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Sarajevo, la biblioteca risorta

La Vijecnica, così si chiama l'edificio che custodiva il patrimonio letterario di Bosnia, fu distrutta nel 1992. Migliaia di libri furono persi. Ora la struttura riapre, dopo ventidue anni. Ma senza particolari clamori.

(Scritto per Reset DOC)

La biblioteca in fiamme, nel 1992 (vijecnica.ba)

di Matteo Tacconi

Venticinque agosto 1992. Una di quelle date che a Sarajevo tutti, inesorabilmente, ricordano. È il giorno in cui le milizie serbo-bosniache, assistite dall’Armata jugoslava (controllata da Belgrado) e acquartierate sulle colline che circondano la città, da dove la strinsero d’assedio fino al 1995, fecero piovere granate e colpi di mortaio sulla Vijecnica. Uno dei simboli della città. L’edificio, dalla sagoma possente, fu costruito dagli asburgici sul finire dell’800. Sorge sulla sponda sinistra della Miljacka, il fiume che scorre nella capitale della Bosnia-Erzegovina, schermando, se inquadrato dall’altra riva, il nucleo ottomano di Sarajevo, testimonianza di un’altra epoca e di un’altra dominazione.

L’attacco da parte serba scatenò l’incendio nella Vijecnica, al quel tempo sede della biblioteca nazionale di Bosnia, dopo che fino al 1949 aveva ospitato il consiglio comunale. Custodiva migliaia e migliaia di volumi, alcuni dei quali antichi. Una grossa fetta di quel ricco patrimonio culturale e letterario fu danneggiata dalle fiamme e andò persa. Fu anche in virtù di questa storia, triste, che prese piede il concetto di “urbicidio”. I serbi, se avessero voluto, avrebbero potuto prendere Sarajevo, tanta era, almeno all’inizio, la sproporzione tra le forze in campo. Ma ciò non rientrava nei loro piani. Il loro progetto era quello di spartirsi la Bosnia con i croati, secondo linee determinate da criteri etnici. A Belgrado la parte a maggiore densità serba della Bosnia, a Zagabria quella con più peso specifico croato. In mezzo sarebbe rimasto un piccolo fazzoletto di terra a maggioranza musulmana, ritagliato intorno a Sarajevo. Che però andava sfregiata. Questo era il senso dell’urbicidio. Non conquistare una città, ma tenerla costantemente sotto tiro, umiliarla e logorarla.

In tutto questo bisogna considerare che anche da parte musulmana emerse l’interesse a mantenere l’assedio alla città. Tornava utile, specialmente in chiave criminale. Mercato nero e contrabbando furono una costante di quei tre anni e non risentirono della propaganda etnica, la copertura che si diede a una guerra motivata da dinamiche economiche e predatorie. Ma ridurre l’assedio a questo discorso, sminuendo la violenza che fu esercitata su Sarajevo, è limitante. Ci fu l’urbicidio, ci furono i morti, ci fu la bieca violenza.

Questo venerdì, a distanza di ventidue anni dall’incendio dell’agosto del 1992, la Vijecnica tornerà alla città e ai suoi abitanti. La ricostruzione è finita. Anche gli interni, dopo che la facciata era stata spogliata dalle impalcature, qualche tempo fa, sono pronti.

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