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Cosa ne sarà del Donbass?

Il profilo delle regioni separatiste dell'Ucraina. L'attuale scenario, i possibili sviluppi dopo il vertice di Minsk.
Il capo del ribelli di Donetsk, Alexander Zakharchenko (Wikipedia)
Il capo del ribelli di Donetsk, Alexander Zakharchenko (Wikipedia)

Scritto per Askanews

Da quasi un anno il Donbass è diventato il teatro di un confronto interno e internazionale che ha trascinato da un lato l'Ucraina sull'orlo del collasso e dall'altro portato la tensione tra Russia e Occidente a livelli mai visti dai tempi della Guerra fredda. Le regioni di Lugansk e Donetsk nel sudest del Paese sono devastate dalla guerra, i morti da aprile 2014 ad oggi sono 5300 secondo le Nazioni Unite, i profughi oltre 1 milione, due terzi dei quali riparati in Russia. Senza un accordo tra i due fronti, tra le autoproclamatesi repubbliche indipendenti e Kiev, con la regia della comunità internazionale fra Mosca, Washington e Bruxelles, il Donbass rischia di diventare un buco nero in mezzo all'Europa. Con conseguenze imponderabili per la stabilità dell'intero continente.

IL DONBASS

Gli oblast (regioni) di Donetsk e Lugansk nel sudest ucraino costituiscono il Donbass, un territorio di circa 54 mila kmq al confine con la Russia popolato da quasi 7 milioni di persone (2013). Le maggiori città sono gli omonimi capoluoghi, importanti centri industriali sviluppatisi come le due rispettive regioni la fine del tra il XVIII e il XIX secolo, all'epoca degli zar. Terzo polo regionale, grande porto che si affaccia sul Mare d'Azov, è Mariupol, che alla pari di Donetsk e Lugansk ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo e nell'industrializzazione dell'intera zona.

Come tutta l'Ucraina questi oblast sono stati sino all'indipendenza da Mosca (1991) parte dell'Unione sovietica, ma per ragioni geografiche, storiche, linguistiche, culturali e religiose sono state sempre più legati alla Russia. A differenza di quelli occidentali ucraini, qui la popolazione è in larga parte costituita da russofoni, il credo dominante è quello ortodosso e politicamente sono stati il feudo del Partito delle regioni guidato dal presidente Viktor Yanukovich, già governatore di Donetsk tra il 1997 e il 2002, spodestato quasi un anno fa.

In queste terre, economia e politica sono andate sempre di pari passo, grazie al ruolo degli oligarchi che dopo il crollo dell'Urss sono diventati i principali protagonisti delle vicende regionali e nazionali. E' il caso, sopra tutti, di Rinat Akhmetov, l'uomo più potente e ricco di tutta l'Ucraina, partito proprio da Donetsk e diventato il simbolo di quel Donbass ricco, ma non proprio pulito, visto sempre con diffidenza dal resto del Paese. Negli ultimi venticinque anni le lotte interne tra i clan del Donbass e quelli delle regioni limitrofe, a partire da quella di Dnipropetrovsk (da cui provengono per esempio l'ex eroina della prima piazza filo-occidentale, Yulia Tymoshenko) hanno caratterizzato la scena politico-economica non solo regionale, ma anche nazionale. Così è stato per la rivoluzione di febbraio 2014 contro Yanukovich. Così nel successivo sviluppo degli eventi politici e bellici sia nel Donbass che a Kiev.

LA GUERRA

La guerra vera e propria è iniziata a metà aprile 2014, quando il governo centrale del nuovo premier Arseni Yatseniuk ha lanciato la cosiddetta Ato (Anti-terrorism-operation) per liberare i centri occupati nel Donbass dai separatisti anti-Kiev e filorussi, che nelle settimane precedenti, tra l'indifferenza e la complicità delle istituzioni amministrative, militari e civili, si erano impadroniti di edifici simbolici e strategici, da diversi consigli comunali e regionali a stazioni di polizia e sedi dei servizi segreti.

