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Qui Berlino. Un quarto di secolo senza “Die Mauer”

A venticinque anni dalla caduta del Muro, un lungo reportage nella vita della Berlino di oggi. Cambiamento, la memoria, economia, immigrazione. 

Celebrazioni per la caduta del Muro (Archivio Rassegna Est)
Celebrazioni per la caduta del Muro (Archivio Rassegna Est)

di Pierluigi Mennitti

L’ultima novità è un’App per percorrere il confine in cui il Muro divideva la città. Il Muro non c’è più. La città è nel frattempo diventata la meta più ambita dai giovani di mezzo mondo. Ma il marketing la sta rimodellando. Quando nell’autunno del 1989 il “vallo di difesa antifascista” se ne venne giù con tutte le macerie del comunismo, i berlinesi si comportarono come sempre hanno fatto nella loro storia: lo hanno definitivamente raso al suolo, cancellato dalla geografia urbana, relegato ai libri di storia. Ora l’ufficio del turismo se ne mangia le mani. Oggi che Berlino ha superato anche Roma come numero di visitatori, che le compagnie low cost vomitano nei due aeroporti cittadini migliaia di turisti al giorno, il sindaco vorrebbe riaverlo quel Muro, magari anche solo un pezzo ma così com’era, con le due barriere, il filo spinato, le cucce dei cani lupo, le torrette e i piloni con le cellule fotoelettriche. Quello originale, insomma, proprio nel punto dove lo avevano costruito Walter Ulbricht ed Erich Honecker e non quelle sorte di surrogato che si trovano all’East Side Gallery, sulla sponda orientale della Sprea, o sulla Bernauer Strasse.

E però, davanti a quei surrogati i turisti fanno ressa e scattano foto. All'East Side Gallery, dove per liberare l'accesso a un condominio di lusso il Muro è stato ulteriormente sacrificato, non è manco facile arrivarci. Prendi la S-Bahn, la metropolitana di superficie e arrivi all’Ostbahnhof, in quella che era la stazione centrale di Berlino Est. Ti svincoli dall’ennesimo centro commerciale, superi chioschi di succhi di frutta biologica e currywurst, non ti lasci tentare dall’iper-moderno palazzetto dello sport sponsorizzato da un provider telefonico e t’infili per un vialone lungo e spazioso che un po’ ricorda i vecchi scenari della guerra fredda resi celebri da tanti film di spionaggio. Lì si trova l’East Side Gallery.

Una città divorata da frenesia di cambiamento

Fu l’invenzione di un mattacchione, al quale non sembrava vero che Berlino volesse fare a meno del suo Muro. Salvò dai bulldozer una ventina di lastroni, di quelli bianchi e immacolati che si trovavano sul lato orientale, e chiamò artisti aspiranti e affermati per rifare quello che si faceva sul lato occidentale: disegni e graffiti, un monumento anarchico alla libertà e alla pace. Qui ci hanno portato anche Gorbaciov, qualche anno fa: melanconico ma evidentemente allettato dal caché, ha girato la pubblicità della Luis Vitton, stretto sui sedili posteriori di una Mercedes nera, con la borsa griffata al fianco e il surrogato del Muro che sfilava dai finestrini. Sembrava una scena girata da Leni Riefenstahl, con l’ultimo segretario del Pcus al posto del Führer.

Oggi ci sono le App. La ricostruzione virtuale del Muro nacque anni fa con un’audioguida. Klaus Wowereit (il sindaco della Berlino povera ma sexy che fra qualche settimana abdicherà) la presentò con grande enfasi. Era una specie di telefonino gps che parlava in tedesco o in inglese. Qui c’era il Checkpoint Charlie, lì spararono alle spalle dei fuggitivi, qua era la terra di nessuno, là le torrette di avvistamento. Sul display comparivano vecchi filmati. Le più moderne App ripropongono oggi lo stesso modello di visita, semplicemente ampliando e diversificando il bacino di clienti. Ma bisogna immaginarselo il Muro, se non si è fatto in tempo a vederlo dal vivo, mentre altri gruppi turistici in bici e a piedi scorazzano a destra e a sinistra per la strada lungo il vecchio confine.

