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Günter Schabowski, si può dire, è l’uomo che aprì il muro. La sera del 9 novembre 1989, in una conferenza di fronte alla stampa estera, mentre fuori il regime già vacillava e i cittadini dell’intera Ddr avevano ormai occupato le piazze e le strade del paese, e premevano su quel muro e su quelle frontiere perché cadessero, una volta per tutte, lui, Günter Schabowski, uno dei triumviri che qualche settimana prima avevano defenestrato Erich Honecker, quel muro lo aprì. Con due parole divenute leggendarie anche nella loro versione tedesca: “Ab sofort, da subito”. Da subito i cittadini della Ddr avrebbero potuto lasciare il proprio paese: due parole in risposta alle domande dell’ex corrispondente italiano dell’Ansa, Riccardo Ehrmann, giunto in ritardo alla conferenza e per questo appollaiatosi sulle scale sotto il palco. Sono passati venti anni e una lunga catena di vicende personali ha portato Schabowski su lidi distanti da quelli che aveva frequentato fino a quella notte. Oggi come allora, si ritrova in una sala gremita di giornalisti. Ancora una volta, giornalisti stranieri, affiliati all’Associazione stampa estera tedesca. C’è un ventennio da raccontare, gli anni passati in carcere, la voglia di capire, lo sforzo della riflessione, i libri scritti, l’abbandono del comunismo, il viaggio intellettuale in mare aperto chissà dove ma sicuramente lontano dal molo di partenza. ...continua a leggere "SCHABOWSKI, L’UOMO CHE FECE CADERE IL MURO"

Il sabato notte, gelido e invernale, di Riga è rischiarato dalle vetrine sempre illuminate del McDonald’s, all’incrocio più centrale della città vecchia, tra la pedonale Kalku iela e il trafficatissimo Basteja bulvaris, dove auto e taxi fanno a gara con i tram ma poi inchiodano rispettosamente davanti alle strisce pedonali più lunghe che abbia mai visto. E’ un po’ il centro della movida lettone, tra il pilone illuminato della pubblicità di una famosa cioccolata locale dove le ragazze del posto danno appuntamento ai turisti dell’amore per non fargli sapere dove abitano, il ponte pedonale sul canale Pistelas, la statua della libertà simbolo dell’indipendenza e, appunto, la Kalku iela, la via dello struscio che s’infila nel dedalo di vicoli e piazzette del centro storico. Per tutta la notte, anche d’inverno, quando il gelo e la neve smorzano gli entusiasmi della nuova gioventù lettone, il McDonald’s sforna, sottoforma di cheesburger e fried chips, il mito americano della trasgressione e della libertà. Fuori c’è sempre una lunga fila e anche all’alba, quando l’ora invoglierebbe più a una prima colazione che al pollo fritto in salsa barbecue, c’è sempre qualche nottambulo che s’attarda di fronte al bancone e ai McMenù fosforescenti. Mentre in altri angoli della nuova Europa il sogno americano ha ormai consumato la sua inevitabile parabola, qui, nel cuore dei Paesi Baltici resiste più forte che mai. Più che l’Europa è l’America l’antitodo alla vicina Russia e addentare un hamburger è un po’ come immunizzarsi dal virus di Mosca. ...continua a leggere "L’INATTESO DECLINO DELLE TIGRI BALTICHE"

Nello stesso giorno l’ultima mano di vernice allo stadio, il taglio del nastro e l’amichevole di lusso. Per gli outsider orientali del calcio berlinese comincia una nuova storia. Parliamo della seconda squadra di Berlino, l’1. Fc Union Berlin, messa in ombra nell’ultimo ventennio dall’ascesa dei cugini occidentali dell’Hertha, tornati a disputare campionati di buon livello in Bundesliga grazie ai potenti investimenti di grandi gruppi industriali tedeschi. Ai supporter dell’Union, invece, bastano le mani e l’orgoglio. Il secondo è servito a tener duro negli anni bui, le prime hanno lavorato duramente per ristrutturare lo stadio di casa.

