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Ripresa e incognite

Nell'outlook del Fondo monetario internazione sul 2014, appena diffuso, si sottolinea che l'Europa emergente continuerà a crescere anche quest'anno, pur se in tono minore rispetto al 2013. Russia e Turchia gli scenari più complessi. 

I cantieri navali di Danzica (Archivio Rassegna Est)
I cantieri navali di Danzica (Archivio Rassegna Est)

Nell'Europa centrale, balcanica e post-sovietica, il 2013 è stato caratterizzato dal ritorno alla crescita. Il fattore che l'ha guidata: la domanda esterna. Con due eccezioni. Turchia e baltici, scrive il Fondo monetario internazionale (Fmi), hanno avuto nella domanda privata il perno della crescita.

Dopo l'estate la tendenza all'espansione ha rallentato. Il motivo è stata la fuga di capitali, che ha contaminato un po' tutta l'area, dove più e dove meno. La ragione? Il cambio di strategia in corso negli Stati Uniti d'America, dove la Fed ha iniziato a ridurre progressivamente gli stimoli all'economia. Le monete dei paesi emergenti, dunque anche quelle dell'Europa dell'Est, ne hanno risentito. Mentre gli investitori, che durante la crisi avevano trovato nelle economie emergenti una piazza dove rastrellare abbastanza bene, sono tornati a scommettere sui paesi occidentali.

La Turchia è il paese che sulla carta affronterà i problemi più insidiosi nel 2014. La lira turca è in affanno, gli investitori potrebbero perdere fiducia. Senza contare che il duro braccio di ferro politico in corso tra il primo ministro Recep Tayyip Erdogan e l'imam Fetullah Gulen, l'altra anima dell'islam politico del paese, potrebbe influenzare ulteriormente il ciclo economico. Anche alla luce del fatto che in agosto si terranno le presidenziali. Il Fmi stima che la crescita di Ankara passerà dal 4,3 del 2013 al 2,3%. Il frutto delle oscillazioni della lira e della prudenza nei consumi privati.

Il Fmi segnala, tra i paesi della regione, l'andamento di Polonia e Ungheria. La prima, dopo una fase di rallentamento, sta tornando su ottimi livelli di crescita, confermandosi una storia di successo, benché il Pil dipenda ancora in buona misura da investimenti dall'estero e fondi strutturali e di coesione europei. Ma Varsavia sta cercando, con le riforme, di guardare avanti.

Quando a Budapest, il periodo nero della crisi sembra alle spalle. Nel 2013 il Pil è cresciuto grazie all'aumento della produzione industriale e dell'export, due cose legata agli investimenti dei grandi gruppi occidentali, più che alle politiche economiche del governo, che hanno puntato in modo particolare sulle manovre monetarie. La banca centrale ha abbassato i tassi continuamente, nell'ultimo anno. In ogni caso il paese magiaro, seppure con delle incognite, si può considerare fuori dalla crisi.

L'outlook apre una parentesi sull'area balcanica. Ci sono sia dei chiari, che degli scuri. La crescita media della regione si attesterà all'1,9%. Dato non così entusiasmante. Se da una parte l'inflazione è in calo, dall'altra ci sono questioni abbastanza complicata di cui tenere conto: limitazioni sul credito e domanda interna scarsa in prima battuta. La priorità dell'area, secondo il Fmi, dovrà articolarsi ancora intorno alla lotta alla disoccupazione e agli interventi capaci di incidere sulle strutture produttive inefficienti. Da tenere sott'occhio la Serbia, che con il nuovo governo di Aleksandar Vucic, votato plebiscitariamente poche settimane fa, darà vita a una politica di severità fiscale.

Infine, la Russia e lo spazio post-sovietico. L'economia di Mosca è in difficoltà. La crescita ristagna e nel 2014 dovrebbe attestarsi all'1,4%. La curva è influenzata dalla situazione internazionale (rublo giù e investitori incerti), dai soliti problemi strutturali (eccessiva dipendenza dall'export energetico), ma anche dalla crisi ucraina, che rischia di allargarsi, in termini di conseguenze economiche, su tutto il perimetro post-sovietico. Il 2014, in questo spicchio di mondo, sarà abbastanza complicato. Il che non significa, comunque, che tutto andrà a rotoli.

Leggi l'outlook del Fondo monetario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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