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Attacco alla Russia

Quelli di Volgograd sono stati solo l'ennesimo esempio di attacco terroristico di matrice islamica praticato nella Federazione. Un problema enorme, per Putin. E non facilmente risolvibile. 

(Scritto per Linkiesta)

Putin a Volgograd (Wikipedia)

di Stefano Grazioli

La scia di sangue è lunga. Le decine di vittime degli attentati di domenica e lunedì nella metropoli di Volgograd, la ex Stalingrado, sono solo le ultime di una serie che pare infinita e che solo a corrente alternata fa capolino sulle cronache dei media occidentali. È sbagliato raccontare oggi che il terrore ritorna in Russia, la realtà è che non se ne è mai andato. Che ora i riflettori siano già puntati sui Giochi olimpici di Sochi, sul Mar Nero e a due passi dalle repubbliche caucasiche più inquiete, è solo una coincidenza che fa della Russia un palcoscenico dove i terroristi vogliono giocare soprattutto adesso un ruolo primario. Vladimir Putin ha assicurato che le Olimpiadi che si terranno dal 7 al 23 febbraio sono sicure e probabilmente sarà davvero così. Il problema è quello che accadrà prima e dopo, non solo a Soci, ma nel resto della Federazione Russa.

Gli attacchi kamikaze degli ultimi tre mesi a Volgograd sono in sostanza la punta di un iceberg che ha la sua base nel conflitto che logora il sud della Russia (cioè il Caucaso del nord) da quando l’Urss si è smembrata nel 1991. Ma le radici dell’indipendentismo e dei conflitti interetnici e interreligiosi, dalle quali si è sviluppato poi nel terzo millennio il terrorismo radicale islamico legato ad Al Qaeda, sono ancora più profonde e per indagarle bisogna risalire indietro di un paio di secoli. Da Imam Shamil, il capo della resistenza caucasica di fronte agli zar nel XIX secolo, ai signori della guerra tra la prima e la seconda guerra cecena (1994-1996 e 1999-2000) il passo è però più breve di quello che si possa pensare.

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