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La guerra dei media

Putin ha Sputnik e Poroshenko Ukraine Today. Ora l'Ue vuole un canale in russo. La crisi a Kiev è anche una questione di giornalismo e manipolazione.

(kremlin.ru)
(kremlin.ru)

Di Stefano Grazioli
Scritto per Lettera 43

Al principio era Radio Londra: ancora prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale la Bbc aveva iniziato a trasmettere programmi radiofonici di propaganda in diverse lingue nei Paesi dell’Europa continentale.

Dopo il 1945 e con l’inizio della Guerra fredda partirono quelli in russo indirizzati all’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti non furono da meno e dal 1949 cominciarono la lotta mediatica con Radio Free Europe – Radio Liberty dal quartier generale di Monaco. La Germania stessa non perse tempo e dal 1953 da Colonia la Deutsche Welle prese a martellare a tappeto tutta l’Europa dell’Est. Il 1989 e il crollo del comunismo furono un po’ anche la vittoria dell’Occidente nel conflitto via radio, anche solo perché dall’altra parte non c’era nemmeno lo straccio di un avversario. Se negli ultimi cinque lustri pareva che il nuovo ordine scaturito dopo la caduta del Muro di Berlino non dovesse subire scossoni, la crisi in Ucraina ha riportato l’Europa invece alla realtà e aperto la nuova fase della guerra dei media.

Con la differenza che stavolta non si tratta di combattere sulle onde corte, ma il terreno di battaglia è il villaggio globale in tutte le sue sfumature: dalla radio alla televisione, dalla carta stampata a internet. La guerra vera si vince o si perde ancora sul campo, ma con la manipolazione dell’opinione pubblica si fa già un passo avanti per esaltare un trionfo o addolcire una sconfitta. Ecco perché sin dal suo inizio la questione ucraina è stata al centro della propaganda di ciascun attore coinvolto - Kiev, Mosca, Bruxelles e Washington - e su ogni lato la narrazione degli eventi è sempre stata funzionale agli scopi politici.

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