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La Slovenia ha scampato il bailout, ma deve snellire la forte presenza dello stato nell'economia. Con un piano di privatizzazioni sono stati messi sul mercato alcuni asset pesanti. Peso e ruolo dell'Italia in questa corsa ai gioielli dell'ex repubblica jugoslava.

(Scritto per Osservatorio Balcani e Caucaso)

Ljubljana (Archivio Rassegna Est)
Ljubljana (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Niente bailout. La Slovenia non s’è aggiunta a Irlanda, Cipro, Grecia, Spagna e Portogallo, i cinque paesi membri dell’eurozona che hanno ricevuto robuste iniezioni di aiuti. Questo dicono i risultati dello stress testcondotto dall’Ue sul malandato sistema bancario di Lubiana. I risultati sono stati resi noti lo scorso 12 dicembre.

L'economia slovena  (2014-2018)
L'economia slovena
(2014-2018)

Lo scampato salvataggio è stata una buona notizia a contrappeso della quale però è arrivato l'annuncio degli sforzi finanziari che lo stato deve fare per salvarsi con le proprie forze. Tre miliardi e dodici milioni di euro, grosso modo il 7-8% del Pil nazionale: è quanto secondo lo stress test andrebbe erogato alle tre banche, tutte controllate da capitale pubblico, più in difficoltà. Sono la Nova Ljubljanska Banka (NLB), la Nova Kreditna Banka Maribor (NKBM) e Abanka. Con una politica sconsiderata dei prestiti, questi istituti hanno contribuito all’accumulo di una grossa parte di quei 7,9 miliardi di euro in mutui non performanti, quasi il 20% del Pil sloveno, che hanno mandato il paese in apnea. Questi mutui sono in via di trasferimento in una bad bank creata di recente.

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