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Croazia-Brasile: nel 2008 fu rissa

La partita inaugurale dei mondiali si giocò anche, nel 2006, in Germania. E scatenò la violenza a Mostar, in Bosnia.

(Scritto per Europa)

Bosnia, Mostar (Archivio Rassegna Est)
Bosnia, Mostar (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Non che la storia debba ripetersi, ma è impossibile pensare alla partita tra Brasile e Croazia, che inaugura questi Mondiali, senza ricordare quella svoltasi in Germania nel 2006, l’anno in cui l’Italia trionfò. Fu infatti sinonimo di violenza. La violenza non si materializzò né in Brasile e né in Croazia, però. Il teatro fu la città bosniaca di Mostar.

In tanti la chiamano “la Berlino dei Balcani”, un po’ per sentito dire. Tra l’altro, in città, di muri non ce ne sono. Però è vero che Mostar – il principale centro urbano dell’Erzegovina, la parte meridionale del paese balcanico – sconta rigide separazioni. Un tempo era una città mista, aperta. La guerra dettò come in molti altri luoghi della Bosnia un travaso di popolazione, che è stato confermato in larga misura anche dopo la fine delle ostilità. Le due principali componenti etniche della città, i croati (in lieve maggioranza) e i musulmani bosniaci (bosgnacchi), occupano rispettivamente, volendo semplificare, la sponda ovest e in quella est della Neretva: è il fiume che taglia in due l’abitato.

Ma che successe nel 2006? Le cose andarono così. Sulla sponda occidentale, nei bar un po’ modaioli che sorgono lungo i viali o all’interno delle loro abitazioni, i croati stavano vedendo la partita, tifando a squarciagola. Per la Croazia, s’intende. Il calcio – a Zagabria e dintorni, come in quegli spicchi di Balcani dove si registra una solida presenza croata, è appunto il caso dell’Erzegovina – è una religione febbrile. Ma a volte è anche fanatismo e rabbia. E a Mostar i tifosi dello Zrinjski, la squadra croata della città, sono noti per il temperamento esagitato.

Lo stesso vale per gli ultrà del Velez, l’undici dell’altra parte di città. In sintesi, in una città divisa il calcio tutto fa meno che unire. Ogni pretesto diventa buono per sancire le differenze. E si arriva persino, come capitò nel 2006 a Mostar est, a tifare il Brasile pur di vedere la Croazia sconfitta. Se questa è la premessa, non stupisce se i fatti del 2006 raccontano di un tafferuglio gigantesco sulla piazza di Spagna, slargo che campeggia tra i due emisferi mostarini. Gli iniziatori furono gli uligani croati. Imbestialiti per la sconfitta della nazionale (0-1, gol di Kakà), si fiondarono su quella spianata e iniziarono a sfasciare vetrine, saccheggiare negozi, prendersela con il mondo. Dall’altra parte della città arrivarono gli ultrà bosgnacchi, vogliosi di scontro. E furono botte da orbi, con una ventina di feriti e un numero analogo di arresti.

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