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Baku 2015, sport e gas

Al via in Azerbaigian i primi giochi Giochi Europei, accompagnati da qualche polemica.

Lo stadio olimpico di Baku (baku 2015.com)
Lo stadio olimpico di Baku (baku 2015.com)

di Stefano Grazioli
Scritto per Lettera 43

La storia dello sport si fa a Baku, capitale dell’Azerbaigian, dal 12 al 28 giugno. Lì sono in programma i primi Giochi europei, inventati nel 2012 dai Comitati olimpici del Vecchio Continente sul modello dei Giochi panamericani o di quelli asiatici. Sulle rive del Mar Caspio circa 6 mila atleti sono pronti a sfidarsi in una ventina di discipline, dal nuoto alla ginnastica, dal ciclismo al beach volley. Che sia proprio l’Azerbaigian, piccola Repubblica del Caucaso, a organizzarli non è una sorpresa: nel 2012 era l’unica candidata. Baku si è battuta per averli, dopo che erano andati a vuoto i tentativi per le Olimpiadi del 2016 e del 2020, e ha speso tra i 7 e i 9 miliardi di euro per gli impianti. Quasi una consolazione, insomma, ma anche un banco di prova per il futuro.

Quello che è certo è che per un paio di settimane l’Azerbaigian è destinato a restare sotto i riflettori di mezzo mondo, non solo sportivi. Perché sport e politica vanno di pari passo, soprattutto quando si tratta di eventi che hanno grande rilevanza internazionale. Basta ricordare la recente vicenda della Fifa, con i suoi riflessi geopolitici e l’entrata in campo addirittura di David Cameron e Vladimir Putin. Il primo a tuonare contro Sepp Blatter, reo di aver creato un sistema basato sulla corruzione e di aver messo nell’angolo la Gran Bretagna (candidata per il 2018 contro la Russia), il secondo a difendere il numero uno del calcio mondiale e a accusare inglesi e americani (perdenti contro il Qatar per il 2022) di voler sottrarre il Mondiale a Mosca.

L'economia azera nel 2015-2020
L'economia azera nel 2015-2020

Nel caso dell’Azerbaigian non ci sono state polemiche di questo livello, anche perché su Baku sono d’accordo un po’ tutti: da Mosca a Washington, passando per Bruxelles, la Repubblica caucasica è considerata un tassello importante nel mosaico geopolitico ed energetico. Ricco di gas, il regno della famiglia Aliyev - che dal 1994 a oggi ha sfornato i due unici presidenti, Heydar e Ilham - è un buon alleato sia a Est sia a Ovest e la politica multivettoriale ha portato a Baku risultati eccellenti. Come l’Ucraina e altre sei Repubbliche ex sovietiche è stata cooptata nel progetto europeo del Partenariato orientale, ma a differenza di Kiev non ha mostrato fretta nel prendere la strada verso Bruxelles e naturalmente non è stata forzata a farlo.

Con il Cremlino i rapporti sono costruttivi, ma c’è una certa rivalità in quanto si tratta di un Paese esportatore di gas sulla via dell’Europa e Vladimir Putin dopo il suo passaggio in Italia è uno degli ospiti d’onore all’apertura dei Giochi. Al tavolo con Aliyev junior e il presidente turco Recep Tayyp Erdogan è pronto a discutere del nuovo progetto Turkish Stream.

Rispetto alle due Repubbliche vicine, l’Armenia che continua a guardare a Mosca e la Georgia che si volge a Occidente, l’Azerbaigian ha scelto dunque la via di mezzo, con la pace di tutti. È per questo che se Baku non è proprio la culla della democrazia e le organizzazioni per i diritti civili e umani internazionali descrivono il capo di Stato come una specie di dittatore, quasi nessuno in realtà se ne preoccupa. Che non lo facciano Mosca o Pechino può apparire normale, ma che Washington e Bruxelles chiudano gli occhi sul Caspio dopo che sul Mar Nero, in Ucraina, hanno dato una mano a scatenare la rivoluzione contro Victor Yanukovich, è il segno del doppiopesismo occidentale. La chiave di interpretazione sta ovviamente nella rilevanza energetica strategica dell’Azerbaigian, non nelle doti democratiche di un presidente o dell’altro.

Ma tant’è: in questa fase Baku gode di una posizione invidiabile, coccolata su ogni fronte. È per questo che i primi Giochi europei saranno comunque una festa per questo Paese che dopo l’indipendenza dall’Unione sovietica nel 1991 ha scelto una strada particolare ed equilibrata, tra luci e ombre, e tra conflitti ancora irrisolti come quello del Nargorno-Karabakh, piccolo lembo di terra conteso con l’Armenia. Resta da vedere sino a quando il sistema Aliyev reggerà in futuro, di fronte alle esigenze di cambiamento interno e alle pressioni esterne, entrambe oggi solo allo stato embrionale.

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