Vai al contenuto

Addio al Nobel di Danzica

Un ricordo di Günter Grass, scrittore tedesco le cui radici affondavano nella città storicamente contesa fra Polonia e Germania.

Una parte della bibliografia di Günter Grass (Archivio Rassegna Est)
Una parte della bibliografia di Günter Grass (Archivio Rassegna Est)

di Pierluigi Mennitti

Lo scrittore tedesco Günter Grass è morto all'età di 87 anni in una clinica di Lubecca. Premio Nobel per la letteratura nel 1999, era nato il 16 ottobre 1927 a Danzica. Delle sue origini nella città storicamente contesa e divisa fra Germania e Polonia aveva fatto un punto di forza, diventando anche un simbolo della riconciliazione fra tedeschi e polacchi, almeno fino a quando le auto-rivelazioni su simpatie hitleriane giovanili avevano raffreddato i rapporti con gli ambienti letterari della sua città natale. Fu anche scrittore militante, accanto all'Spd di Willy Brandt e coscienza critica della sinistra. Oltre alle polemiche sull'arruolamento giovanile nelle SS, in tempi recenti si ricorda una dura polemica contro Israele sull'atomica iraniana, che causò in Germania grande scompiglio. Per ricordare questo grande e controverso scrittore ripubblichiamo un articolo di alcuni anni fa, uscito all'indomani delle polemiche sulla presenza del giovane soldato Grass tra le SS.

Potenza delle polemiche giornalistiche. A farsi un giro per le principali librerie di Roma, oggi si fa fatica a trovare le edizioni della vasta produzione letteraria di Günter Grass. Per colui che è stato il grande guru della coscienza critica della sinistra europea, lo spazio sullo scaffale si va sempre più restringendo. Il nome è famoso e l’autore tedesco mantiene sempre una etichetta personale lungo la fila di hard-cover e tascabili. Non è ancora scomparso nell’anonimato del capolettera G. Arrivi al punto alfabetico giusto e, in genere, tra Almudena Grandes e Silvana Grasso c’è ancora il suo nome stampigliato, una targhetta un po’ ingiallita dietro la quale fanno capolino solo pochi testi. Pure nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, la capofila di Einaudi, le due case editrici che si dividono gran parte della sua produzione letteraria.

Per lungo tempo introvabile, anche nelle librerie online, E’ una lunga storia, il racconto di Theo Wuttke, un ammiratore dello scrittore ottocentesco Theodore Fontane, che attraversa con lo scetticismo tipico del suo mito letterario i cambiamenti della Germania post-muro. Un libro che ha anticipato, negli anni dell’entusiasmo irrefrenabile, le complessità che si ammassavano sotto le pagine patinate della riunificazione tedesca e che sarebbero scoppiate di lì a poco. Fanno triste capolino un paio di copie dei romanzi più famosi della trilogia di Danzica, rimaste abbandonate e senza lettori, e la recente edizione tascabile di Sbucciare la cipolla, il libro scandalo nel quale Grass rivelò l’adesione volontaria, a sedici anni, alle Waffen-SS. Da qui una polemica infinita, grida di tradimento, accuse di ipocrisia per una ammissione indubbiamente tardiva, richieste di restituzione del Nobel ricevuto nel 1999: una lunga catena di vesti stracciate e di vedove inconsolabili per una vicenda che appariva davvero la chiusura di un cerchio del dramma storico della Germania, vissuta per di più attraverso il suo scrittore simbolo.

Adesso corre ai ripari proprio la Feltrinelli, restituendo ai lettori l’opera più bella di Grass, Il tamburo di latta. Una rinnovata edizione tascabile (copertina bianca invece di quella gialla con il classico disegno del suonatore di tamburo realizzato dallo stesso Grass), impreziosita da una traduzione nuova di zecca, affidata allo scrupolo di Bruna Bianchi. Corre il cinquantenario della prima uscita. Era il 1959 quando l’editore Hermann Luchterhand, sino ad allora specializzato in testi di diritto e finanza e che in seguito allo scoppio della seconda guerra mondiale aveva dovuto lasciare la sede storica di Berlino per trasferirsi a Neuwied am Rhein, vicino a Coblenza, diede alle stampe il primo testo di quella che sarebbe diventata la trilogia di Danzica. Il libro cambiò per sempre il volto della letteratura tedesca e il modo in cui un intero paese, stretto ancora nel silenzio angoscioso della memoria del male assoluto, cominciò a guardarsi indietro.

