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Ex Urss, nucleare avanti tutta

Dalla Russia al Caucaso, dal Baltico all'Ucraina, il futuro è quello dell'energia atomica.

La centrale ungherese di Paks (Atomstroyexport)
La centrale ungherese di Paks (Atomstroyexport)

Di Stefano Grazioli
Scritto per AGI Energia

L’energia nucleare rimane un punto fermo sia nello spazio post-sovietico che in vari paesi dell’ex Urss che dopo il crollo del comunismo si sono integrati nell’architettura economica e politica occidentale. Dalla Russia al Caucaso, dall’Est Europa all’Asia centrale, spesso e volentieri con l’appoggio finanziario e tecnologico di Mosca attraverso l’Agenzia Federale Rosatom e le sue consorelle, a partire da Atomstroyexport che si occupa della costruzioni di centrali atomiche all’estero, il nucleare costituisce un elemento fondamentale nel mix sulla scacchiera energetica euroasiatica. E lo sarà anche nel futuro.

Da una parte il motore è essenzialmente quello russo per gli stati che a livello geopolitico hanno rapporti più stretti con il Cremlino, dall’altra - per chi aspira a una maggiore indipendenza energetica e punta alla diversificazione delle attuali fonti - gli agganci sono quelli offerti dagli Stati Uniti. Proprio questo aspetto è estremamente evidente in Ucraina, la repubblica ex sovietica al centro di una crisi politica, economica e militare che ha coinvolto Russia, Usa e Unione  Europea e che sta producendo conseguenze anche per quel riguarda le scelte energetiche del paese, sia sul versante del gas che proprio su quello del nucleare.

L’Ucraina è fortemente dipendente dall’energia nucleare e circa la metà del fabbisogno elettrico è soddisfatto dai 15 reattori attivi nelle 4 centrali del paese. Il complesso di Zhaporizha è quello più grande d’Europa, arrivato alla cronaca negli ultimi tempi per alcuni piccoli, ma ripetuti incidenti che si sono verificati comunque senza conseguenze. Tutti i reattori ucraini sono di costruzione russa, ma sia a causa del conflitto nel Donbass sia per scelte avviate già prima della rivoluzione dello scorso anno, l’Ucraina ha avviato l’acquisto di combustibile non più dalla Russia, ma dagli Stati Uniti (Westinghouse). Tutti i governi ucraini, passati e presenti, hanno ribadito inoltre la necessità di proseguire con il nucleare - nonostante lo spettro incancellabile della catastrofe di Chernobyl avvenuta nel 1986 – e ci sono piani, per ora non avviati a causa delle difficili condizioni economiche, per la costruzione di una  nuova centrale del sud dell’Ucraina. Se il rapporto tra la russa Rosatom e la corrispondente ucraina Energoatom è compromesso dal contesto geopolitico, Kiev appare sempre più intenzionata ad affidarsi a tecnologie e investitori occidentali.

Lo stesso vale per la Lituania, ex repubblica ex sovietica ora membro dell’Unione Europea. Vilnius ha già chiuso la centrale di Ignalina nel 2009, ma l’esigenza di maggiore indipendenza energetica e la guerra in Ucraina hanno riportato d’attualità i piani comuni con gli altri due paesi baltici, Estonia e Lettonia, per la costruzione di nuovi reattori a Visaginas, congelati dopo un referendum consultivo nel 2012. Accordi con la giapponese Ge Hitachi sono tutt’ora in discussione per quella che potrebbe essere la prima centrale Made in Japan in Europa.

Poco oltre il confine orientale lituano, in Bielorussia, a Ostrovets, è in costruzione la prima centrale atomica del paese che sarà completata nel 2018. Il progetto gestito dalla russa Atomstroyexport prevede la realizzazione di 2 reattori con la capacità complessiva di 2400 Mve. La Bielorussia, la cui strategia energetica prevede una graduale riduzione dell’import di gas russo, prevede comunque nei progetti di diversificazione una inevitabile collaborazione con Mosca. Minsk fa parte, insieme con Kazakistan, Kirghizistan e Armenia, dell’Unione Euroasiatica avviata sotto la presidenza di Vladimir Putin.

In Caucaso si affida ancora al nucleare l’Armenia. Il sito di Metsamor, costruito negli anni Settanta è considerato uno dei più pericolosi della regione (già chiuso per cinque anni dopo il devastante terremoto del 1988) e teoricamente potrebbe cessare di generare energia nel 2016. Alla luce del fatto che produce il 40% dell’elettricità di cui ha bisogno la repubblica caucasica e che non esistono al momento alternative è probabile però che ne venga prolungata l’operatività per qualche anno. Nel 2014 il governo ha approvato la costruzione di un nuovo reattore, dopo la creazione di una joint-venture russo-armena trainata da Atmostroyexport che si occupa del progetto.

Mentre i maggiori paesi dell’Asia centrale (Kazakistan e Turkmenistan) hanno ormai abbandonato il nucleare, rimanendo però fondamentali come fornitori di materiale combustibile (uranio), in quelli orientali dell’Unione Europea sono ancora diversi quelli che seguono la scia dell’atomo: in Bulgaria 2 reattori di Kozloduy sono ancora attivi, mentre il progetto della nuova centrale di Belene con il supporto russo è finito nel vuoto. Ora a Sofia si discute se potenziare con un nuovo reattore il vecchio sito di Kozloduy e il pole position c’è Westinghouse.

In Repubblica Ceca (6 reattori in 2 centrali) le bocce al momento sono ferme, la strategia energetica di Praga prevede però di aumentare la fetta del nucleare dall’attuale 35% al 58% nel 2040. Per le costruzioni di nuovi reattori tra Temelin e Dukovany sono in corsa russi, coreani, cinesi e americani. In Slovacchia 2 nuovi reattori sono in costruzione a Mochovce e dovrebbero partire tra il 2016 e il 2017, altri 2 sono in progetto a Bohunice e Kecerovce. In Ungheria è previsto il potenziamento della centrale di Paks con 2 reattori e anche in questo caso è la Russia a gestire il progetto dopo l’accordo raggiunto la scorsa primavera tra Vladimir Putin e il premier ungherese Viktor Orban.

In Romania sarà invece la Cina (China General Nuclear Power Group) a costruire 2 reattori a Cernavoda che produrranno energia dal 2019-2020. Più o meno nello stesso periodo potrebbe partire la costruzione della prima centrale atomica in Polonia, dato che a Varsavia si pensa ormai da un po’ di affidare parte della produzione energetica al nucleare. La compagnia statale PSE (Polskie Sieci Elektroenergetyczne) partecipa già al progetto lituano di Visaginas.

Infine ovviamente la Russia, dove sono operativi 34 reattori in 11 siti per una potenza totale di 25264 Mwe, 9 sono in costruzione e altri 31 in progetto da qui al 2030. Mosca si muove con decisione per un ruolo maggiore del nucleare e lo sviluppo di nuove tecnologie. Rispetto all’inizio degli anni Novanta non solo è aumentata l’efficienza, ma l’intero settore, compreso l’export di materiali e tecnologie, si è stabilizzato come uno dei pilastri portanti dell’economia. La Russia è il leader mondiale per quanto concerne i reattori a neutroni veloci.

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