Berlino però è fatta così. E’ sempre stata così. Maciulla tutto nell’irresistibile frenesia del cambiamento. Velocità, innanzitutto. Come piaceva alla truppa di irrequieti futuristi italiani sbarcata sulla Sprea negli anni Venti del secolo scorso. Gli sarebbe piaciuta pure oggi, con i palazzi venuti su in soli cinque anni, la Friedrichstrasse tirata a lucido, la Potsdamer Platz di Renzo Piano e il Sony Center di Murphy e Jahn, la cupola di vetro e acciaio del Reichstag di Norman Foster che si avvita verso il cielo come il guscio trasparente di una lumaca, la Porta di Brandeburgo circondata dagli esperimenti architettonici della Pariser Platz. Un poema parolibero, come scriveva a quei tempi Filippo Tommaso Marinetti: «La Potsdamer Platz di Berlino era già trent’anni fa un palpitante poema parolibero col suo meccanizzato Polizei distributore di direzioni e lasciacorrere semaforico dominatore di queste correnti». Correnti di traffico, di auto, di bus, di persone gestiti dal «lasciacorrere semaforico» che un fremito di nostalgia ha fatto ricostruire e piazzare lì dove era prima della guerra e delle bombe: sulla Potsdamer Platz.

La cerniera fra Vecchia e Nuova Europa

È lontana la Roma nervosa e decadente dell'ultimo ventennio, come l'odierna Parigi carica di gloria e di rughe. Marinetti lo notava già negli anni Venti: «Lodo Berlino perché vorrei che si favorisse in tutti i modi la modernizzazione di Roma». In Europa, solo l'indipendente Londra tiene il passo, forse perché si fa sempre i fatti suoi e guarda ogni concorrente dall'alto in basso, o qualche capitale dell'Est, Varsavia, Praga. Sono passati venticinque anni dalla caduta del Muro e nel frattempo la rete di trasporto pubblico è stata rimessa tutta in funzione, ricollegando l’est all’ovest, con le linee metropolitane sotterranee e di superficie e i tram, e tutto si muove senza sosta, giorno e notte, collegando qualsiasi punto della città. E si scava ancora, per nuove linee, senza sosta, notte e giorno.

Nel frattempo a Berlino i simboli della riunificazione sono già passati di mano. Il complesso della Potsdamer Platz e il centro della Sony sono stati messi in vendita. Le società che li hanno costruiti, Daimler e Sony, hanno ripiegato sul tradizionale cor-business e alleggerito i portafogli del mercato immobiliare. Altri hanno comprato, puntando su un rifugio sicuro a prezzo di saldo o sull'inevitabile speculazione che un mercato qualche anno fa troppo economico avrebbe garantito. Colossi che poggiano sulle fondamenta solide dell’economia scandinava, come la Seb-Bank svedese o istituzioni dell’era globale, come la banca newyorchese Morgan Stanley o fondi d'investimento olandesi e irlandesi, hanno scoperto l’attrazione di una metropoli a prezzi stracciati ma strategicamente decisiva per le sorti dell’Europa. Quella di oggi, non di domani. Berlino al centro del Continente, cerniera della Vecchia e della Nuova Europa. A metà strada fra Mosca e Parigi, leggendo la mappa da destra a sinistra, fra Stoccolma e Madrid, guardandola da sopra a sotto. Era la scommessa dell’Ottantanove. Ora è divenuta una realtà solo in parte. Perché se si guardano i numeri dell'economia, Berlino resta molto indietro rispetto ad altre città tedesche, le grandi aziende andate via dopo la seconda guerra mondiale non sono mai tornate e il futuro imprenditoriale della capitale è affidato alla speranza di tante start-up che si spera di veder sorgere e affermarsi come funghi negli spazi per creativi sparsi in tutti i quartieri. La forza di Berlino è oggi soprattutto politica, come luogo di decisione e di mediazione degli interessi economici del Paese. Ma se parlamento e governo fossero rimasti a Bonn, la centralità geografica non avrebbe da sola restituito a Berlino il suo ruolo da pivot.