Erano anni di passaggio, dalle macerie della guerra e della colpa al luccichio del Wirtschaftswunder, il miracolo economico che da lì in poi avrebbe modellato l’immagine e la sostanza della Germania capitalista. Un paese che rinasceva sulla traccia solida del conservatorismo di Konrad Adenauer e sul paternalismo sociale di Ludwig Ehrard che con il suo “benessere per tutti” adattò ai tempi moderni il concetto di economia sociale di mercato. Era una Germania che a un eretico utopista come Günter Grass non poteva piacere. Difatti non gli piacque.

La storia di Oskar Matzerath – nano, paranoico e mistico, che a tre anni decide di non crescere più per attraversare il mondo che non gli piace e vivere il rapporto con i suoi due padri che non ama nascosto dietro la sua immaginifica deformità e i suoi tamburi di latta, sui quali ritma rumorosamente la musica ribelle della sua vita – è un racconto fantastico, barocco e picaresco della Germania che si infila nel cono d’ombra del nazismo, della guerra, del crollo morale e materiale. Fino a quando, morto uno dei suoi padri soffocato da una stella nazista che prova a inghiottire per sfuggire alla rappresaglia dei militari sovietici, Oskar decide di ricominciare a crescere, e con lui l’intera Germania, restituita a nuova vita dalla catarsi purificatrice dell’ammissione della colpa.

Un romanzo fantastico, nel quale Grass descrive la sua patria perduta, quella Cascubia stretta attorno alla città di Danzica tra la Pomerania e la Masuria, lassù nel Baltico, strapazzata dalla politica e dalla storia. Solo che le catarsi non sono mai purificatrici fino in fondo e a Grass ci sono voluti quasi cinquant’anni ancora per sbucciare la sua personale cipolla (la metafora della cipolla appare già nel tamburo di latta e le lacrime che essa produce rappresentano proprio la rielaborazione del passato troppo pesante) e saldare l’ultimo conto, con se stesso e con il mito che nel frattempo gli si era appiccicato addosso.

In Germania è invece appena uscito il suo ultimo lavoro, un diario dell’anno fatale 1990, quello in cui la riunificazione tedesca compie i primi passi istituzionali. Lo sguardo di Grass, scrittore già impegnato dagli anni Sessanta in una critica militanza politica nell’Spd, è scettico e diffidente. Addirittura provocatorio, se rapportato agli entusiasmi dell’epoca. Quasi a confermare la sua indole di nestbeschmutzer, letteralmente “insozzatore del nido”, che i perbenisti tedeschi affibiano a chi ritengono infanghi la reputazione politica del proprio paese. Bastian contrario, diremmo noi italiani, con maggiore indulgenza. Il diario si intitola Unterweg von Deutschland nach Deutschland (In viaggio dalla Germania alla Germania), un giornale di bordo personalissimo e denso di quello spirito corrosivo, refrattario alla vulgata corrente che ha fatto la fortuna di questo intellettuale. Una luce diversa, magari non sempre condivisibile, su un processo forse inevitabile, i cui costi politici e umani avrebbero tuttavia pesato per molti anni a venire, e pesano ancor oggi, anche al di là della comprensibile euforia di quei giorni.

Si conferma la parabola di un eretico talmente complesso e irregolare, da personificare anche nel suo ultimo passaggio il percorso drammatico di una generazione infinita, che ha vissuto sino in fondo, con tutte le contraddizioni umanamente possibili, il secolo lungo del Novecento. Un secolo che non si è spento nel 1989 e neppure alla sua scadenza naturale dieci anni dopo, ma che proietta ancora oggi, nella frastagliata inafferrabilità di questi anni Duemila, la sua ombra potente. Per questo è opportuno tornare a leggere Il tamburo di latta, così come non far cadere nell’oblio del risentimento la sua vasta e straordinaria produzione. Günter Grass è uno di noi, nel senso di noi umani, solo con una penna e una immaginazione migliori. La sua vita ci ha raccontato un altro modo di fare i conti con la memoria, ugualmente contraddittorio e un po’ vigliacco, in fondo neppure troppo diverso da quello che ha permesso a tanti tedeschi conservatori di spazzare i rimorsi sotto il tappeto e riprendere a macinare vite e passioni.

Lascia un commento