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La corsa dell’Est

Europa centrale e baltica, più Slovenia. Le economie di questi paesi, a dieci anni esatti dal grande allargamento dell'Unione europea, registrano saldo positivo. Tutti sono cresciuti, rispetto al 2004. Ma la crisi ha creato uno sdoppiamento: c'è chi ne è uscito bene e chi fatica molto. Grafico e analisi. 

(Scritto per Limes)

Grafico crescita Est 2004-2014

Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania. Sono passati dieci anni dal loro ingresso nell’Unione europea. Il primo maggio del 2004 il blocco comunitario si allargò a Est, includendo dieci nuovi paesi (gli otto menzionati più Cipro e Malta) e favorendo quella che allora fu descritta come la riunificazione del vecchio continente, dopo le cesure politiche, economiche e culturali della guerra fredda.

Non tutti gli iati si sono ristretti. Le differenze tra i due polmoni dell'Ue restano importanti. Ma d’altro canto il peso di quarant’anni di comunismo e quindici di transizione pre-allargamento si fa ancora sentire. La strada che porta all’amalgama è ancora lunga. Necessariamente lunga.

Si può comunque ragionare, dopo dieci anni, su qualche dato certo: quelli dell’economia. Emerge chiaramente che per l'Est il saldo del decennio è positivo, in termini di crescita. Questo risultato coinvolge tutti, senza eccezioni. Tra l'altro, procedendo per comparazione, risulta che in quest’arco di tempo l'Est è cresciuto più dell'Ovest e più della stessa Germania. Mentre paesi europei di lungo corso come la Grecia (voce ovviamente l’austerità ha inciso) e l’Italia hanno addirittura persi qualche buon punto di Pil. In un decennio il nostro paese ha registrato un'erosione di Pil pari a 3,5 punti.

Appare però altrettanto nitidamente che l’urto della crisi ha avuto contraccolpi importanti, a Est. Se fino al 2008 tutti i paesi crescevano, dopo l’avvento della crisi globale è iniziata una fase di rallentamento o recessione, a seconda dei casi. Il che ha posto in essere una divaricazione. Alcuni paesi hanno retto meglio il colpo, altri sono colati a picco. Tra le economie caratterizzate da meno squilibri figurano la Polonia e la Slovacchia. Il post-crisi ha fatto rima con rallentamento, ma Varsavia e Bratislava hanno tenuto a distanza lo spettro della recessione. Al contrario, Slovenia e Ungheria hanno fatto dei veri e propri passi indietro. La crisi ha messo in luce difficoltà di lungo termine e nodi intrinseci rilevanti. A Budapest il debito pubblico è diventato un fardello scomodossimo; a Ljubljana s'è visto che il controllo diffuso dello stato sull'economia non sempre è un pregio da esibire.

Altre nazioni si trovano in una situazione intermedia. Nel decennio sono cresciute, ma la crisi ha fatto insorgere serie difficoltà. Mentre è interessante notare come l'Estonia e la Lituania abbiano assorbito, almeno in termini di Pil, il balzo all'indietro del 2008-2009. Anche la Lituania è a poche spanne dall'agguantare questo obiettivo.

Nel complesso l'Est si rapporta più che positivamente al resto del mondo, dove un'economia su cinque non ha ancora raggiunto i livelli di reddito che aveva nel 2008. Mentre sono dieci i paesi che, sempre a livello globale, non li raggiungeranno neppure nel 2019. Tra questi l'Italia.

Ma quali sono i motivi che hanno permesso a molti paesi dell’Est di marciare a passo sostenuto in questi dieci anni e di riacquistare vigore dopo la crisi? In primo luogo, non si è esaurita la spinta derivante dagli investimenti esteri e dal ruolo della regione come base produttiva dell’ovest. Punto secondo: la migliore economia europea, quella tedesca, è il principale partner commerciale della quasi totalità dei paesi un tempo oltre cortina. Il che porta giovamento e benefici un po’ a tutti. Pure i progressi sul fronte dell’assorbimento dei fondi strutturali europei (nel periodo 2014-2020 aumenteranno) hanno determinato ricadute positive.

C’è infine da tenere conto di un elemento “psicologico”, viene da dire. Le economie dell’est sanno adattarsi, assorbono il colpo più di altre. Più di quelle dell’Europa occidentale, almeno secondo quanto provato dalla curva della crisi. Questo è dovuto sia a una certa elasticità degli stessi sistemi economici, sia al fatto che a Est si va a terra e ci si riprende, c’è un’abitudine agli alti e bassi legata alla recente transizione e alle sue oscillazioni.

Non tutto luccica, in ogni caso. L’Est, sotto un certo aspetto, è anche un’occasione mancata. Quello che doveva divenire un grande mercato di sbocco, se visto da Ovest, non si è rivelato tale. I consumi, nei paesi della fascia orientale dell’Ue, sono un po’ fermi al palo. La crescita è ancora trainata dall’export realizzato dalla grandi aziende occidentali che investono nella regione. Va tuttavia registrato che, a riguardo di quest’ultima cosa, è ormai sempre più affermata la tendenza a investire nei servizi, più che nella manifattura. Il tempo della grande delocalizzazione selvaggia è finito, se mai qualcuno se ne fosse accorto.

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2 pensieri su “La corsa dell’Est

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