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BERLINO, GEOGRAFIE DELLA MEMORIA PERDUTA

di Pierluigi Mennitti

Se con un gioco di montaggi si potessero sovrapporre immagini della Berlino del passato e del futuro, potremmo osservare un gruppo di Vopos, i poliziotti della Germania Est, e un gruppo di Amis, i soldati americani di stanza in Germania dopo la guerra, fronteggiarsi separati da uno scaffale di profumi o un bancone di maglioni. Gli stranieri dotati di speciali lasciapassare passerebbero le severe postazioni di controllo attraversando meno impegnative casse di un supermercato. E gli arditi fuggiaschi in cerca di libertà scaverebbero tunnel non sotto reticolati spinati e Muro ma fra le cantine di un moderno palazzo di lusso.

Se la battaglia urbanistico-immobiliare attorno al Checkpoint Charlie finirà in un certo modo, e la Trockland managment riuscirà a imporre il suo progetto, quello che fu il luogo simbolo della Berlino divisa fra Est e Ovest potrebbe diventare un anonimo incrocio fra centri commerciali, alberghi e appartamenti di lusso. Come tanti altri incroci.

Le geografie del futuro dipendono un po' anche da come si tracciano quelle della memoria. Discorso complesso, soprattutto in una città come Berlino, che annovera un passato drammatico e compresso nello spazio di poco più di un secolo, il Novecento. Tanta storia in un lasso di tempo così breve tradisce un'ansia vorticosa di vivere, sperimentare, consumare e poi gettare alle spalle. Cambiare senza mai sedimentare. Mutare continuamente le proprie geografie, non farle mai diventare storia. Un paradosso per una metropoli che il cliché vorrebbe dinamica e in movimento perpetuo e che invece si concede volentieri lentezze e indolenze.

Tra le geografie della memoria, un posto speciale merita quella della città divisa, quando Berlino si trovava sul fronte più esposto della guerra fredda. Non fosse altro perché siamo entrati nell'anno che scandisce il trentennale dalla caduta del Muro. Trent'anni: tanti ne sono ormai passati da quella notte del 9 novembre 1989, l'appuntamento con la storia di un'intera generazione. E in questi trent'anni, urbanisti e architetti hanno provato a ricucire le strade e le piazze della città siamese, mentre società e politica provavano a ricucire le vite e le anime di due popolazioni. I bilanci sono inevitabilmente in chiaroscuro.

Al Checkpoint Charlie, il bilancio di luminoso non ha nulla. Da un lato uno storico museo sul comunismo, messo su quando ancora c'era il Muro da un bizzarro collezionista, poi allargatosi caoticamente negli ultimi anni con i cimeli raccolti dopo la caduta della Ddr. Dall’altro, una fila interminabile di fast food dai quali arrivano odori forti: quello di arrosto dei kebab, il fritto del currywurst, l'aroma dolciastro degli spaghetti cinesi con la soia e delle salse che accompagnano gli hamburger di Mc Donald's. In mezzo, fra le auto che s'ingolfano tra i torpedoni delle visite guidate, una moltitudine di turisti, aggrappata agli immancabili falsi soldati americani e sovietici per una foto ricordo, o assiepata attorno al falso gabbiotto dove erano asserragliati i soldati dell'Us Army. Tutt'intorno, negozi di souvenir e bancarelle che espongono ogni genere di paccottiglia falso-sovietica made in China o Vietnam o Birmania, a prezzi per turisti.

Questo è oggi il Checkpoint Charlie. Chi ha una certa età o ha letto i romanzi di spionaggio di John Le Carré lo ricorderà come il posto di controllo più famoso e spaventoso della guerra fredda. Per 40 anni, su questa sottile linea di frontiera dentro Berlino si sono guardate in cagnesco le truppe delle potenze che avevano sconfitto la Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Gli Alleati da un lato, i sovietici dall’altro. Qui sono avvenuti alcuni dei tentativi più spettacolari di fuga, molti conclusisi tragicamente. Qui, in qualsiasi istante, un movimento falso o un ordine mal eseguito poteva far scoppiare un nuovo conflitto globale. Oggi la zona è più nota col soprannome di Snackpoint Charlie.

Del vecchio Muro, qui come in altri punti, è rimasto appena un piccolo frammento. Al suo posto, l’amministrazione cittadina ha segnato con i sampietrini il percorso un tempo sbarrato. Qui come dappertutto sul percorso urbano lungo cui correva il "vallo antifascista" bisogna tenere lo sguardo abbassato e seguire come tanti Pollicino la lunga fila di sampietrini. Ogni tanto sono interrotti da una lapide commemorativa in bronzo: Berliner Mauer e le date che racchiudono la sua vita, 1961-1989. Come se si trattasse di un congiunto defunto. Due turiste cinesi giocano con la storia, saltano ripetutamente a cavallo della linea: est-ovest, est-ovest, ridono divertite. Si chiamano Meiming e Lien e hanno 28 e 30 anni. Spiegano divertite che sono qui perché volevano vedere il muro che divideva la città e ora sono deluse di non trovarne più neppure un pezzettino: "La Grande Muraglia cinese è più resistente, è ancora in piedi", dicono sempre ridendo.

In verità, se non fosse per l'installazione dell'artista Yadegar Asisi, il Panorama Mauer, che da qualche anno offre una spettacolare ricostruzione panoramica della Berlino divisa, non c'è nulla in questo luogo che restituisca l'atmosfera dei momenti drammatici che si sono vissuti su questo incrocio tra la Friedrichstrasse e la Zimmerstrasse.

