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L’ULTIMO DITTATORE D’EUROPA

Alexander Gregorevich Lukashenko, 64 anni, noto come l’ultimo dittatore d’Europa. Il 20 luglio ricorre il 25esimo anniversario dell’inaugurazione della sua prima presidenza. Altre quattro ne sarebbero seguite e il ciclo non sembra ancora finito. Nelle prime elezioni libere in Bielorussia dopo il crollo dell’Urss e l’indipendenza da Mosca, nell’estate del 1994, il 10 luglio, sconfisse tra gli altri Stanislav Shushkevich e Viacheslav Kebich, rispettivamente capo di Stato e primo ministro del vecchio Stato che aveva ereditato le strutture sovietiche. Dieci giorni dopo divenne l’inquilino ufficiale del Palazzo dell’Indipendenza sulla Via della Vittoria della capitale Minsk.

Allora era un giovanotto 40enne, veniva dalla direzione di un sovchoz, una fattoria statale, e si era riciclato alla politica con una campagna anticorruzione e populista. Gioco facile sconfiggere la guardia comunista e proporsi come uomo nuovo al vertice di una Bielorussia che aveva fame, in tutti i sensi, anche di autonomia, ben sapendo però che era difficile fare i conti senza il Cremlino. La storia di Lukashenko è facile da raccontare, semplice come le sue origini, in politica apparentemente lineare, tra l’alternare a casa propria il bastone e la carota e la ricerca fuori di un equilibrio tra l’ingombrante vicino russo ad Est e l’espansione dell’Unione europea e della Nato a Ovest.

Negli ultimi anni a Minsk si è visto di tutto, dalle brutali repressioni che periodicamente hanno fatto scattare le sanzioni di Bruxelles e Washington, alle guerre del petrolio con Mosca, passando per le sparate del presidente, come una delle più famose, quella del «meglio dittatore che gay», riferita al ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, dichiarato omosessuale, che nel 2012 dopo l’ennesimo giro di vite europeo aveva osato criticare personalmente Lukashenko.

Il suo stile non è mai stato oxfordiano, a Minsk lo chiamano Batka, ossia, il papà di tutti i bielorussi: i 25enni di oggi hanno avuto solo lui come presidente, più longevo politicamente di un altro erede di un’altra parte dell’impero sovietico, quel Nursultan Nazarbayev che nella primavera di quest’anno ha deciso di lasciare la presidenza del Kazakistan, anche lui al vertice dai primi Anni 90. Lukashenko però, più che il caro papà, è il padre padrone di una nazione nata e modellata secondo le sue regole. Dure, talvolta brutali, talvolta morbide, a seconda delle esigenze. La Bielorussia di Alexander Gregorivich è una dittatura a forma di democrazia, con un presidente eletto e riconfermato cinque volte in cinque lustri, l’ultima nel 2015. È ancora al timone di un Paese tutto sommato isolato verso Occidente e molto legato alla Russia. Negli ultimi tempi ci sono stati passi di avvicinamento verso l’Europa, subito però smentiti, per dar voce all’opzione di un abbraccio sempre più stretto con Mosca.

Con Vladimir Putin i rapporti sono buoni, ma non eccezionali. Due autocrati che devono andare d’accordo per forza, anche se è il Cremlino ad avere il coltello dalla parte del manico. Il grande vicino russo è una minaccia, ma anche il garante della sopravvivenza del sistema bielorusso: Lukashenko è uno scaltro equilibrista che in 25 anni ha fatto sì i propri interessi, ma ha anche ridistribuito molto a un apparato che per questo gli ha osservato fedeltà. Le voci scomode interne sono state eliminate con le buone o con le cattive, verso l’esterno i giochi della diplomazia hanno funzionato e continuano a farlo, permettendogli la gestione e la perpetuazione del potere. Europa e Stati Uniti non sono stati fin’ora in grado di forzare il bunker bielorusso, ben sorvegliato da Mosca. Se le Repubbliche baltiche sono state facilmente cooptate nell’Ue e nella Nato e l’Ucraina è finita stritolata nella proxy war tra Russia e Usa, la Bielorussia di Lukashenko è sopravvissuta nella terra di mezzo.

Rimane quindi la questione della transizione: l’ultimo dittatore d’Europa non è un vecchio decrepito, ha poco più di 60 anni, forse pochi per andare in pensione. L’anno prossimo a Minsk sono il calendario le elezioni presidenziali e l’unico favorito è sempre lui. Per Mosca rimane un partner tutto sommato affidabile e qualcuno vicino al Cremlino tiene aperta la porta per una possibile riunificazione tra Russia e Bielorussia che consentirebbe a Putin di rimanere al potere dopo il 2024, anno in cui scade il suo doppio mandato di sei anni. Ma si tratta solo di speculazioni, visto che sia a Mosca che a Minsk i cambiamenti alle regole non sarebbero certo una novità. Alexander Gregorevich rimarrà così in sella ancora per un po’, probabilmente fino a quando, come ha mostrato Nazarbayev, non troverà una via per salvare capra e cavoli. Metodo che alcuni suggeriscono da qualche tempo anche a Vladimir Vladimirovich.

(Lettera43)