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Salvataggio alla russa

L'Ucraina schiva il crack grazie al salvataggio da parte della Russia, che offre anche un vistoso sconto sul gas. Perché Kiev ha scelto il pacchetto di Mosca e non quello targato Ue-Fmi? Quali le prossime implicazioni di questa crisi-politico finanziaria, tutt'altro che chiusa? 

di Matteo Tacconi
Scritto per Pagina 99

In piazza dell’Indipendenza, il principale slargo di Kiev, c’è sempre un presidio di dimostranti. E nei fine settimana la spianata si riempie ancora. Ma la partecipazione, rispetto alle prime battute, è decisamente più blanda. Salvo colpi di scena c’è l’impressione che la curva delle proteste contro il presidente Viktor Yanukovich e il governo di Mykola Azarov sia ormai nella sua fase discendente.

Una ragione è fisiologica. Alla lunga stare sulle barricate stanca. Un’altra risiede nel fatto che a livello internazionale, con gli accordi tra il governo ucraino e quello russo il 17 dicembre a Mosca, la partita s’è momentaneamente chiusa. Kiev, alle intese economico-commerciali proposte dall’Unione europea, ha deciso di anteporre il legame con il Cremlino, lubrificato da una gran bella montagna di soldi.

L'economia ucraina (2014-2018)
L'economia ucraina (2014-2018)

I soldi, appunto. Le vicende tormentate che l’ex repubblica sovietica ha vissuto nelle scorse settimane si misurano anche, forse soprattutto, con questo metro. Il fatto è che in tempi recenti l’economia di Kiev è scivolata pericolosamente verso il crack. E le recenti mosse di Yanukovich, chiamato a confrontarsi con lo scomodo e periodico dilemma del paese, incastrato tra lo spazio europeo e quello russo, hanno preso così la forma di una caccia al finanziamento più grosso. Il capo dello stato aveva due possibilità. La prima era farsi salvare dal Fondo monetario internazionale e firmare, contemporaneamente, gli accordi commerciali e doganali con l’Unione europea, presentati da quest’ultima nell’ambito della Eastern Partnership, iniziativa comunitaria inaugurata nel 2009 per rafforzare la cooperazione con i paesi ex sovietici. Ma Yanukovich li ha congelati il 21 novembre, giusto alla vigilia del vertice della Eastern Partnership. In quello stesso giorno sono iniziate le dimostrazioni quotidiane a Kiev.

Nelle settimane successive, dopo una serie di traccheggiamenti, Yanukovich – ecco la seconda opzione – ha scelto di accettare l’alternativa offerta dalla Russia, un pacchetto cash e gas. Mosca acquisterà bond ucraini per un valore di 15 miliardi di dollari, pari in sostanza al 10% del Pil di Kiev. In più applicherà uno sconto notevole sui prezzi dell’«oro azzurro», portandoli da 400 a 268,5 dollari per mille metri cubi.

L’alternativa occidentale

Gli accordi di Associazione e il Deep and Comprehensive Free Trade Agreement, le due misure che Bruxelles aveva squadernato, presupponevano il progressivo adeguamento alle regole comunitarie su dogane, commerci, movimento di capitali, concorrenza industriale. Nulla di strano. È il copione che l’Ue segue ogni volta che si allarga o che, come nel caso dell’Ucraina, cerca di alzare il livello della cooperazione. Ma gli effetti di questa ricetta si misurano nel medio e lungo termine, mentre nel breve Yanukovich, tra l’altro contrario alla richiesta europea (vincolante) di scarcerare Yulia Tymoshenko, doveva rastrellare denaro e sventare il crack.

Certo, i soldi non li avrebbe presi direttamente da Bruxelles, ma dal Fmi, da cui l’Ucraina aveva già ricevuto 16,4 miliardi di dollari nel 2008. Tuttavia il prestito non è stato erogato in toto. Fu sospeso nel 2009 dopo che il governo allora guidato dalla Tymoshenko, contro il parere dello stesso Fmi, che chiedeva controlli rigorosi sulla spesa pubblica, approvò l’aumento di pensioni e salari minimi. E qui sta il punto. Perché la nuova trattativa, che viaggiava a braccetto con le intese targate Bruxelles e metteva sul piatto 15 miliardi, sempre di dollari, prevedeva obblighi ancora più onerosi. In primo luogo l’aumento dei prezzi del gas sul mercato interno. Ogni governo, compreso quello in carica, li ha sempre tenuti paternalisticamente bassi. Rettificarli al rialzo avrebbe potuto generare contraccolpi sul consenso, proprio mentre Yanukovich ha iniziato a inquadrare l’orizzonte del 2015, quando alle presidenziali, che si dovrebbero tenere a marzo, cercherà la riconferma.

Così il tavolo è saltato, inducendo il capo dello stato a preferire il patto con Putin, che non solo gli ha consentito di non caricare la bolletta energetica dei cittadini, ma anche di varare una legge sul taglio progressivo delle tasse sui profitti d’impresa (dal 19 al 16% da qui al 2016) e dell’Iva, che verrà ridotta di tre punti, dal 20 al 17%, a partire dal primo gennaio 2015: due mesi esatti prima delle presidenziali.

L’Ucraina resta esposta

Fitto è l’intreccio di fattori a monte della crisi economica ucraina. Uno è l’incapacità della classe politica di pensare al lungo termine. Si guarda soprattutto alle misure che nell’immediato assicurano consenso. La storia dei prezzi artificiosamente bassi applicati sul mercato interno del gas, causa primaria di un grosso buco di bilancio, è sintomatica.

