Vai al contenuto

Sanzioni alla Russia? Parliamone

L'Italia, a sorpresa, chiede un dibattito politico. Le posizioni dei vari paesi Ue su Askanews.

L'Italia ha lanciato il primo sasso nello stagno e ora è da vedere quanto sarà coinvolgente l'onda. Il governo di Matteo Renzi vuole che in merito al prolungamento delle sanzioni europee contro la Russia si apra un dibattito politico e il rinnovo dei provvedimenti in scadenza il prossimo 31 dicembre non sia un atto automatico. È la prima volta da quando si è aperta la crisi ucraina tra Mosca e Bruxelles che un Paese europeo chiede ufficialmente una riflessione sulla strategia dell'Unione, dopo che in questi mesi da diversi angoli del continente si erano levate singole voci su un ripensamento della linea dura adottata contro il Cremlino in seguito all'annessione della Crimea e alla guerra nel Donbass.

Le sanzioni, diplomatiche ed economiche, sono state comminate in tempi diversi a partire dal marzo 2014 e l'Unione Europea le ha legate in sostanza al soddisfacimento degli accordi di Minsk, siglati nel febbraio di quest'anno nella capitale bielorussa. L'intesa tra il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Petro Poroshenko, raggiunta grazie alla regia della cancelliera tedesca Angela Merkel e del capo di Stato francese Francois Hollande, avrebbe dovuto essere implementata in toto entro la fine del 2015, ma diversi punti sono ancora in alto mare e de facto sono stati fatti slittare al prossimo anno.

Il dialogo tra i separatiti filorussi e le autorità di Kiev è andato avanti in questi mesi a corrente alternata e gli accordi sullo svolgimento di elezioni locali nei territori occupati in una cornice condivisa da entrambi i versanti non sono ancora stati raggiunti; allo stesso modo il governo nella capitale non ha ancora approvato in via definitiva le modifiche costituzionali sul decentramento e la ripresa del controllo del confine tra Russia e Ucraina prevista da Minsk è rimasta un'utopia. Nonostante il quadro non proprio positivo, e dovuto in realtà a colpe distribuite da tutte le parti, negli ultimi mesi, soprattutto dopo l'inizio della stabile tregua nel Donbass cominciata all'inizio di settembre, si sono moltiplicati i segnali per un riavvicinamento tra Russia ed Europa e un possibile ammorbidimento delle sanzioni. Anche lo scacchiere mediorientale, con la crisi in Siria e il ruolo sempre più attivo di Mosca, ha condizionato gli eventi sul tavolo ucraino e a Kiev è aumentata la preoccupazione di poter diventare in qualche modo merce di scambio tra Russia e Occidente.

Poroshenko, che si è sempre espresso per un prolungamento delle sanzioni incassando però tra le pacche sulle spalle di Bruxelles e la solidarietà incondizionata dei Paesi dell'ex blocco sovietico anche qualche tirate d'orecchie da parte di Berlino e Parigi, deve fare quindi i conti con la Realpolitik. Da da un lato il fronte antirusso all'interno dell'Unione Europea è oggi tutt'altro che compatto e la spaccatura tra le 'vecchia Europa' pragmatica e quella 'nuova' più ideologica si fa sempre più profonda. Dall'altro lato le pressioni che gli Stati Uniti fanno sull'Ue e sui singoli Stati per il mantenimento delle sanzioni continuano e come ha sottolineato oggi il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov le sanzioni rappresentano un ostacolo al miglioramento dei rapporti con gli Usa. Se l'Italia ha dato dunque il là con la proposta di discussione che sarà valutata in sede europea la prossima settimana, gli schieramenti sul continente sono da tempo ormai definiti e la questione dei rapporti con la Russia continua ad essere per l'Ue un difficile rebus da risolvere.

I PRAGMATICI

L'Italia con la proposta del governo Renzi si è messa alla testa dei Paesi che durante la crisi ucraina hanno tentato di non rompere i ponti con Mosca e cercare sempre uno spunto per ricucire. In primo luogo Germania e Francia, ma anche Austria. A Berlino Angela Merkel ha mantenuto sempre un ruolo di mediazione e si è spesa in prima persona quando la situazione si è fatta complicata, premendo per gli accordi di Minsk e mettendo il coperchio alla pentola che stava per esplodere quando dagli Stati Uniti già alla fine dello scorso anno stavano riflettendo sulla possibilità di fornire armi letali a Kiev. Se la Germania, con 6.000 aziende in Russia, ha sofferto non troppo del duello a colpi di sanzioni reciproche per il fatto complessivamente di avere più mercati a disposizione, alla lunga il realismo tedesco, impersonato dagli altri due alfieri della Grande coalizione tedesca - il vice cancelliere socialdemocratico Sigmar Gabriel e il ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier - sta conquistando spazio.