Ha un nome romantico, An der Alten Försterei, letteralmente “alla vecchia foresteria”, un nido del football che sembra uscito dagli almanacchi storici del calcio inglese, con le tribune a ridosso del terreno di gioco e un tabellone azionato a mano, con i numeri dei gol stampati sul cartone che scorrono come su un vecchio calendario ingiallito. Un pezzo originale di Ostalgie rivisitato però vent’anni dopo la caduta del muro, tempi in cui anche all’est, se si vuole, è possibile realizzare i propri sogni.

Il riscatto di questo mito calcistico della Germania orientale corre sul doppio binario di una società rimessa in sesto dopo i bilanci in rosso degli anni passati da un presidente che ha passato la sua giovinezza sui gradoni dell’Alte Försterei e di una tifoseria genuina che ha saputo rinverdire la fama ribelle e alternativa che l’accompagnava anche negli anni della Ddr. Così nell’anno calcistico 2008-2009, gli undici in campo hanno riportato la squadra in seconda Bundesliga, la nostra serie B, vincendo con tre giornate d’anticipo il campionato regionale zeppo di vecchie glorie della Ddr come Carl Zeiss Jena o Dinamo Dresda. E migliaia di tifosi al sabato riempivano lo Jahn-Sportparkstadion del quartiere di Prenzlauer Berg, un tempo dimora dell’odiata Dinamo Berlino, la squadra della Stasi, e la domenica si presentavano puntualmente all’Alte Försterei con picconi, trapani e cazzole per rimettere in sesto il loro vecchio stadio.

Una lista lunga duemila nomi - meglio soprannomi - comuni, come Benni o Mulli o Kalle o Schnalle, nomignoli da classe operaia, appena usciti dalle case del quartiere Köpenick, estrema periferia orientale di Berlino, dove si trova lo stadio della foresteria e l’anima profonda di questa squadra-famiglia. Tifosi artigiani, carpentieri di professione o volontari del cemento che per 365 giorni hanno regalato il loro tempo libero per rimettere in ordine uno stadio glorioso che se ne veniva giù a pezzi. Avevano atteso i soldi del comune, sempre promessi e mai arrivati, e alla fine hanno deciso di seguire l’esempio del presidente: rimboccarsi le maniche e far da soli. E chi non aveva alle spalle una carriera di muratore ha contribuito alla causa preparando cibo e dolci, portarndo birra e wodka per sostenere gli eroi veri, quelli che in un anno hanno buttato giù le vecchie gradinate e innalzato uno stadio nuovo di zecca.

Così quando l’Union squadra è salita in seconda serie, i giornali nazionali hanno voltato lo sguardo verso questo angolo di Berlino est e hanno scoperto che il miracolo era dietro i successi sul campo. Lì, sul rettangolo di gioco dello Jahn-Sportparkstadion temporaneamente usurpato ai nemici della Stasi, segnavano nomi sconosciuti al grande calcio e qualche chilometro più in là, all’Alte Försterei, altri nomi sconosciuti davano di gomito per costruire quello che la politica aveva promesso e mai dato. Così, quando alla fine è arrivato un piccolo contributo dal comune, i tifosi-muratori hanno continuato a far da sé, senza ricorrere ad alcuna ditta specializzata, se non per l’installazione della copertura, operazione troppo delicata anche per i professionisti.

Sembra il lieto fine di un film di Ken Loch o di un libro di Nick Hornby, con la squadra operaia che va in paradiso e i tifosi-lavoratori che si godono le partite stretti in piedi sui nuovi gradoni dello stadio. Tra fuochi pirotecnici e vecchia passione, la notte di Köpenick regala emozioni indimenticabili. Per la partita di inaugurazione è stata invitata proprio l’altra squadra di Berlino, l’Hertha, per rispolverare un derby che mancava dal 1990. Gossy è uno dei capisquadra che ha guidato la pattuglia di volontari nei lavori. Strabuzza gli occhi mentre distribuisce pacche sulle spalle alle decine di tifosi che vengono a fargli gli auguri. Per tutti ha una parola di incitamento, come fosse ancora sul cantiere. «Dei giornalisti sono venuti a chiedermi se ogni volontario ha ricevuto un biglietto omaggio per questa festa. Gli ho risposto: ma ci avete visto in faccia? Noi siamo quelli che hanno costruito lo stadio, i biglietti ce li siamo comprati e pagati. A noi basta questo monumento qua».