Dopo la cacciata di Viktor Yanukovich e la formazione del nuovo governo tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo 2014, i movimenti autonomisti nel Donbass avevano iniziato a prendere più consistenza. Se la Russia aveva reagito a quello che qualificava un colpo di stato a Kiev occupando e annettendo in poco meno di un mese la Crimea, le regioni del sudest ucraino hanno cominciato a insorgere a macchia di leopardo, all'epoca anche con il sostegno della maggioranza della popolazione. La fase di occupazione separatista si è svolta senza conflitto militare tra gruppi filorussi e autorità locali e senza spargimento di sangue.

La decisione del primo ministro Yatseniuk e del presidente ad interim Alexandr Turchynov di riportare sotto controllo le città e le regioni ribelli ha cambiato lo scenario e la dichiarazione del 9 aprile 2014 dell'allora ministro degli Interni Arseni Avakov, che disse che la rivolta di Donestk sarebbe stata risolta in 48 ore, è significativa di quanto a Kiev si fosse sottovalutata la situazione. Le prime settimane dell'Ato evidenziarono subito le difficoltà delle truppe regolari di Kiev, affiancate dai battaglioni di volontari più o meno legati alla destra radicale salita alla ribalta durante le proteste pro-europee conosciute come 'Euromaidan'.

Falliti i primi tentativi per raggiungere un compromesso con il sostegno della comunità internazionale (Accordi di Ginevra del 17 aprile 2014), la guerra prese il suo corso. Ad accelerare la via del conflitto furono i referendum indipendentisti tenuti a Donetsk e Lugansk l'11 maggio e l'incapacità di avviare un vero dialogo: le riforme di autonomia e decentramento promesse prima da Yatseniuk e Turchynov, poi da Petro Poroshenko, eletto alla presidenza dell'Ucraina alla fine di maggio, finirono nel nulla.

La guerra nell'estate del 2014 portò tra l'altro l'abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines nel cieli del Donbass, che convinto l'Occidente a un giro di vite delle sanzioni contro la Russia, considerata la potenza-protettrice e il motore della forza militare dei separatisti. Gli accordi di Minsk a settembre non hanno risolto la crisi: nelle regioni indipendentiste sono state tenute a novembre elezioni presidenziali e Kiev ha abolito i primi provvedimenti di autonomia, bloccando i finanziamenti verso i due oblast. La guerra è ripresa su vasta scala a metà gennaio del 2015.

IL FRONTE SEPARATISTA

Le due "repubbliche popolari" di Donetsk e Lugansk, non riconosciute né da Kiev né dalla comunità internazionale, hanno eletto lo scorso novembre i loro due presidenti, Alexander Zakharchenko e Igor Plotnitsky, entrambi originari ucraini. Sono loro i due leader che a settembre hanno firmato l'Accordo di Minsk con i rappresentanti di Kiev (l'ex presidente Leonid Kuchma), Mosca (l'ambasciatore Mikhail Zurabov) e l'Osce (Heidi Tagliavini).

Se al momento sono Zakharchenko e Plotnitsky a gestire formalmente il fronte separatista, non sempre è stato così e nel corso dell'ultimo anno sono diversi i leader che si sono succeduti, ricoprendo varie cariche. I movimenti indipendentisti non sono mai stati omogenei e hanno avuto sempre diverse anime, sia a livello politico che militare. A Donetsk prima di Zakharchenko la funzione guida era stata assunta prima da Alexander Borodai, cittadino russo, regista dei primi movimenti insurrezionali e del referendum di maggio 2014, con legami stretti con Sergei Aksionov, governatore della Crimea.

Sul campo sono diverse le unità militari, e spesso non hanno agito all'unisono. Ora l'ombrello è quello delle Forze armate di Novorussia (la denominazione dell'Unione delle due repubbliche di Donestk e Lugansk) che avrebbe a disposizione dai 20 ai 30mila uomini. Zakharchenko ha annunciato alla fine di gennaio una mobilitazione generale di 100mila uomini. Quest'armata è costituita essenzialmente dai diversi gruppi che nel corso dei mesi si sono costituiti nel Donbass, dall'originaria Milizia del popolo ai vari battaglioni come Vostok, guidato da Alexander Khodakovsky, ex comandante dell'Alfa, commando speciale dell'Sbu, i servizi segreti ucraini. Kiev accusa Mosca di supportare i separatisti con armi e uomini. Al recente Forum Internazionale di Davos Poroshenko ha affermato che sarebbero 8-9 mila i soldati russi Ucraina.

