Vai al contenuto

Sirtaki baltico

Nella trattative sulla Grecia le Repubbliche Baltiche si sono distinte per la posizione più intransigente. Ecco il perché.

La piazza centrale di Tallin sotto la neve (Archivio Rassegna Est)
La piazza centrale di Tallin sotto la neve (Archivio Rassegna Est)

di Stefano Grazioli
Scritto per Linkiesta

Se fosse per loro Atene potrebbe sprofondare nel mare di debiti. Piccoli e agguerriti, costituiscono l’ala più intransigente dell’Unione Europea, quella che vedrebbe volentieri Alexis Tsipras e compagni affogare metaforicamente nell’Egeo. E meglio prima che poi. Vista dal Nord, dai Paesi baltici, la crisi greca è ridotta ai minimi termini: chi non vuole fare riforme, non può pretendere di essere salvato, quindi che Atene vada pure in bancarotta, costi quello che costi. Estonia, Lettonia e Lituania, le ex tigri baltiche che negli ultimi tre lustri hanno cavalcato la crescita per poi impiantarsi come tutti e forse più con il terremoto finanziario del 2008/2009, hanno avuto un po’ tutte lo stesso destino e dopo aver stretto bene la cinghia sono ora in fase di ripresa.

L’idea che la Grecia continui a tendere la mano e negli ultimi cinque mesi non sia arrivato un compromesso soddisfacente ha fatto saltare i nervi sul Baltico. Prima di tutto alla Lady di ferro della Lituania, la presidente Dalia Grybauskaite, che un paio di giorni fa ha Bruxelles ha inveito contro i greci e la loro tendenza a procrastinare sempre tutto. «Per il governo greco è sempre domani», ha detto la Grybauskaite in lingua inglese davanti alle telecamere di mezzo mondo. Utilizzando però al posto del british “tomorrow” lo spagnolo “magnana”. Chissà perché. L’impressione è che da diligente nordica ce l’avesse un po’ con i fannulloni del sud. Poco importa se greci, spagnoli o italiani.

Più istituzionale è stato invece in questi giorni il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario europeo per l’Euro, che data la sua posizione ha dovuto per forza mediare ed evitare i toni bellicosi del ministro delle finanze a Riga, nonché suo collega di partito, Janis Reirs, una delle voci più critiche dell’Eurogruppo. Già nel 2012 la Lettonia si era dichiarata per un’uscita della Grecia dalla Moneta unica. Lo stesso vale per l’Estonia, dove il primo ministro estone Tavi Rooivas ha lanciato via Twitter l’idea di tenere un referendum per vedere se gli estoni sono disposti ad aprire ancora il portafoglio per i greci vicini al collasso. Insomma, gli ultimi arrivati nell’Euro (Estonia 2011, Lettonia 2013 e Lituania 2015) sono in prima fila per buttar fuori la Grecia, entrata dopo la prima ondata nel 2001.

L’atteggiamento dei Baltici si spiega in maniera semplice: le tre repubbliche ex sovietiche hanno affrontato le crisi a casa propria mettendo in atto le ricette di austerità consigliate da Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale senza che l’elettorato facesse una piega. Crollo del pil, disoccupazione in ascesa, inflazione e via dicendo sono state accettate senza troppe proteste e solo in Lettonia si è assistito per un breve periodo a proteste che però si sono esaurite senza terremoti. Per stare nei cliché, è stata la capacità di sofferenza delle popolazione nordiche, unita allo storico masochismo di stampo sovietico, a permettere ai governi baltici di percorrere la dura via delle riforme che i greci non sono ancora disposti ad accettare.

Per la gente del Baltico, dopo i sacrifici fatti negli ultimi anni, sarebbe quindi difficile digerire il prossimo pacchetto di aiuti di altri 50 miliardi ad Atene e i governi avrebbero difficoltà a spiegare ai propri elettori la presunta disparità di trattamento. Grybauskaite e colleghi, gli stessi che si sono impuntati su un altro tema delicato che sta spaccando l’Ue, quello delle quote dei profughi, se ne infischiano della solidarietà e di quell’idea di Europa che in fondo li ha portati ad essere velocemente integrati nell’architettura continentale. Inoltre, sempre per ragioni di consenso interno, non danno troppo retta alle pressioni che arrivano da Oltreoceano per salvare la Grecia. I consigli di Barack Obama ad Angela Merkel e la stessa giravolta del Fondo monetario internazionale, che ha ammesso qualche colpa e ora suggerisce il taglio del debito, contrastano con la posizione dura delineatasi sull’asse Tallinn-Riga-Vilnius.

E pensare che dopo essere entrato nella Nato nel 2004, il trio baltico ha sempre accolto a braccia aperte i suggerimenti a stelle e strisce, soprattutto in chiave antirussa e a maggior ragione con l’avvento della crisi ucraina. Ma in quella greca Mosca conta poco, allo stesso modo di quanto è ininfluente l’ira della Grybauskaite contro Atene. Alla fine dei conti le decisioni verranno prese tra Berlino e Parigi con l’aiutino di Washington, a cui mancherebbe solo che Atene uscisse dall’Unione e magari pure dalla Nato, fagocitata da Russia e Cina. La Grecia è entrata nell’Euro grazie a una decisione politica e allo stesso modo, da quello che sembra ora, sarà tenuta dentro. Con tutte le conseguenze prevedibili e per evitare quelle imprevedibili.

Leggi anche:

I piccoli Merkel dell'Est

1 pensiero su “Sirtaki baltico

  1. Dario Qu

    Sarebbe carino spiegare ai Baltici che la solidarietà funziona in due sensi. Quando avranno i carriarmati russi ai confini, non si stupiscano se faremo spallucce...

Lascia un commento