Un festival del kitch, sviluppatosi negli anni della rinascita dopo la riunificazione, quando la frenesia iconoclastica della ricostruzione ha fatto scempio di quarant'anni di storia della Berlino comunista, resti del Muro compresi. Tutti gli occhi erano concentrati sulla rinascita della Potsdamer Platz o sulla ricostruzione della Pariser Platz, attorno alla Porta di Brandeburgo, o sullo sviluppo del nuovo quartiere politico accanto al vecchio Reichstag. E nel disinteresse di tutti, amministrazione cittadina compresa, nella zona del Checkpoint Charlie multinazionali immobiliari compravano e vendevano.

Negli anni Novanta ebbe mano libera un'impresa che faceva capo alla Ronald S. Lauder, la società di cosmetici. Il progetto prevedeva la costruzione di cinque palazzi, alla fine ne vennero tirati su solo tre,  di cui uno firmato dall'architetto Philip Johnson. Gli altri non hanno particolare pregio stilistico. Ma siccome era impossibile buttare giù i vecchi edifici a ridosso del vecchio Muro, nel 2003 la società dichiarò fallimento. Quattro anni dopo la zona fu rilevata dall'irlandese Kannon Kirk. Non si è mai ben capito quel che gli irlandesi volessero fare. Per ammorbidire gli amministratori nei confronti di futuri, eventuali progetti immobiliari, decisero di dar vita a una nuova struttura proprio a ridosso dei sampietrini che ricordano il Muro. Su quella faglia storicamente sensibile si inventarono il Freedom Parks.

Già il nome non prometteva bene. Gli autori del progetto erano convinti che sarebbe stato uno spazio di intrattenimento del tutto compatibile con il significato storico del luogo. Sono passati sei anni, sono ancora cambiati i proprietari ma il sito del Checkpoint Charlie resta per ora un'occasione mancata. Otto grandi box di vetro, alcuni vuoti, uno riservato alla vendita di souvenir, un altro alla vendita di würstel, un altro ancora alle immancabili pizzette al taglio, tanto per ribadire la fama dello Snackpoint Charlie. Il brivido della storia costa pochi euro: tre per stampigliare su una moneta il simbolo della garritta militare, undici per accaparrarsi una maglietta con la stampa del famoso cartello che avvertiva della fine del settore americano, tra cinque e dieci per farsi fregare con i falsi pezzi di Muro prodotti in qualche fabbrica cinese. A piacere l'obolo per un selfie con i falsi soldati americani e sovietici. E d'altronde altri falsi soldati gigioneggiano di fronte alla Porta di Brandeburgo, assieme a Micky Maus e a uno stralunato Darth Valder. E questa banalizzazione turistica ha contagiato luoghi ancor più storici, come dimostra la tolleranza verso i falsi gladiatori al Colosseo di Roma.

Non era difficile immaginare che anche il Freedom Park sarebbe entrato a far parte di questa sorta di lunapark globale. I turisti non sembrano porsi troppi problemi. Il Checkpoint Charlie resta il sito più visitato dai 6 e passa milioni di turisti che ogni anno visitano Berlino, più della stessa Porta di Brandeburgo. E anche se di storico sono rimaste solo le foto d’epoca appese alle palizzate che circondano l'area del Black Box, una specie di mostra open-air di nessun pregio storico, è qui che i visitatori accorrono con l’illusione di respirare l'atmosfera della città divisa. Il museo degli Alleati, realizzato nel residenziale ma fuori mano distretto di Zehlendorf, vicino all'ex quartier generale americano, e che espone tra molti altri cimeli della guerra fredda il gabbiotto originale del Checkpoint Charlie, non attira più di 65 mila visitatori l'anno.

Così, i berlinesi storcono il naso ed evitano il Checkpoint Charlie mentre i turisti vi accorrono in massa, per nulla turbati dall’atmosfera artificiale e carnevalesca. "È la testimonianza di come Berlino non sia mai riuscita ad andare d’accordo con la memoria storica del Muro", ha commentato il quotidiano locale Morgenpost, "fin da quando, nei giorni immediatamente successivi alla sua caduta, l’ordine venuto dall’alto fu quello di demolire tutto, il più in fretta possibile".

Ora la palla è tornata al Senato di Berlino (l'organo che amministra la città) che, per non smentire la tradizione delle amministrazioni precedenti, si è già infilato in una matassa ingarbugliata. Prima si era accordato con la Trockland managment, che vanta un'opzione sull'acquisto dell'area (peraltro gravata da debiti), per il progetto immobiliare su 23 mila metri quadrati con supermercati, negozi, alberghi e abitazioni di lusso. Quando il piano è stato presentato all'opinione pubblica, sono fioccate così tante critiche che il Senato ha deciso di fare una mezza marcia indietro, sottraendo 6 mila metri quadrati all'edificazione per destinarli a un futuro museo della guerra fredda, per il quale non è chiaro chi sarà il costruttore (se l'amministrazione stessa o la Trockland) né chi lo gestirà e con quali criteri. Si è poi venuto a sapere che una parte delle azioni della Trockland sono in mano a familiari del defunto Saparmyrat Nyyazow, il dittatore che per quindici anni guidò con pugno di ferro il Turkmenistan facendosi chiamare "il padre di tutti i turkmeni". Intanto i ripensamenti del Senato hanno infastidito i manager di Trockland che hanno accusato di "inaffidabilità" la politica berlinese e minacciato di lasciar cadere l'opzione di acquisto. E con essa un bel gruzzolo di denaro di cui le indebitate casse pubbliche berlinesi avrebbero enormemente bisogno.

Nei prossimi mesi si vedrà come andrà a finire questa ennesima telenovela sul Checkpoint Charlie. Nel frattempo il lunapark continua e chi volesse farsi un'idea di quel che accadeva nel punto più sensibile dei quarant'anni di guerra fredda, farebbe bene a fare come i berlinesi: girare alla larga da questa geografia della memoria banalizzata.

Pubblicato su O Magazine