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Berlino non cambia rotta

Oggi è di moda parlar male dell'economia tedesca, ma la situazione non è così tragica. Per questo Merkel non modificherà la politica europea.

La cupola del Bundestag (Archivio Rassegna Est)
La cupola del Bundestag (Archivio Rassegna Est)

di Pierluigi Mennitti

Negli ultimi tempi è diventata quasi una moda parlarne male: l'economia tedesca non è quel motore perfetto che si credeva, la polvere è stata nascosta sotto il tappeto, i suoi limiti stanno venendo a galla. Supportata da dati sulla crescita tedesca assai deludenti rispetto alle previsioni, si sta imponendo in Europa la narrativa di un paese strozzato dalle sue stesse pretese, su tutte quelle di aver voluto imporre una ricetta sbagliata per vincere la crisi: l'austerità è fallita e le sue conseguenze divorano i suoi stessi promotori.

Il nuovo leit-motiv suona più o meno così: non può esistere un paese-isola, immune dagli affanni che ingolfano le economie altrui, specie quando la propria dipende in maniera eccessiva dall'export. Dunque la Germania non va invidiata né tantomeno imitata. Basta con la tortura delle riforme, qualcos'altro si troverà. E per il momento ci pensa Mario Draghi a tenere su di giri i mercati.

Le illusioni di un cambio di rotta a Berlino

Come tutte le mode, quella di dare oggi addosso all'economia tedesca non aiuta a comprendere le dimensioni esatte dei fenomeni e dunque le scelte conseguenti degli attori politici di quel paese. È un errore speculare a quello di qualche anno fa, quando i lati oscuri del successo economico tedesco erano comunque sotto gli occhi di tutti: ma il mainstream non ama i racconti complessi e la realtà dai toni grigi, quelli erano gli anni del tutti a Berlino ed era d'uopo suonare solo alcuni tasti della grancassa.

Il problema è che le narrazioni semplificate servono più che altro a costruire interpretazioni interessate sulle quali ingaggiare battaglie di stampa in casa propria, perdendo di vista i punti reali con cui fare i conti. Era accaduto in passato, accade ancora oggi: l'attuale governo italiano, ad esempio, ha perduto i suoi preziosissimi mesi di presidenza europea inseguendo l'illusione di cambi di marcia a Berlino, periodicamente annunciati da corrispondenze approssimative e puntualmente smentiti dalle decisioni dell'esecutivo tedesco. Alla base di questa illusione c'era (e in parte c'è tuttora) la convinzione che l'economia tedesca vada a scatafascio e che Angela Merkel abbia capito di aver sbagliato strada.

L'economia rallenta ma tiene: bene lavoro e imprese

Converrà dunque riequilibrare i numeri, cominciando con l'ultimo dato fresco di giornata, quello sulla disoccupazione, diminuita nel mese di novembre di 16 mila unità rispetto a ottobre (- 89 mila rispetto a novembre 2013). In totale sono 2 milioni 717 mila i tedeschi senza lavoro per un tasso del 6,3%. Nonostante il rallentamento della crescita, il mercato del lavoro resta dunque vivace, in attesa di vedere quali effetti avrà l'introduzione nel 2015 del salario minimo generalizzato varato dal governo di Grosse Koalition. Un dato quest'ultimo utilizzato da molti commentatori italiani per annunciare tempi neri per l'economia tedesca ma che nessuno (a parte esponenti interessati della confindustria tedesca) è in grado di valutare in anticipo.

Tre giorni fa poi, l'istituto Ifo di Monaco ha reso noto il dato del Geschäftsklima-Index, l'indice che misura il clima che si respira nelle imprese: per la prima volta dopo 6 mesi, l'indice è tornato a crescere (104,7 punti contro 103,2 del mese di ottobre). Si tratta dell'indicatore congiunturale più importante in Germania, per il quale vengono mensilmente censiti 7 mila manager del mondo dell'industria, del commercio e dell'edilizia: il dato di novembre indica che le imprese hanno in qualche modo interiorizzato le conseguenze delle crisi scoppiate in Russia e nel Medio Oriente e hanno già riorientato i loro affari su mercati meno instabili.

Per quanto esperti e governo abbiano dovuto rivedere al ribasso le stime di crescita per i prossimi mesi, la percezione della situazione economica nel paese non è affatto negativa. Né per i cittadini, visto che il lavoro c'è, né per le imprese, il cui atteggiamento è di nuovo votato all'ottimismo. In più il governo ha messo un punto fermo nella legge di bilancio in discussione in questa settimana al Bundestag: lo schwarze Null, l'azzeramento di nuovi debiti da parte dello Stato.

Merkel può contare sulla crescita della Grecia

Difficile dunque che in questa situazione il governo riveda posizioni consolidate in questi anni riguardo alle politiche europee, tanto più che tali posizioni sono condivise da entrambi i partiti della coalizione: degli accenti differenti pronunciati nella campagna elettorale di un anno fa dai socialdemocratici non v'è più traccia e le politiche di maggior spesa pubblica sono tutte orientate sul versante interno, mentre per l'estero il dogma delle riforme strutturali è esattamente lo stesso della cancelliera e di Schäuble.

D'altronde un'altra notizia, in Italia passata un po' in sordina, è destinata a convincere ancor più i tedeschi della bontà delle politiche di consolidamento dei bilanci: il dato di crescita della Grecia. Dopo il +1,4% del terzo trimestre di quest'anno, Atene continuerà a guidare il treno della pur debole ripresa europea. E lo farà, stando alle stime del governo greco, a ritmi impensabili fino a qualche mese fa: +2,9% nel 2015, +3,7% nel 2016. Bisognerà poi vedere se queste previsioni verranno rispettate o se, come accaduto altre volte, si riveleranno fin troppo ottimistiche. E tuttavia, forte di queste stime, Angela Merkel e i suoi ministri continueranno a proporre la stessa ricetta di sempre: risparmio, riforme, recupero della competitività. Inutile attendersi altro.

1 pensiero su “Berlino non cambia rotta

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