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La nuova guerra fredda? È scoppiata, ma ormai dieci anni fa

Ucraina spaccata, Caucaso a brandelli, grande gioco in Asia centrale. Tutto ampiamente prevedibile. Nostro vecchio articolo. 

Putin e Obama al vertice Apec del 2014 (kremlin.ru)
Putin e Obama al vertice Apec del 2014 (kremlin.ru)

di Stefano Grazioli
Scritto per Il Corriere del Ticino
(dicembre 2004)

Un anno fa la “rivoluzione delle rose” in Georgia, dove il pro-americano Sakashvili aveva scalzato il vecchio Shevarnadze, ora quella “arancione” in Ucraina con l’altrettanto filo-statunitense Yushenko in netto vantaggio dopo la ripetizione del ballottaggio di domenica; non si contano i pezzi già persi sul Baltico, dove le ex repubbliche sono finite nelle braccia non solo dell’Unione Europea, ma soprattutto della NATO, e preoccupa la contesa sull’immensa regione che dal Caspio arriva fino all’Asia Centrale e che interessa la Cecenia così come l’Afganistan: la Russia del nuovo Zar Putin si sente accerchiata. Minacciata nella sua integrità, dopo aver ceduto negli scorsi anni brandelli di Impero e influenza in aree di interesse geopolitico di enorme valore.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel dicembre di quattordici anni fa Mosca aveva dato l’addio al suo status di potenza mondiale, sprofondando in un precipizio fatto di instabilità politica, crisi economica, sfilacciamento della società, anarchia criminale. Il Paese più grande del mondo era diventato terra di conquista per pochi oligarchi che appoggiando il potere politico conquistarono l’impunità per la loro ingordigia: il decennio di Eltsin, con due colpi di stato (1991, 1993) e il tracollo economico del 1998 aveva spinto l’ex URSS sull’orlo del baratro. È stato il successore dell’Orso Boris, Vladimir Putin, a ristabilire in quest’ultimo periodo un po’ d’ordine e a riportare la nazione ad essere nuovamente un attore importante e potente sul palcoscenico della politica internazionale.

L'articolo sul cartaceo del Corriere del Ticino.
L'articolo sul cartaceo del Corriere del Ticino

Putin, ora al suo secondo mandato, ha impiegato questi cinque anni di presidenza per risollevare la Russia e tentare di riportarla ai fasti di un tempo. Se Eltsin era succube all’interno di un pugno di magnati della finanza e all’estero contava meno del due di picche, ora – dopo il primo periodo di accondiscendenza e assestamento – l’ex agente del KGB che comanda al Cremlino può fare la voce grossa. È passato il periodo in cui gli Stati Uniti venivano visti dal basso verso l’alto, adesso Mosca gioca da pari a pari con Washington, sapendo bene che la cooperazione sulla lotta al terrorismo giova a tutti e due e soprattutto sapendo bene che le mosse di Bush sullo scacchiere mondiale possono essere ribattute sfruttando altre strategie.

Putin non guarda solo a Occidente, ma le sue opzioni coprono il grande Oriente, con Cina e India che possono costituire con la Russia un triangolo capace di opporsi agli Usa. La visione di un mondo multipolare che si oppone a quella teorizzata dai neoconservatori d’Oltreoeano di un’unica superpotenza padrone di tutto. La Russia accetta fino a un certo punto la perdita d’influenza in Europa, dal Baltico al Mar Nero, e non ignora che la vera partita avviene ben più a est. Piangere sul latte versato non serve a nulla, anche se non bisogna lasciare partita vinta senza combattere, quel che è fondamentale è aver rialzato la testa e prepararsi adeguatamente per le prossime sfide: Vladimir Putin lo sa. Andiamo dunque a vedere più da vicino le regioni dove l’eterno conflitto si è ravvivato facendo tornare il pensiero al clima della Guerra Fredda.

Ucraina

La drammatica sfida tra Yushenko e Janukovic, il primo pro-occidentale, il secondo conservatore vicino al presidente uscente Kuchma e pro-russo è stata presentata spesso proprio come una fase di scontro tra il democratico e onesto occidente (supportato da Ue e Usa) e il regime dittatoriale corrotto supportato da Mosca. In realtà i problemi di un Paese di per sé già spaccato per storia, tradizione, cultura, religione sono diventati lo strumento per una rappresentazione manichea con molte scollature rispetto alla realtà. La posta in gioco è sembrata essere il passaggio di Kiev sotto l’ala protettrice di Bruxelles e Washington e la conseguente sottrazione da Mosca, mentre il vero destino della giovane democrazia ucraina e dei suoi cittadini è passato in secondo piano. Se da un lato la visita di Putin a Janukovic in campagna elettorale è stata definita da Yushenko un’ingerenza inaccettabile, dall’altro il sostegno di organizzazioni statunitensi al leader arancione e le pressioni esterne (via Polonia) non sono apparso certo un atteggiamento distanziato di Washington. Il fango che i due contendenti si sono gettati in faccia nell’ultimo incontro televisivo prima delle elezioni del 26 dicembre non ha fatto promettere niente di buono per il futuro e il rischio secessione rimane reale. In sostanza le mani pulite non le ha avute nessuno e, almeno così dicono a Mosca, l’Europa dovrebbe ricordarsi di questo prima di emettere giudizi di condanna.