Il monumento è una stele di ferro su cui campeggia un grande elmo da operaio rosso fiammante come i colori dell’Union. Sulla stele sono stampigliati, a futura memoria, tutti i nomi dei tifosi operai che hanno prestato la loro opera all’impresa. «Si è trattato soprattutto dei tifosi della vecchia generazione», spiega con un po’ di rammarico Jens-Martin, 42 anni, che scelse l’Union perché era la squadra ribelle che non piaceva al regime. «Le nuove leve del tifo sono di pasta diversa, subiscono il mito ultras, stanno un po’ cambiando la natura del nostro pubblico. Noi amiamo ancora tifare all’inglese, senza guide prestabilite. A uno gli viene in mente un coro, parte e gli altri seguono. Non ci sono tabelle prestabilite». Più un tifo "per" che un tifo "contro". Un esempio? «Una volta avevamo una certa simpatia con l’Hertha», ricorda Jens-Martin «cantavamo Union e Herta unite perché loro erano quelli dell’ovest e la cosa faceva arrabbiare i capi della Ddr. Poi negli ultimi anni gli occidentali hanno avuto soldi e investimenti, sono cresciuti e hanno fatto proseliti anche qui da noi. E questo ha raffreddato i rapporti».

Il tifo all’inglese è un po’ una fissa qui a Köpenick. Lo stadio è bello e spartano, rifatto per tre quarti. Resta solo da rinnovare la tribuna centrale. Il progetto finale prevede una facciata monumentale, in mattoni rossi, con il logo della squadra come frontale esterno e dentro una gradinata spiovente sul campo da gioco. Si attendono nuovi soldi per completare il lavoro: più british di così! Questa stella dell’est ha i suoi miti e le sue tradizioni, che non vuol svendere a nessuno, neppure ai nuovi sponsor che oggi accorrono con sonanti contributi e con la promessa di portare l’Union ancora più in alto. Loro sono gli Eisern, uomini di ferro, capaci di gridare dal primo all’ultimo minuto e poi ridere (o più spesso piangere) per i risultati della propria squadra. Anche oggi va così, alla fine vincerà l’Hertha, 5 a 3, ma la festa è tutta per il nuovo miracolo di Köpenick, lo stadio costruito dai tifosi.

Tutto serve a rinforzare la fede: le sconfitte rendono più forti, e più ne arrivano, più gli Eisern diventano tosti. Ma anche le vittorie hanno un sapore speciale: il tabellone manuale è un cimelio stretto in una torretta di mattoni rossi tra la gradinata e la curva dei tifosi locali. Oggi che un nuovo tabellone elettronico annuncia anche all’Alte Försterei i tempi del calcio moderno, quel vecchio reperto del calcio che fu è fissato per sempre su un risultato storico: l’8 a 0 rifilato un paio di anni fa nell’Oberliga, una serie minore, ai nemici di sempre, quella Dinamo Berlino un tempo vezzeggiata dalla Stasi e nel cui stadio è stata festeggiata quest’anno la promozione in seconda serie. Quando i giocatori in biancorosso entrano sul terreno di gioco, i tifosi intonano sciarpe al vento l’inno della squadra. È una canzone rock tostissima, scritta e cantata da una fan d’eccezione, anche lei un pezzo di storia della Germania est: Nina Hagen. Fin da quando aveva quattro anni, saltellava il sabato pomeriggio tra le ginocchia del padre e le gradinate dell’Alte Försterei. Perché di ferro si diventa, dell’Union si nasce.