Incide inoltre un’impalcatura economica poco elastica, che non ha il paracadute delle Pmi, vede il grosso delle risorse concentrato nelle mani di pochi oligarchi e risulta assai esposta alle dinamiche dei mercati mondiali. Dai dati del ministero dello Sviluppo economico e del commercio emergono due prove lampanti. La prima riguarda l’andamento di due settori chiave dell’export: i metalli e i minerali. La loro quota sul totale dei beni esportati è pari rispettivamente al 27,5% e all’11,1%. Nel 2012 il calo della domanda mondiale ha fatto perdere ai primi 14,5 e ai secondi 25,4 punti percentuali in termini di valori assoluti.

L’altra cifra è relativa agli investimenti dall’estero, da cui l’Ucraina, come ogni economia in transizione, dipende. Nel 2012 sono affluiti appena 6,4 miliardi di dollari, a fronte dei 49 calamitati nel 2011. Gli investitori hanno tirato il freno a mano, spaventati dai downgrade sul debito ucraino e dalla situazione traballante del paese. Tutto questo si è riverberato sulla crescita, che non riesce a ripartire, frenata anche dall’incidenza dei mutui che le banche non riescono a farsi ripagare (sono pari al 14,1% del Pil secondo la World Bank). Mentre nel frattempo le risorse della Banca centrale si sono pericolosamente assottigliate. Nei suoi forzieri, prima che Mosca desse una mano, c’erano rimasti appena 18 miliardi di dollari.

L’intervento russo, che ha subito portato Standard & Poor’s a rettificare l’outlook su Kiev (da negativo a stabile), è stato provvidenziale. Eppure non toglie tutte le castagne dal fuoco. Raiffesen Bank, istituto di credito austriaco molto presente a Est, ne ha studiato a caldo le implicazioni. I 15 miliardi in acquisti di bond e gli sconti sul gas danno sollievo, ma secondo gli analisti della banca viennese questa manna andrà a esaurirsi in prossimità delle presidenziali del 2015. Dopodiché il paese, troppo malmesso per riprendersi in tempi rapidi, dovrà cercare altri finanziamenti. Forse si busserà nuovamente alla porta della Cina, che nell’ultimo biennio ha investito molto in Ucraina. Forse si riaprirà la competizione tra Ue e Russia, nella sua doppia veste finanziaria e strategica. E si sa, sotto questo secondo aspetto, che vista da Mosca l’Ucraina è un tassello fondamentale per l’Unione eurasiatica, il progetto strategico con cui Putin vuole riaggregare lo spazio post-sovietico. Partirà nel 2015. Al momento ha la forma di una sola federazione doganale tra Russia, Kazakhstan e Bielorussia. Nei prossimi mesi dovrebbe aggiungersi l’Armenia. Kiev, invece, ha lo status di osservatrice.

La mossa di Putin

Lo sforzo di Mosca non è stato disumano. I soldi dirottati sull’Ucraina, sempre secondo Raiffeisen, sono pari a meno dell’1% del Pil nazionale e a circa il 3,5% del budget federale complessivo. Insomma, il Cremlino poteva fare di più. Ma ha evitato volutamente di stabilizzare il vicino nel lungo termine, e non soltanto perché rifare le fondamenta della baracca ucraina è un intervento molto costoso. Quello che in sostanza Putin vuole è coprire finanziariamente Yanukovich per una quindicina di mesi, per dargli modo di arrivare alle presidenziali e possibilmente di vincerle. Malgrado non ne apprezzi l’operato, sa infatti che se gli equilibri politici di Kiev cambiassero l’influenza russa non sarebbe più così garantita.

Se il gioco dovesse riuscire Mosca potrà alzare la posta e barattare un’ulteriore iniezione di liquidità con l’adesione ucraina all’Unione eurasiatica. Sempre che la cosa non sia già stata definita sottobanco, come sostiene l’opposizione ucraina. O sempre che Yanukovich – scenario numero due – non torni a rivolgersi all’Ue e al Fmi pur di non farsi inghiottire dai russi.

Un paese bifronte

Nei prossimi mesi, quindi, Mosca e Bruxelles potrebbero tornare a duellare. Ma all’Ucraina cosa conviene di più? Se è chiaro che non può prescindere dai rapporti con Mosca, è altrettanto vero che l’Europa offre una linea di sviluppo da non trascurare, sebbene sia impegnativa da seguire. Senza contare che l’interscambio con l’Ue, sul quale tuttavia le importazioni pesano più delle esportazioni, supera di oltre dieci punti quello con la Russia. Secondo le statistiche della Commissione europea l’Ucraina intesse il 33,7% dei rapporti commerciali con i paesi comunitari e il 21,6% con Mosca. Se a quest’ultima cifra si aggiungessero le quote con Bielorussia (5,7%) e Kazakhstan (2,6%), gli altri due membri dell’unione doganale promossa dal Cremlino, l’Europa manterrebbe comunque il primato.

Quella dell’interscambio è una faccenda non certo secondaria. Trova e troverà posto nelle valutazioni di Yanukovich, come in quelle degli oligarchi, spesso capaci, grazie alle enormi risorse a disposizione, di condizionare la politica. È interessante registrare che le loro tv e i loro giornali hanno coperto dettagliatamente le proteste di piazza. Il che lascerebbe intendere che non abbiano tutta questa voglia di fare asse con il Cremlino.

1 pensiero su “Salvataggio alla russa

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