cervelli.

Il Financial Times Deutschland si era interessato qualche tempo fa all'argomento. Aveva spedito a Istanbul un proprio reporter ricavandone un lungo reportage che descrive una pagina diversa del rapporto dei tedeschi con i loro immigrati: l’incapacità della Germania di offrire loro adeguate opportunità di lavoro. E questo, nonostante le continue lamentele degli imprenditori sulla mancanza di manodopera qualificata.

Anche la Turchia, d’altronde, è in pieno boom economico. E così Istanbul riesce a battere Berlino nell’attirare giovani preparati e creativi. Li chiamano turchi-tedeschi, perché nati e cresciuti in Germania da genitori arrivati dalla Turchia con le prime e seconde ondate migratorie. Parlano il tedesco meglio del turco, hanno frequentato i corsi delle scuole e delle università tedesche, hanno assorbito i fondamenti della cultura europea, conducono uno stile di vita occidentale, sono aperti a ogni esperienza. È l’altra faccia della medaglia, quella dei migranti che non si integrano, che restano nel chiuso delle proprie enclave, che vivono di sussidi o di espedienti, le cui storie però finiscono sempre in prima pagina.

Secondo uno studio dell’istituto Futureorg, il 36% dei turchi-tedeschi dotati di buona istruzione prende le valige verso la terra d’origine dei propri genitori. «Una perdita di capitale umano», ha messo in guardia il quotidiano economico, «a cui va aggiunta la beffa che lo Stato tedesco paga la loro formazione, ma poi i futuri laureati pagano le tasse a Istanbul». Un fenomeno che sarebbe solo agli inizi: «Fino a poco tempo fa si trattava di giovani romantici alla ricerca delle proprie radici identitarie o in fuga da un Paese che non offriva adeguate opportunità, oggi invece sono attratti dalla possibilità di ottenere lavori meglio retribuiti e di fare carriera».

Jens Brambusch, l’autore del reportage, si è seduto con alcuni di loro sulla terrazza del ristorante Teras 6, sul lato asiatico di Istanbul, dove Cigdem Akkaya, un'economista di 47 anni, organizza da cinque anni una sorta di rimpatriata: ogni ultimo giovedì del mese, un gruppo sempre crescente di turchi-tedeschi approdati sul Bosforo si incontra per scambiarsi opinioni, vicende ed esperienze. Ai primi appuntamenti si trovavano in 12, oggi vi partecipano circa 1000 persone. Tra loro parlano in tedesco, mescolando diversi dialetti regionali. Ci sono architetti e dirigenti d’azienda e di banca, responsabili di catene commerciali, addetti alle pubbliche relazioni e professori universitari: metà della compagnia è composta da donne. E ognuno racconta la sua storia, anche se un po’ tutte, alla fine, si assomigliano. Molti di loro avevano un discreto lavoro anche in Germania, poi il fastidio per l’eterno dibattito sugli immigrati, le polemiche sul velo e sull’Islam, gli stereotipi con cui confrontarsi li hanno spinti  ad andare dove non è necessario cercare sempre una giustificazione per le proprie origini: in Turchia.

La situazione economica li favorisce. Dopo la piccola flessione dovuta alla crisi finanziaria globale, il Paese ha ripreso a crescere a ritmi cinesi: nel primo e nel secondo quadrimestre del 2010, il prodotto interno lordo è balzato rispettivamente dell’11,7 e del 10,3%, nei primi sei mesi dell’anno le importazioni sono cresciute del 33,6%, il settore bancario ha superato senza aiuti statali la tempesta perfetta del biennio passato. E attorno ai tavoli del Teras 6, i turchi-tedeschi si chiedono se la Turchia abbia ancora interesse a entrare in Europa o se non sia l’Europa, oggi, ad avere assolutamente bisogno della Turchia. «Dopo l’università», ha raccontato Savas Barun, 35enne nato a Brema, «volevo restituire ai miei genitori un po’ del sostegno che mi avevano dato. Ho sostenuto 83 colloqui di lavoro in Germania, senza però ottenere un posto adeguato ai miei studi. Credo che un cognome turco sia ancora un grande ostacolo per conquistare una posizione di prestigio nella società tedesca. Alla fine, ho ho provato con la filiale della Siemens in Turchia».

Un paradosso: i genitori erano emigrati dall’Anatolia orientale per realizzare il sogno di una vita dignitosa, ora a lui toccava fare il percorso inverso per ottenere la stessa cosa. Accaparratosi il posto, Barun lo ha mantenuto solo 10 mesi. «Arrivato a Istanbul», ha spiegato, «mi sono accorto che le opportunità erano tante e se uno voleva mettersi in proprio, poteva finalmente realizzare i propri sogni». Oggi il giovane turco-tedesco gestisce un florido commercio di ricariche solari per telefonini: «Non ci aveva pensato nessuno, così ho trovato la mia nicchia e oggi rifornisco 16 grandi aziende». Il prossimo passo sarà il fotovoltaico: il sogno, ricoprire i tetti delle case turche di pannelli solari. Attende la privatizzazione della rete elettrica, poi partirà con il progetto.

Tutto oro quel che luccica sotto il sole del Corno d’Oro? Non proprio. I turchi-tedeschi vivono anche qui una vita dissociata. La loro lingua non è perfetta, il vocabolario è spesso quello ereditato dai genitori, un po’ antiquato rispetto alle necessità della società digitale e i modi di vita sono assai diversi da quelli assorbiti in Germania. Ci si abitua, ma ci vuole un po’ di tempo.

E poi la burocrazia: «Ai tedeschi che si lamentano per la burocrazia di casa, consiglierei di farsi un giro qui a Istanbul», ha fatto notare sorridendo Barun. C’è un problema in aggiunta. Quasi tutti hanno un passaporto tedesco, si ritrovano cioè stranieri in casa propria. Turchi-tedeschi è la definizione che di loro si dà in Germania. Per i turchi, però, sono semplicemente tedeschi. Così, alla fine, molti di loro si ritrovano a far carriera nelle filiali turche delle grandi catene commerciali tedesche: nel 2000 erano meno di 500, oggi sono 4 mila.