Un melting pot problematico ma non fallito

Sul piano demografico, invece, Berlino è in crescita, grazie agli immigrati (non solo stranieri, anche tedeschi). La composizione geografica degli abitanti si è ulteriormente frastagliata. Prima c’eravamo noi, gli italiani emigrati tra i Cinquanta e i Sessanta. Poi sono arrivati i turchi, in massa. E un po’ di arabi e di sudamericani in fuga dalla miseria e dalle dittature, oltre ai fricchettoni di tutto il mondo e di tutta la Germania: vivere a Berlino, all’ombra del Muro, esentava dal servizio militare tedesco. Ma da quando l’oriente europeo s’è scongelato, s’è aperta la diga: polacchi, russi, baltici, cechi e slovacchi, bulgari e rumeni e poi tutti quelli in fuga dalla premiata macelleria balcanica degli anni Novanta. Fino agli expat delle crisi più recenti: i figli ben vestiti del Sud Europa in recessione, ricchi di lauree o sogni artistici, sbarcati a decine di migliaia nell'ultimo lustro alla ricerca della Terra promessa e quelli disperati dal Medio Oriente e dall'Africa, in fuga dalle guerre e approdati nell'Europa di Schengen sulle coste italiane o spagnole.

La buona novella è che, più o meno, ancora si riesce a convivere. Il “Carnevale delle culture”, una sorta di allegra sagra paesana che anima di concerti e carri allegorici il maggio di Kreuzberg, sintetizza il melting pot berlinese, fatto di inevitabile politically correct e buonismo ma anche di integrazione vera, cose concrete come casa e lavoro, ordine e disciplina, certezza della pena per chi sgarra ma tolleranza e accoglienza per chi sceglie Berlino per reinventarsi una vita. In fondo si chiamano politiche pubbliche, un termine che altrove sembra passato di moda.

Il vento dell'Est

L'attrazione che Berlino ha suscitato verso l'Est la avverti a ogni angolo. È qui che la Nuova Europa ha trovato il suo primo motore, dopo la caduta del Muro, per poi propagarsi come un'onda benefica di nuovo verso oriente. La Russendisko (una specie di movida moscovita fatta di suoni e letteratura e vita mondana) era nata negli anni Novanta in uno scantinato del quartiere Mitte, il Caffè Burger, ritrovo dell’immigrazione polacca poi preso in gestione dal genio furbo di Vladimir Kaminer, dj e romanziere, affabulatore e ruffiano, che ha saputo radunare attorno a questo locale intellettuali e musicisti della diaspora russa, facendo rivivere l’ambiente artistico russo-berlinese dei tempi di Nabokov. Dall’Est più vicino non arrivano solo le badanti e le colf. Varsavia offre anche cultura e il festival “Film Polska” esibisce una volta all’anno il meglio del cinema underground polacco. I Paesi Baltici si presentano con la loro “Settimana Baltica” fra concerti di musica classica e mostre pittoriche. E alle note del compositore George Enescu si affida il centro di cultura di Bucarest per offrire del proprio paese l’immagine migliore possibile.

Così Berlino viaggia spedita nel suo piccolo secolo europeo. L’Europa Vecchia e Nuova non sarà più al centro del mondo ma resta un angolo importante, come dimostrano in negativo le ripercussioni della crisi. Per la storia ma anche per la sua diplomazia politica e soprattutto per la sua economia e la sua moneta. E la capitale tedesca ne occupa stabilmente il centro.

L'altra faccia: violenza, emarginazione, solitudine

Ovviamente non è tutto oro quello che luccica. E mentre i turisti sui battelli che navigano sulla Sprea restano ammirati attraversando il modernissimo quartiere governativo, più a Est, nei quartieri periferici dove dominano i casermoni, fino a qualche anno fa ci si chiedeva ancora se ne fosse valsa la pena di buttare giù quel Muro. Poi quasi di colpo la musica è cambiata, con l'affermarsi di generazioni che il passato non possono neppure rimpiangerlo per questioni anagrafiche. Nel frattempo quei casermoni sono stati rimessi a nuovo, risanati e riverniciati nelle facciate di colori brillanti, di modo che quando c’è il sole sembra quasi di stare a Disneyland e non ai confini del Brandeburgo. E ad accrescere la sensazione del luna park ci sono nuovi centri commerciali di periferia, non belli ed eleganti come quelli del centro, si capisce, ma insomma anche qui il capitalismo ha provato a far sentire tutti partecipi di un sogno, anche se in versione più stracciona.

