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Pax russa?

La mediazione russa per lo smantellamento dell'arsenale chimico siriano è una mossa utile a "comprare tempo" e riportare gli americani al tavolo dei negoziati. Per Putin la trattativa diretta con Obama è l'unico modo per gestire la crisi a Damasco.

(Scritto per Europa)

Putin al G20 (kremlin.ru)

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di Matteo Tacconi

Mosca ha afferrato al volo l’occasione offerta lunedì dal segretario di stato americano John Kerry, secondo il quale Damasco, se intende evitare lo strike, deve distruggere il proprio arsenale chimico. Lo stesso giorno il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ricevendo l’omologo siriano Walid al-Moualem, ha esortato il paese arabo a conformarsi a questa opzione.

Due, secondo Lavrov, i passi da seguire. Primo: assicurare il monitoraggio internazionale sui depositi (sarebbero almeno una cinquantina). Secondo: eliminare le armi secondo gli schemi dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw), alla quale la Siria, che non ne fa parte, deve aderire. Walid al-Moualem ha accettato, sebbene il suo governo abbia sempre negato l’esistenza di queste stesse armi. Mentre Putin, da parte sua, ne ha imputato l’uso ai soli ribelli.

Smantellare i depositi di armi nervine è tecnicamente complesso, quasi impossibile. Mosca, facendo sua questa opzione, punta più che altro a evitare lo strike occidentale 

In ogni caso il progetto è tecnicamente complesso, al limite dell’irrealizzabile. Time ha riportato una stima del Pentagono, tracciata sulla base di un attacco, in virtù della quale la distruzione dei depositi renderebbe necessario l’impiego di 75mila militari. Certo, se Damasco collaborasse servirebbero meno uomini. Ma gli specialisti internazionali da inviare sul campo sarebbero comunque tanti e tempi necessari all’operazione piuttosto lunghi. Ne consegue che la proposta russa, più che guardare a questo aspetto, è orientata verso altre finalità. Da una parte si tratta di evitare l’intervento occidentale. Mosca correrebbe il pericolo di perdere il tassello strategico siriano, irrinunciabile avamposto sul Mediterraneo e sullo scenario mediorientale. Dall’altra c’è l’obiettivo di comprare tempo e ritornare al tavolo delle trattative con gli americani, interrotte dopo il presunto attacco chimico perpetrato da Damasco lo scorso 21 agosto.

I russi non vogliono passare dall'Onu, se questo significasse ripetere il copione libico. L'unica strada è quella del negoziato diretto con Washington

Per i russi il dialogo con gli Stati Uniti è l’unica soluzione, tenendo conto di come Putin non abbia la minima intenzione di passare dall’Onu, se questo significasse ripetere il copione libico, quando gli occidentali, a sentire il Cremlino, manipolarono il mandato del Consiglio di sicurezza (Mosca si astenne) e usarono la forza non per difendere la popolazione civile, ma per liquidare Gheddafi. Non è un caso che ieri la Russia ha bocciato il documento che la diplomazia francese ha presentato al palazzo di vetro, che impone a Damasco di smantellare il suo arsenale militare, pena l’uso della forza.

I russi vogliono trattare con gli americani, si diceva. E qui si apre un’altra lettura. Qualcuno vede nella proposta snocciolata da Lavrov un modo per approfittare delle difficoltà incontrate dalla Casa Bianca – no di Londra all’intervento, opinione pubblica contraria, rischio di andare sotto al Congresso – e mettere Obama spalle al muro, coronando uno sforzo, profuso da tempo, intento a indebolire il primato globale statunitense e riconquistare spazio di manovra.

Può darsi che le cose stiano così, come che la fotografia sia meno netta. È che l’opzione Lavrov, paradossalmente, può essere vista anche come una forma di soccorso – invocata implicitamente dalle parole enunciate lunedì da Kerry – prestata a Obama, che in questo modo può temporeggiare e uscire dal vicolo cieco in cui s’è cacciato. I russi, malgrado tutti i recenti dissidi con gli americani (da ultimo il caso Snowden) e le incomprensioni a livello di politica internazionale, sono infatti consapevoli che non ci si può solo opporre ma si deve anche proporre e che l’interlocutore, in questo caso, non può che essere Washington.

Il Cremlino non si fida della Casa Bianca, e viceversa. Ma da ambo le parti si è consapevoli che il compromesso è forse l'unica via di uscita

Da parte americana Mosca non ispira fiducia e ogni volta che ha azzardato ipotesi volte a cercare un terreno d’incontro su questioni scivolose – è il caso del nucleare iraniano, che a suo tempo il Cremlino s’era proposto di arricchire – non è mai stata presa in seria considerazione. Al tempo stesso, però, la Casa Bianca sa che ignorare le esigenze russe può portare a contraccolpi imprevisti e che il Cremlino ha sempre delle leve a cui ricorrere per far valere i propri interessi o rintuzzare le incursioni occidentali, come i deragliamenti post-rivoluzionari di Georgia e Ucraina, ricondotte a più miti consigli dopo le sbornie atlantiste, indicano.

Pochi ritengono che Obama creda davvero che l’iniziativa di Lavrov sia realistica. Ma può servire quanto meno a riaprire il negoziato, che si dovesse tenere a Ginevra o a Mosca, favorendo magari una tregua sul campo, utile a sospendere la carneficina e a gestire l’emergenza umanitaria. Poi certo, tutto può tranquillamente saltare. Del resto Obama non ha rinunciato a chiedere al Congresso l’autorizzazione all’uso della forza, per quanto non sia facile ottenere un sì.

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