LA SITUAZIONE

Un anno dopo la cacciata di Victor Yanukovich e dopo dieci mesi di guerra il Donbass è sostanzialmente diviso. I separatisti controllano in sostanza la metà dell'oblast di Lugansk e di quello di Donetsk. Le maggiori città sono in mano ai filorussi, con l'eccezione di Mariupol. Circa un milione di persone ha abbandonato i territori di guerra, dove la situazione umanitaria si è aggravata durante l'inverno.

Sul fronte meridionale i ribelli sono avanzati già a settembre sino a Novoazovsk, a pochi chilometri di distanza dal porto strategico, ma poi l'offensiva si è fermata. Secondo alcuni analisti Mariupol potrebbe diventare l'obiettivo di una prossima offensiva separatista per permettere un collegamento diretto via tra regioni indipendentiste e la Crimea, collegata alla Russia solo via mare.

Gli accordi di Minsk avevano fissato una linea di demarcazione che non è stata sostanzialmente rispettata da nessuno: secondo il protocollo aggiuntivo del 19 settembre reso noto da media ucraini alla metà di gennaio l'aeroporto di Donetsk avrebbe dovuto ricadere ad esempio sotto il controllo dei separatisti, mentre alcuni villaggi avrebbero dovuto essere concessi a Kiev. Se da un lato gli scontri sono proseguiti a singhiozzo nonostante la tregua, dall'altro a livello politico interno e internazionale non si è mai riusciti a mettere il coperchio alla pentola in continua ebollizione. Nella capitale ucraina le differenti visioni tra il presidente Poroshenko e il premier Yatseniuk hanno ostacolato il dialogo sia con le regioni ribelli che con Mosca.

GLI SCENARI

Ciò che succederà nel Donbass o almeno in parte di esso è difficile da prevedere. Attualmente, dopo la nuova offensiva diplomatica europea lanciata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Francois Hollande si è forse aperto uno spiraglio per l'allentamento della tensione, ma se la tregua può apparire a portata di mano, una soluzione definitiva è ancora lontana.

La tela tessuta tra Kiev e Mosca dai leader europei rischia infatti di incontrare gli stessi ostacoli che hanno impedito in sostanza l'implementazione degli accordi di Minsk. A questo si aggiunge lo spettro di una proxy war, una guerra per procura come negli anni della Guerra Fredda, dove Russia e Stati Uniti si affrontano in un duello nemmeno troppo a distanza o nascosto, i primi sostenendo i separatisti e i secondi il governo di Kiev.

Al di là però del posizionamento internazionale e delle pressioni esterne, nella capitale ucraina presidente e primo ministro sembrano imprigionati da un lato dall'impotenza strategica, militare e politica, non trovando la chiave per uscire dal tunnel del Donbass, e dall'altro l'intero establishment funziona esattamente come prima della rivoluzione contro Yanukovich. Oligarchi e poteri forti dettano ancora legge in un paese che se si è liberato da un presidente cleptocrate, ma si regge sempre su strutture poco trasparenti. In questo senso il futuro del Donbass è appeso a un filo e alle decisioni di pochi, non solo tra Mosca e Washington, ma proprio tra Kiev, Donetsk e Dnipropetrovsk, dove l'oligarca Kolomoisky vuole assumere il ruolo avuto nel sudest prima da Akhmetov.

Quello che è certo è che sul lungo periodo, senza cambiamenti sostanziali nell'architettura del paese il Donbass corre il pericolo di fare la fine della Transnistria, un buco nero tra Ucraina e Moldavia, eredità di un conflitto scoppiato con la dissoluzione dell'Urss e rimasto congelato sino ad ora. Senza contare il rischio che il confronto tra Russia e Occidente porti a ben più ampie e tragiche conseguenze del duello a colpi di sanzioni ingaggiato fino ad ora.

 

2 pensieri su “Cosa ne sarà del Donbass?

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