Da quando l'Albania ha imboccato la strada per diventare un paese normale, uscendo dalle cronache dell'emergenza e della criminalità, ci siamo dimenticati di loro. Degli albanesi e delle loro vicende, così intrecciate alle nostre per motivi storici e geografici. Lei, invece, non si è dimenticata di noi. Mesila Doda, oggi trentottenne candidata del Partito democratico che in Albania è il raggruppamento di centrodestra affiliato al Ppe, ricorda bene l'Italia e gli anni trascorsi nel nostro paese.

Mesila è l'incarnazione del nuovo corso della politica albanese. E' inserita nelle liste bloccate del partito come rappresentante di una doppia novità: i giovani della diaspora rientrati nel proprio paese carichi di curricula eccellenti maturati all'estero e oggi esibiti dai partiti come fiori all'occhiello e le donne catapultate sulla scena politica attraverso la contestata, ma a volte necessaria, politica delle quote rosa. Giovane e donna, Mesila percorre, più in lungo che in largo, il paese balcanico saltando da una manifestazione all'altra, da un incontro a un altro, per spiegare agli elettori che la manderanno in parlamento le ragioni di una svolta necessaria per proseguire il cammino verso la normalità e l'Unione Europea.

Mesila è rientrata in patria da più di dieci anni, è stata fra i primi della sua generazione a percorrere a ritroso il viaggio della speranza che agli inizi degli anni Novanta l'aveva portata in occidente. Nella sua pagina su Facebook, tra le immagini in bianco e nero, spicca una foto sbiadita dei tempi dell'università a Tirana: un gruppo di ragazzi raccolti in semicerchio, aria scanzonata e sguardi sognanti, immortalati in una pausa tra le manifestazioni che fecero vacillare il regime comunista di Ramiz Alia. Qualche giorno dopo avrebbero buttato giù la statua gigante del tiranno Enver Hoxa, dando il via all'ottantanove albanese, due anni in ritardo rispetto alla tabella di marcia dell'est europeo.

Qualche settimana dopo, era il marzo 1991, Mesila era un puntino biondo pigiato su una delle carrette del mare che nella foschia delle prime luci dell'alba apparirono all'imbocco del canale Pigonati, l'ingresso al porto interno della città di Brindisi. “C'è un ricordo preciso che non potrò mai dimenticare”, racconta Mesila “era stato un viaggio orribile, per tutta la notte il mare scuro e agitato sembrava volerci inghiottire per sempre, mentre gli stomaci ballavano e la gente stretta fino all'inverosimile stava male. Ma appena cominciò a far chiaro vedemmo da lontano la terra e avvicinandoci a quel porto le acque si calmarono e gli stomaci si quietarono. Quando entrammo venimmo avvolti da un buon odore, un odore di bucato”.

In quella prima ondata, ventottomila persone stipate su navi arrugginite e sbarcate sui moli di Brindisi nell'arco di ventiquattrore, gli studenti sfuggiti alla repressione del regime erano tantissimi. Avevano dato il via alla rivoluzione che avrebbe in pochi mesi corroso il comunismo albanese, ma intanto scappavano. Mesila ebbe fortuna. Il suo status particolare non le concesse l'asilo politico, ma le permise di restare in Italia e di riprendere gli studi. Un primo ricovero in Umbria, poi Napoli, infine Roma. “All'inizio ero confusa, da una finestra a Napoli guardavo il golfo e a casa raccontavo che in lontananza vedevo l'Etna. Ovviamente era il Vesuvio”. A Roma incontra il mondo del volontariato cattolico, la lingua italiana ormai fila che è una bellezza e trova un impiego nei servizi radiofonici di Radio Vaticana. Quindi si iscrive alla facoltà di filosofia. A Tirana frequentava economia e i corsi di marxismo-leninismo che ora, nel nuovo mondo, non le servivano più: “In tanti ci siamo ritrovati con un bagaglio culturale ormai inutilizzabile. Ma era finalmente arrivato il momento di aprirsi a nuovi orizzonti. Avevamo lottato per questo”.