Il primo è stato nelle scorse settimane a Mosca da Vladimir Putin, sottolineando l'importanza della collaborazione bilaterale con Mosca, il secondo, impegnato nel riavvicinare i fronti sia in Ucraina che in Medio oriente, ha sempre detto che ogni soluzione non potrà essere trovata senza il coinvolgimento di Mosca. Oggi è stato inoltre il ministro conservatore dell'Agricoltura Christian Schmidt a chiedere lo stop dell'embargo alla Russia. Alla stessa stregua è la posizione francese con Francois Hollande che già prima degli attentati di Parigi aveva ventilato l'ipotesi di un alleggerimento dei provvedimenti contro Mosca. La guerra allo Stato Islamico ha messo fianco a fianco Eliseo e Cremlino. Il dossier completo è però complicato, visto che se Germania e Francia cercano il bilanciamento con la Russia, gli Stati Uniti sono ancora poco disposti a rivedere la politica delle sanzioni e sullo sfondo del caos siriano e le sopraggiunte tensioni con la Turchia non è ancora emersa una linea precisa nei confronti di Mosca.

GLI OLTRANZISTI

Diversi Paesi dell'Unione Europea hanno posizioni decisamente più critiche e antirusse e sono schierati senza se e senza ma a fianco di Kiev. Si tratta della vicina Polonia e delle tre repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia e Lituania. Gli Stati della 'nuova Europa', con un peso specifico all'interno dell'Ue molto relativo, sono sulla questione ucraina ideologicamente più vicini a Washington che a Berlino e Parigi.

La linea dura di Varsavia e dei governi baltici contro Mosca deriva da ragioni storiche e dal timore di un'aggressione russa sul modello ucraino cavalcata in parte anche dalla Nato. Soprattutto il nuovo governo conservatore polacco e il presidente Andrzej Duda, con il sostegno del leader di Diritto e giustizia Jaroslaw Kaczynski, hanno riacceso la rivalità con il Cremlino, anche al di là delle sanzioni. Il nuovo ministro della Difesa Antoni Macierewicz, che nel passato aveva parlato di un attentato russo, vorrebbe riaprire il caso del disastro di Smolensk, nel qualche morì cinque anni fa il presidente Lech Kaczynski. Varsavia ha alzato i toni anche con la Germania, dopo la decisione di Berlino di ampliare in collaborazione con Mosca il gasdotto Nordstream. Insieme con le tre repubbliche baltiche, Ungheria e Slovacchia, la Polonia si è rivolta ufficialmente a Bruxelles per chiedere lo stop del progetto. Già nel 2005, con l'avvio di Nordstream 1, Varsavia aveva parlato di una riedizione in chiave energetica del patto Molotov-Ribbentrop. Il prolungamento delle sanzioni rimane per questi Paesi non un'opzione, ma un obbligo.

I POSSIBILISTI

La Mitteleuropa, a partire dall'Ungheria di Victor Orban, ha seguito sino ad oggi la linea dettata da Bruxelles, ma i rapporti con Mosca sono molteplici, per cui Budapest darebbe volentieri il benvenuto alla caduta delle sanzioni. Più delle limitrofe Repubblica Ceca e Slovacchia, l'Ungheria ha strette relazioni con la Russia e già lo scorso anno aveva dichiarato che l'Ue con i provvedimenti contro Mosca si stava tirando la zappa sui piedi. Ma anche da Praga il presidente Milos Zeman e da Bratislava il premier Robert Fico si sono più volte espressi in maniera critica contro Bruxelles e a ottobre il vice primo ministro ceco Andrei Babis ha utilizzato le colonne del Washington Post per respingere le accuse di essere troppo filorusso.

I piccoli Stati dell'Europa centrale, al pari dei baltici, sono però troppo deboli per incidere sulla politica continentale e soggetti alle pressioni che arrivano sia da Bruxelles che da Washington. Stesso dicasi per Grecia e Cipro, Paesi con buoni rapporti con la Russia, ma che in definitiva sottostanno al volere dei 'grandi'. La chiave per la ricucitura possibile tra Mosca e l'Europa sta insomma nelle mani della coppia Merkel-Hollande e della capacità di mediazione tra la questione ucraina e siriana in tutti i suoi aspetti: da quelli strettamente militari della collaborazione con la Russia nella lotta al terrorismo dell'Isis a quelli economico-sociali con il problema dei profughi in arrivo dal Medio Oriente che in particolare nell'Europa dell'Est ha sollevato nuovi sentimenti anti-Bruxelles.

Lascia un commento