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Difficoltà persistenti nei rapporti con gli Stati Uniti, sempre maggiore sintonia con la Cina. Così a grandi linee potevano essere definite le relazioni della Russia con i due grandi player sulla scacchiera geopolitica mondiale alla fine del 2019. Improbabile che la pandemia in corso possa cambiare in fretta questi equilibri, che rimarranno teoricamente variabili e comunque più dipendenti da altri fattori che non dal coronavirus che prima o poi sarà sotto controllo. Anche la crisi economica che stanno e dovranno affrontare tutti gli attori in questione non sarà decisiva nello spostare la strategia del Cremlino sul breve e medio periodo: con Vladimir Putin in carica sino almeno al 2024, e l'eventuale opzione di un prolungamento offerta dalle riforme costituzionali temporaneamente congelate causa Covid 19, non ci saranno cambiamenti in una prospettiva che da Mosca considera Washington più un un avversario che un partner e Pechino un alleato sempre più stretto. Continua su Startmag Magazine

Prima il ministro degli Esteri socialdemocratico, cioè il partito più sensibile ai buoni rapporti con Mosca, poi la ministra della Difesa, che fino al prossimo congresso resta pur sempre la leader della Cdu: domenica Heiko Maas e Annegret Kramp-Karrenbauer hanno alzato l’asticella delle pressioni su Putin, minacciando di rimettere in discussione l’accordo sul gasdotto Nord Stream 2 se dalla Russia non arriveranno nei prossimi giorni chiari segnali di collaborazione sull’avvelenamento dell’esponente dell’opposizione Alexej Navalny, ricoverato in coma alla Charité di Berlino. Continua su Startmag

Con la forte reazione di Angela Merkel all’avvelenamento dell’oppositore russo Aleksej Navalny, ora certificato dai medici della Charité di Berlino che cercano di strapparlo alla morte, la Germania ha risvegliato grandi attese: se le parole indirizzate a Vladimir Putin non vogliono restare un mero esercizio di politica simbolica, la cancelliera deve rinunciare al progetto di Nord Stream 2, il contestato (all’estero) raddoppio del gasdotto sotto il Mar Baltico. Continua su Startmag

Il governo tedesco appare più ottimista sulla capacità dell’economia di riprendersi dopo le settimane di lockdown dovute alla prima ondata del covid. Le nuove stime per il 2020 presentate ieri dal ministro Peter Altmaier, contengono la diminuzione del Pil al 5,8%, mezzo punto in meno rispetto al -6,3 previsto qualche mese fa. Si tratta sempre di un calo consistente, che supererebbe seppur di un decimale appena quello storico del 2009, anno della crisi finanziaria globale, quando il Pil retrocesse del 5,7%. Ma è il segnale che la ripresa, dopo il periodo del blocco quasi totale, è più veloce del previsto e dunque la recessione sarà meno profonda di quanto si temeva. Continua su Startmag

Alla fine è successo, senza che neppure ci fosse la grave crisi economica che ogni tanto qualche esperto paventava. I bielorussi si sono stufati di Aleksander Lukashenko, il padre padrone al potere da 26 anni, dal lontano 1994, un tempo infinito anche per l’immobile Bielorussia. È accaduto all’improvviso, sebbene i sintomi della stanchezza fossero presenti ormai da tempo nella società. Un crollo di popolarità forse anche accelerato dalla pessima gestione dell’emergenza covid, che Lukashenko ha fronteggiato con sfrontatezza, seminando incertezza e spavento. E questa volta non ci sono le milizie che tengano, la disaffezione si è estesa dai piccoli ceti intellettuali e artistici ad ampie fasce della popolazione, e dalla capitale alla provincia, dalle università ai kombinat industriali e agricoli, agli uffici dell’amministrazione pubblica. L’unica incognita è ora legata alle mosse di Putin, che ha promesso aiuti, naturalmente senza lasciar intendere di che tipo saranno. La Russia non può fare a meno della Bielorussia, ma non è detto che Putin non possa fare a meno di Lukashenko. Continua su Startmag