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L’allargamento, dieci anni dopo

Europa centrale e baltica, più Slovenia. Otto paesi un tempo oltre cortina entrarono dieci anni fa in Europa. Economia, politica, relazioni internazionali: il bilancio di questo periodo.

(Scritto per Europa)

Un parco di Varsavia (Archivio Rassegna Est)
Un parco di Varsavia (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e i tre paesi baltici. Otto delle dieci nazioni (Malta e Cipro le altre due) entrate in Europa il primo maggio del 2004 si sono ritrovate, al tempo della guerra fredda, oltre la cortina di ferro. Tre di loro sono nate, come entità statali, persino dopo la caduta del Muro. È il caso della Repubblica ceca e della Slovacchia, che nel 1993 posero fine alla loro coesistenza, come della Slovenia, prodotto della disgregazione di quella Jugoslavia che fu senza dubbio la meno ortodossa delle patrie comuniste dell’est.

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Uno dei fotogrammi più simbolici del 2004 è stato la rimozione del muretto tra Gorizia e Nova Gorica, quest’ultima nata ex novo nel 1947 dopo che i quartieri orientali della città isontina passarono alla Jugoslavia di Tito. La struttura, mandata in pensione a febbraio di quell’anno, segava in due la piazza della stazione della Transalpina, linea ferroviaria di epoca asburgica. La metà occidentale si trova in Italia; quella orientale, al pari dello scalo ferroviario, in Slovenia. Oggi si può transitare senza problemi da una parte all’altra del piazzale. Ciò si deve all’altro grande allargamento verificatosi in questi dieci anni: quello dell’area Schengen. È avvenuto nel 2007 e da allora le frontiere europee sono del tutto aperte. Si va da ovest a est e da est a ovest, senza fermarsi alle dogane. Che restano al loro vecchio posto, come reperti fossili.

A dieci anni esatti dall’allargamento del 2004 si può tracciare qualche bilancio. Viene innanzitutto da dire che la “riunificazione europea”, tanto decantata al momento della confluenza dell’est nel blocco comunitario, è una metafora, più che una realtà.

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