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La banalità del Muro

Il Checkpoint Charlie, il celebre punto di passaggio fra le Berlino divise, è oggi un festival del kitsch. Ma anche una metafora del difficile rapporto della città con la memoria. 

Turisti al Checkpoint Charlie (Archivio Rassegna Est)
Turisti al Checkpoint Charlie (Archivio Rassegna Est)

di Pierluigi Mennitti

Da un lato uno storico museo sul comunismo, messo su quando ancora c’era il Muro da un bizzarro collezionista, poi allargatosi caoticamente negli ultimi anni con i cimeli raccolti dopo la caduta della Ddr. Dall’altro, una fila interminabile di fast food che emanano odori forti: kebab, currywurst, spaghetti cinesi e hamburger di Mc Donald’s. In mezzo, tra le auto che faticano a farsi strada, una moltitudine di turisti, aggrappata agli immancabili falsi soldati americani e sovietici per una foto ricordo o assiepata attorno al falso gabbiotto dove erano asserragliati i soldati dell’Us Army. Tutt’intorno, negozi di souvenir e bancarelle che espongono ogni genere di paccottiglia sovietica, vera e più spesso falsa, a prezzi sproporzionati.

Così si presenta oggi uno dei luoghi storici di Berlino, il Checkpoint Charlie, il posto di controllo più famoso della guerra fredda. Per 40 anni, su questa frontiera si sono guardate in cagnesco le truppe delle potenze che avevano conquistato la capitale tedesca alla fine della seconda guerra mondiale. Gli Alleati da un lato, i sovietici dall’altro. Qui sono avvenuti alcuni dei tentativi più spettacolari di fuga, molti conclusisi tragicamente. Qui, in qualsiasi istante, un movimento falso o un ordine mal eseguito potevano far scoppiare un nuovo conflitto globale. Oggi la zona è più nota col soprannome di Snackpoint Charlie.

Snackpoint Charlie

Se non fosse per l'installazione dell'artista Yadegar Asisi, il Panorama Mauer, che da due anni offre una spettacolare ricostruzione panoramica della Berlino divisa, non c'è nulla in questo luogo che restituisca l'atmosfera dei momenti drammatici che si sono vissuti su questo incrocio tra la Friedrichstrasse, la Mauerstrasse e la Zimmerstrasse. Un festival del kitch. Nella primavera del 2012 erano cadute anche le palizzate che nascondevano una delle poche aree rimaste libere, per l’inaugurazione di una nuova struttura: il Freedom Parks.

Già il nome non prometteva bene. Gli autori del progetto erano convinti che sarebbe stato uno spazio di intrattenimento del tutto compatibile con il significato storico del luogo. Oggi tutto è come al giorno dell'inaugurazione. Otto grandi box di vetro, uno è destinato alla vendita di würstel, un altro pretende di essere stato il primo Mauershop di Berlino: sugli scaffali sono esposti dieci pezzi del vecchio Muro, ritrovati miracolosamente durante gli scavi. Per cifre oscillanti tra i cinque e i 35 euro, i turisti possono recuperare il tempo perduto e accaparrarsi uno degli ultimi pezzi originali del simbolo della città divisa. E poi c'è l'immancabile venditore di pizzette al taglio, tanto per non perdere il ritmo dello Snackpoint Charlie.

Non era difficile immaginare che anche il Freedom Park sarebbe entrato a far parte di questa sorta di Disneyland della guerra fredda sorta senza criterio. Un progetto privato realizzato da un investitore irlandese di cui all'inizio non era stato svelato il nome. Quanto mistero. La Berliner Morgenpost aveva sospettato che il progetto irlandese, lungi dall'onorare il valore storico di questo luogo, avrebbe significato la sua resa definitiva al commercio.

Difficile rapporto con la memoria del Muro

I turisti non sembrano porsi troppi problemi. Il Checkpoint Charlie resta il sito più visitato di tutta Berlino, più della stessa Porta di Brandeburgo. E anche se di storico sono rimaste solo le foto d’epoca appese alle palizzate che circondano due aree non ancora edificate, è qui che i visitatori accorrono con l’illusione di respirare l’atmosfera della città divisa. Il museo degli Alleati, realizzato nel periferico quartiere di Zehlendorf vicino all’ex quartier generale americano, e che espone il gabbiotto originale che una volta sostava al Checkpoint Charlie, non attira più di 65 mila visitatori l’anno. Chi volesse ascoltare l’altra campana potrebbe visitare il Deutsche-Russische Museums nel quartiere orientale di Karlshorst, sede del comando sovietico: ma sono in pochi a farlo. E anche il memoriale a cielo aperto realizzato dalla Stiftung Berliner Mauer in un altro luogo simbolico, la Bernauer Strasse, che pure vanta quasi un chilometro e mezzo di Muro originale ed è stato appena ampliato, fatica a tenere il ritmo.

Così, se i berlinesi storcono il naso e cercano di evitare il Checkpoint Charlie, i turisti vi accorrono in massa, per nulla turbati dall’atmosfera artificiale e carnevalesca. «È la testimonianza di come Berlino non sia mai riuscita ad andare d’accordo con la memoria storica del Muro», ha scritto ancora la Morgenpost, «fin da quando, nei giorni immediatamente successivi alla sua caduta, l’ordine venuto dall’alto fu quello di demolire tutto, il più in fretta possibile».

Sbriciolare il passato e costruirci sopra un’idea di futuro è in fondo sempre stato il filo conduttore di questa città, quella speciale Berliner Luft, aria berlinese, che si respira a pieni polmoni sognando di inseguire il mito di sempre, New York. Una corsa in avanti che non ha evitato i tragici inciampi nella storia. E anche adesso che i tanti fantasmi del passato non sembrano ripetibili, la Disneyland del Checkpoint Charlie lascia in fondo un retrogusto amaro, quello della banalità.

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