Ma il sogno può non funzionare. Le giornate grigie e piovose sono ancora più numerose di quelle assolate e l’arcobaleno posticcio dei palazzi non sempre riesce a mistificare la realtà. Berlino ama raccontarsi al ritmo dei suoi film. Messi in archivio i tempi frenetici di Lola rennt o quelli nostalgici di Goodbye Lenin, la fine dello scorso decennio aveva decretato il successo di Du bist nicht Allein, che già dal titolo la dice lunga: non sei solo. Una commedia sentimentale e drammatica nella quale il protagonista, un operaio disoccupato che vive in un casermone alla periferia di Berlino Est, disperde le proprie illusioni in un rapporto impossibile e patetico con una giovane immigrata russa, vicina di casa, che non ricambia la passione. Il film suggerisce una speranza nel malinconico finale: la moglie dell’operaio ha ottenuto un lavoro e quando scopre lo smarrimento di suo marito, la compassione prevale sulla rabbia. I due si separano: lei resta a Berlino con il suo stipendio, il marito ormai ex cercherà in Olanda il lavoro e l’equilibrio perduto. Ma fuori dallo schermo, la vita resta dura e le speranze tramontano nel voto alla sinistra radicale della Linke o agli euroscettici di Alternative für Deutschland: non a caso, i due partiti hanno da queste parti le loro roccaforti elettorali, anche se solo la Linke può vantare la sua origine nella Götterdämmerung della Ddr.

E quando non è più la politica a intercettare le delusioni, la frustrazione si materializza nelle randellate affibbiate agli stranieri dalle bande vigliacche dei naziskin. Solo che non ci si lamenta più, non è più un metro sul quale misurare la distanza tra un prima e un dopo, perché le generazioni che oggi dettano legge nei sondaggi, quel prima o non se lo ricordano più, o non l'hanno mai vissuto. Come per la vecchia generazione il Muro era diventato la normalità, per quella attuale la normalità è l'assenza di Muro. Se la vita fa schifo non è perché non c'è più il Muro a proteggere un piccolo mondo antico.

Negli ultimi anni c'è stata la nascita di un fenomeno insolito per Berlino, la violenza urbana. E non solo nei quartieri disperati dell’Est. A Ovest, l’immigrazione che non si integra ingrossa e sposta i mercati della droga. E poi c'è il disagio dei giovani tedeschi marginalizzati: lo Stato sociale si ritira e spesso non c'è nulla, qui neppure la famiglia, a sostituirlo. Negli ultimi anni, addirittura negli stessi quartieri, accanto ad aree baciate da riqualificazioni se ne sono create altre che hanno conosciuto il fiato marcio del degrado. Come a Neukölln, per metà nuovo centro di hipster e creativi, per metà simbolo di problemi d'integrazione: qui, nel milleduecento, si insediarono i primi coloni che diedero vita a Berlino. Ottocento anni dopo, chi si trova nella metà degradata, se può vende e va via. E come nei quartieri malfamati delle città mediterranee, i conducenti degli autobus hanno paura a circolare di notte: le cronache cittadine riportano sempre più atti di violenza e vandalismo. Anche nelle stazioni della metropolitana, non più sicure come un tempo, a Ovest come a Est. E il bullismo degli adolescenti. E le gare alcoliche, fino a stordirsi. E le mamme che uccidono i propri figli, segno che la solitudine, anche in una città organizzata dove una donna trova sempre un consultorio aperto, può non riservare vie d’uscita.

Tracce di cronaca che aiutano a farsi un quadro più chiaro. A illuminare le zone d’ombra di una città di successo. La capitale di un Paese che non ha abdicato all’impegno di fare dei propri abitanti una comunità plurale ma che poi è costretta a misurare ogni giorno la distanza che resta da compiere.

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