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60 CANDELINE PER RADIO FREE EUROPE

Esiste una intrigante teoria secondo la quale pulire i piatti e rileggere i bigliettini di auguri, finita la festa di compleanno, sia il momento più profondo della serata: si tratterebbe infatti di atto al tempo stesso intimo ma anche strettamente relazionabile con la nostra sfera sociale, ciò che abbiamo seminato e quanto stiamo raccogliendo. Senza contare come, casomai i bigliettini di auguri arrivino da tizi come Václav Havel, Hillary Clinton, i sindaci di Belgrado e Sarajevo, l'arcivescovo di Praga e Hamid Karzai, probabilmente qualche analisi sia sempre doverosa.

Gabriele Merlini per East Side Report

 

Due righe di riassunto: Radio Free Europe ebbe come primo quartier generale Monaco di Baviera e trasmise il primo programma su onde corte il quattro luglio del cinquanta in direzione del vicino confine cecoslovacco. Destino già scritto perché proprio a Praga si sarebbe stabilita alcuni anni dopo, all'interno di un curioso palazzo dall'architettura avanguardistica su Vinohradská.

Radio Free Europe/Radio Liberty venne creata dal Congresso degli Stati Uniti e da subito fu chiaro lo scopo che avrebbe perseguito: promuovere i valori democratici, la lotta alla corruzione, lo sviluppo di idee di libertà e tutto ciò che comportava il trasmettere in posti recettivi come buona fetta della Europa satellite di Mosca, l'Asia più parte del Medio Oriente (proprio in base ai mittenti delle onde AM-FM, i fondi della radio venivano gestiti da un organo di garanzia decisamente scrupoloso come la CIA.)

A riprova del successo, i milioni di tentativi nei quali l'Unione Sovietica si misurò per disturbarne le trasmissioni. RFL/RL infatti non era vista granché bene dal Cremlino e nessun passo avanti, da parte statunitense, veniva compiuto per apparire più accattivante. Esempio esplicativo, alla fine del 1979 l'Unione Sovietica invade l'Afganistan e dal 1985 ecco spuntare la costola Radio Free Afganistan. La fine della Guerra Fredda ha poi comportato una riduzione di budget e intenti, sebbene siano da segnalare ulteriori spin-off in Iraq, Kosovo e Asia settentrionale.

Di questi giorni la notizia del sessantesimo compleanno di Radio Free Europe e a Praga, almeno dal semestre di presidenza europea, le cose si fanno sempre in pompa magna: esplosione di iniziative al riguardo nonché un fiume di dichiarazioni da parte di quasi tutti gli esponenti politici locali. Come usa in situazioni del genere, trattasi di florilegi di metafore cui è difficile stare dietro. Poiché secondo il premier ceco Petr Nečas sarebbero state moltissime le barriere fatte crollare (barriere erette dal regime) grazie all'operato di RFE/RL, mentre la controparte slovacca Iveta Radičová si affida alla immagine della piccola isola di libertà che spunta in ogni singola casa. Consequenziale infine la constatazione di quanto la professionalità degli operatori di RFE/RL ai tempi dovrebbe essere esempio anche per i giornalisti di oggi.

Un coro di apprezzamenti al quale si unisce l'ambasciatore a Praga Norman Eisen, che ringrazia il popolo ceco per l'ospitalità (breve off-topic: Norman Eisen è quel tale la cui nomina ebbe a causare contrasti nei media USA dettati dal fatto si tratterebbe di tizio dalla pressoché inesistente carriera diplomatica. «Eisen has no diplomatic experience to speak of, but he does have other qualities» spiegò ai tempi il portale AllGov, specificando che le altre qualità di cui sopra sarebbero l’essere amico di Obama fino dai tempi dell’università, nonché avergli trovato un mucchio di soldi per la campagna elettorale.)

Sia come sia, lo stato attuale delle cose di RFE/RL viene riassunto dal vice presidente O'Sullivan: circa venti milioni di persone raggiunte dal segnale, ventotto lingue parlate, ventuno nazioni coperte inclusi posti con evidenti libertà di parola tipo la Bielorussia. E proprio a tal proposito, nei bigliettini di auguri giunti a Praga, anche omaggi da parte di Alyaksandr Kazulin e Artsiom Dubski, oppositori del regime schiaffati dentro da Lukašenko.

Dunque conferenze e dibattiti in contesti prestigiosi come il Senát Parlamentu České republiky , patrocinati dal vicepresidente Přemysl Sobotka, nonché mostra nell'attiguo giardino del Valdštejnský palác e l'inevitabile concertone conclusivo. Occasione nella quale poter vedere riuniti -almeno su pannelli appiccicati alle austere pareti- molti dei personaggi più in vista della Sametová revoluce, la Rivoluzione di Velluto che dette la definitiva spallata al regime: Václav Havel, lo scrittore Jiří Stránský, il giornalista Karel Hvížďala e il già citato vescovo praghese cofondatore del Forum Civico, Václav Malý. 

Nell'aria ancora una volta, come una vecchia hit (si spera) trans-generazionale, l'attacco delle trasmissioni nel musicalissimo idioma ceco: «volá hlas svobodného Československa, rozhlasová stanice.» Più o meno signore e signori, Radio Voce della Cecoslovacchia Libera. Succedeva sessant'anni fa in una Europa sensibilmente differente.