Nel recente incontro prima di Natale in Germania tra il cancelliere Schroeder e il presidente russo, quest’ultimo si è detto pronto alla cooperazione sia per il caso di Kiev che su quello più spinoso in Cecenia. Le soluzioni sono possibili, ma Bruxelles non deve tirare tropo la corda. Lo sfondo è quello delle forniture di gas e petrolio che dal Caspio passano attraverso il Caucaso e gli ex stati del blocco sovietico verso Occidente. Le alternative non mancano. E nessuno vuole perdere la propria fetta di torta.

Paesi baltici

Le frizioni in Ucraina, tra filo-europei e filo-russi, sono ben visibili anche nelle Repubbliche Baltiche che dal maggio di quest’anno hanno fatto il loro ingresso nella UE. Nonostante i giochi siano ormai fatti, nel senso che ormai è impossibile tornare indietro, il potenziale conflittuale è gigantesco. I legami con Mosca non si possono tagliare in quattro e quattr’otto, anche solo per questioni geografiche. Il fatto che Estonia, Lettonia e Lituania facciano anche parte della NATO complica maggiormente le cose: come nel caso dell’Ucraina si tratta di stati con consistenti minoranze russe, ben rappresentate a livello politico e che intrattengono rapporti con la vecchia capitale. Esempi recenti a Vilnius l’ex presidente Paksas, caduto per uno scandalo e accusato di essere vicino ai servizi segreti del Cremlino e il leader pseudo-laburista Viktor Uspaskich, il cui partito sembra essere finanziato tra l’altro dal colosso russo del gas Gazprom. Vista con gli occhi della UE la partita è dunque chiusa, ma non certo vinta. Anche perchè persiste il problema di Kaliningrad, lembo di terra russa circondato ormai da stati UE, avamposto strategico nel anni Settanta e Ottanta e proprio ora non certo anacronistico.

Caucaso

Al momento è il punto più caldo, non soltanto per la questione cecena, ma soprattutto per quella georgiana. Dopo la tragedia dello scorso settembre a Beslan Europa e Usa hanno guardato con occhio più critico agli sviluppi di Mosca (accentramento del potere giustificato in parte per rendere più efficace la lotta al terrorismo), in realtà la Guerra Fredda è ritornata più a sud. A Tbilisi comanda da un anno Mikahil Sakashvili, protetto di Washington e grande speranza per la resurrezione della piccola repubblica. Dopo l’euforia iniziale, anche la spinta riformatrice in Georgia sembra essersi però arrestata, con il presidente più impegnato nelle difficili contese nelle regioni separatiste come Abcasia e Ossezia che nel rilancio del proprio paese.

Le difficoltà con Mosca sono accentuate dalle tensioni nella valle del Pankisi, dove si rifugiano gruppi di terroristi legati tra l’altro ad Al Qaeda. Mosca ha minacciato più volte di volere intervenire militarmente in Georgia anche se fino ad ora hanno prevalso le colombe sui falchi. Alla Casa Bianca l’interesse è più per la regolare costruzione del mega-oleodotto che collega il Caspio e arriva in Turchia (da Baku a Cheyan) e che dovrebbe essere aperto in un paio d’anni, visto che l’ingresso della Georgia nella NATO sembra essere cosa fatta. La tensione rimane comunque costante.

Asia centrale

Dopo l’11 Settembre e la guerra in Afganistan si è riaperto in Asia Centrale il Great Game che vede coinvolte le potenze mondiali e regionali. Alla Russia e agli Stati Uniti (presenti nelle varie repubbliche sia a livello militare che economico) si è aggiunta ovviamente la Cina. Senza dimenticare l’India. La presenza di soldati a stelle e strisce in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghistan infastidisce non solo Mosca, ma anche Pechino e anche se tutti si dicono uniti nel combattere il terrorismo internazionale che si annida ad esempio nella valle della Fergana e nella provincia cinese dello Xing Yiang, la posta in gioco è molto più alta e le divergenze non mancano. Putin ha le carte migliori, coltivando buoni rapporti sia con Pechino e con Nuova Delhi.

Attraverso l’Organizzazione di Shangai (a cui appartengono oltre a Russia e Cina, anche le altre repubbliche ex sovietiche della regione escluso l’isolatissimo Turkmenistan, mentre l’India bussa alla porta) Mosca vuole allargare il fronte anti-statunitense e mettere un freno alle aspirazioni di Bush nella regione. Ma questi sono scenari che diverranno davvero scottanti solo in un prossimo futuro. Per ora Putin lascia che gli USA si barcamenino in Iraq.

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