Tornare in Albania è sempre stato il suo obiettivo: studiare all'estero, maturare un'esperienza nuova da spendere poi per la rinascita del suo paese. Incassata la laurea, Mesila prende finalmente la strada del ritorno, per riallacciare il filo con il suo passato. Dalla rivolta contro il regime comunista all'impegno per un'Albania moderna, capace di camminare senza complessi verso un futuro europeo. Lo sbarco in politica, però, non è immediato. Esperienze amministrativa in uno staff ministeriale e alla presidenza del Consiglio, poi nell'ambasciata italiana, quindi la decisione di fondare una società di sondaggi a Tirana e il lavoro giornalistico come opinionista su quotidiani e tv: “Per voler cambiare una società, prima bisogna studiarla, capirla a fondo, indagarla nelle sue tante sfaccettature”. Nel frattempo l'Albania vive la delusione dell'arricchimento facile: alla fine degli anni Novanta crollano le piramidi finanziarie, inghiottendo soldi e risparmi dei cittadini. Poi le turbolenze della guerra in Kosovo, durante la quale Tirana consolida il proprio ruolo strategico di base occidentale nei Balcani. Quindi la ripresa, con l'assestamento della vita politica che, lentamente, guadagna una certa stabilità. Sali Berisha riprende saldamente la guida del centrodestra, a capo del partito democratico, consolida i legami con il Partito popolare europeo abbracciando la strategia di un popolarismo moderato di stampo europeo. A sinistra tramonta l'era dei post-comunisti, si spegne la stella di Fatos Nano e nasce quella di Edi Rama, l'architetto sindaco di Tirana che rimodella la capitale demolendone la patina di provvisorietà e proponendola come modello di una rinascita balcanica.

I segnali del cambiamento sono tanti, anche se convivono con le malattie del passato, corruzione, criminalità, traffici illeciti. L'Albania è oggi un paese incamminato verso la normalità, fra i più stabili dell'area balcanica, con una crescita economica dovuta agli investimenti stranieri e non più alle speculazioni finanziarie: più sei per cento negli ultimi tre anni e nel 2008, prima che la crisi globale piombasse anche qui, il reddito pro capite ha raggiunto i 4102 dollari rispetto ai 2342 del 2004. Valona non è più la capitale degli scafisti, una piaga debellata, ma punta a diventare il polo energetico del paese. “Bisogna ammettere che i politici tradizionali hanno imparato la lezione dei primi anni di democrazia e negli ultimi tempi hanno lavorato sodo”, dice Mesila mentre percorre in auto una delle nuove strade in direzione Tirana, dove in serata il partito di Berisha concluderà con una grande manifestazione la campagna elettorale.

Domani si vota, dopo una competizione molto dura, nella quale non sono mancati episodi preoccupanti come l'assassinio di due candidati e altri episodi di violenza. Ma rispetto agli anni passati il clima sembra meno acceso, tra le polemiche fanno capolino anche i programmi, il confronto lascia spazio alle argomentazioni. Anche qui la politica è diventata mediatica, gli slogan prendono il sopravvento, si cerca di impressionare gli elettori con colpi ad effetto. Berisha ha inaugurato la nuova superstrada Durazzo-Kukes anche se molto resta ancora da completare: un'arteria fondamentale per il futuro della mobilità albanese, un'opera di importanza paragonabile a quella dell'Autostrada del Sole, i cui costi sono aumentati man mano che la costruzione andava avanti. Storie di corruzione, dicono i suoi avversari ma, fosse vero, anche qui niente di diverso rispetto a quanto accade in occidente. Intanto si tratta di un'opera strategica, che punta a convogliare il traffico commerciale dei Balcani verso il porto di Durazzo e, con un prolungamento a sud, anche verso quello di Valona. Ne beneficierà anche l'Italia, giacché questi due terminali sono collegati quotidianamente con Bari e Brindisi.

Berisha mostra anche i lustrini del cresciuto ruolo internazionale del paese, entrato di recente assieme alla Croazia nella Nato, mentre i socialisti gli rinfacciano il recente stop dell'Ue all'abolizione dei visti per i cittadini albanesi. Due mesi fa, invece, la richiesta ufficiale di adesione all'Unione. Berisha rilancia. Gli albanesi ci diranno se si sono convinti a rinnovargli la fiducia.