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Belgrado, Europa

A giorni l'avvio dei negoziati per l'adesione della Serbia all'Ue. Non sarà un cammino indolore. Lo scoglio del Kosovo continuerà a pesare. Intanto, cresce l'ipotesi di voto anticipato. 

(Scritto per Il Manifesto)

Belgrado, la cittadella ottomana (Archivio Rassegna Est)
Belgrado, la cittadella ottomana (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Tra una set­ti­mana esatta, il 21 gen­naio, la Ser­bia avvierà i nego­ziati d’adesione con l’Ue. L’appuntamento viene defi­nito «sto­rico». In effetti segna la fine di un per­corso durante il quale la Ser­bia s’è riscat­tata agli occhi dell’opinione pub­blica euro­pea e inter­na­zio­nale, riu­scendo a restare in equi­li­brio, con la barra pun­tata su Bru­xel­les, anche quando ha dovuto rispon­dere a prove sen­si­bi­lis­sime. È il caso della con­se­gna alla giu­sti­zia inter­na­zio­nale di Rado­van Kara­d­zic, Ratko Mla­dic e Goran Had­zic. È il caso dei recenti accordi sulla nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti con il Kosovo, ancora con­di­zio­nati dai retaggi del con­flitto del 1998–1999 e dall’indipendenza uni­la­te­rale pro­cla­mata da Pri­stina nel 2008.

L'economia serba nel 2014-2018
L'economia serba nel 2014-2018

Il para­dosso, se così si può dire, è che Bel­grado taglia que­sto tra­guardo con un assetto poli­tico segnato dal domi­nio del par­tito socia­li­sta (Sps) e di quello pro­gres­si­sta (Sns), a tra­zione nazionalista-conservatrice. L’uno esprime il capo del governo, Ivica Dacic, che in pas­sato fu por­ta­voce di Milo­se­vic. L’altro è stato fon­dato dal pre­si­dente della repub­blica Tomi­slav Niko­lic, a lungo vice del capo­po­polo della destra oltran­zi­sta Voji­slav Seselj, con cui però ruppe qual­che anno fa, con­ver­gendo sull’opzione europeista. Quando i due sali­rono sulla plan­cia di comando si disse che la Ser­bia sarebbe ripiom­bata nel pas­sato e che gli sforzi com­piuti in nome della causa euro­pea dall’ex capo di stato Boris Tadic sareb­bero stati bru­ciati rapi­da­mente. Non è andata così.

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