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UCRAINA, RIVOLUZIONI E OLIGARCHI

Le proteste in corso a Kiev sono cominciate oltre due mesi fa.

Se la miccia che ha fatto scoppiare la rivolta è stata “europeista”, lo scontro attuale tra presidente e opposizione ha poco a che vedere in senso stretto con il posizionamento dell’Ucraina sulla scacchiera internazionale.

È invece una vera e propria lotta per il potere il cui risultato dipende più da come i poteri forti nell’ex repubblica sovietica sapranno gestire il compromesso e la transizione verso elezioni presidenziali e parlamentari anticipate che non dalle pressioni cui Kiev è sottoposta, da Est e da Ovest.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso ucraino è quella simbolicamente versata a Vilnius il 28 novembre 2013. Il vertice del Partenariato Orientale in Lituania ha segnato una cesura nelle relazioni tra Ucraina e Unione Europea. Il caso di Yulia Tymoshenko ha diviso Kiev e Bruxelles a tal punto che l’impossibilità di avvicinare le posizioni é sfociata nel fallimento del summit: l’Accordo di associazione (Association agreement, Aa) tra Ucraina e Ue è stato congelato. Non solo: lo stop dell’Ucraina verso l’integrazione nell’architettura occidentale ha coinciso con il riposizionamento dell’ex repubblica sovietica a fianco della Russia.

Il presidente ucraino Victor Yanukovich ha fatto capire che la scelta di abbandonare Bruxelles e riavvicinarsi a Mosca è dipesa in buona parte da questioni economiche, come hanno poi confermato gli accordi tra lo stesso Yanukovich e Vladimir Putin sottoscritti a metà dicembre. Le promesse e le pressioni del Cremlino nei mesi antecedenti alla riunione del Partenariato orientale sono state in sostanza più convincenti di quelle dell’Unione, che con la strategia della fermezza sulla vicenda dell’ex premier incarcerata dopo la condanna a 7 anni di reclusione non ha lasciato molte alternative alla Bankova. Yanukovich, paradossalmente il capo di Stato che più ha avvicinato Kiev all’Unione Europea (l’Aa e il Deep and Comprehensive Free Trade Agreement, l’Accordo approfondito e globale per la creazione di un’area di libero scambio [Dcfta], sono stati spinti più sotto la sua presidenza e il governo di Mykola Azarov che non ai tempi della coppia arancione Victor Yushchenko-Yulia Tymoshenko), è diventato così il simbolo del nuovo corso filorusso di Kiev.

Per capire come si è arrivati a questo risultato e cosa cambierà nei rapporti internazionali dell’Ucraina, è necessario ripercorrere le vicende degli ultimi anni, considerando anche la Nato: è stata infatti l’ipotesi di ingresso nell’Alleanza atlantica a giocare un ruolo non secondario negli avvenimenti dell’ultimo decennio, a partire dalla Rivoluzione arancione del 2004. Già prima del cambiamento di regime di 10 anni fa, l’Ucraina del presidente Leonid Kuchma aveva intrapreso una politica estera multivettoriale, tesa a sviluppare buone relazioni sia con la Russia sia con l’Occidente. Se il Trattato di amicizia e cooperazione con Mosca risale al 1997, il Pca (Partnership and cooperation agreement, l’Accordo di partenariato e cooperazione, entrato in vigore nel 1998) con Bruxelles è del 1994. Kuchma - che nel 1996 sentenziò: “l’obiettivo strategico del nostro paese è l’integrazione nelle strutture europee ed euroatlantiche”, pur mantenendo stretti per quanto convulsi rapporti con il Cremlino di Boris Eltsin (le prime guerre del gas risalgono a questo periodo) - sottoscrisse nel 1997 la Charta tra Ucraina e Nato, con la quale l’ex repubblica sovietica si impegnava a partecipare alle missioni militari congiunte (Cjtf, Combined Joint Task Force). Nel 2002, sempre sotto Kuchma e alla vigilia della Rivoluzione arancione, fu adottato il Nato-Ukraine Action Plan per promuovere l’ulteriore integrazione nell’Alleanza.

Dal 2005, con l’avvento alla Bankova di Yushchenko, l’Ucraina ha spostato il suo baricentro geopolitico verso Occidente, accelerando verso l’integrazione nella Nato, più che nell'Ue. Se infatti il nuovo Aa (Accordo di associazione, 2007-2011) e il Dcfta lanciato nel 2008 si sono arenati per vari motivi - dalle resistenze degli oligarchi che avevano poco interesse a sottoporsi alle regole europee, alla crisi che nel 2008-2009 ha portato a concentrarsi sulle questioni interne - Yushchenko ha spinto il Kiev decisamente verso la Nato. Le sue aspirazioni sono state però bloccate nel 2008 al vertice dell’Alleanza a Bucarest, quando sotto la regia della Germania venne respinta l’entrata ucraina nel Map (Membership Action Plan).

Dal 2010, con Yanukovich alla presidenza, è stata di nuovo invertita la rotta: si è deciso di non allinearsi militarmente, scegliendo quindi la neutralità e abbandonando l’idea di entrare nella Nato, e sono state riprese in grande stile le trattative con l’Unione Europea. Contrariamente a quanto fatto da Yushchenko, con il quale le relazioni con la Russia sono state accantonate e hanno toccato il fondo nel 2008 durante il conflitto nel Caucaso (il presidente sostenne Tbilisi, mentre l’allora premier Tymoshenko prese indirettamente le parti di Mosca), Yanukovich ha ripreso la linea di Kuchma, tentando di rimanere con il piede in due scarpe. All’inizio della sua presidenza, nell’aprile del 2010, sono stati firmati con la Russia gli accordi di Kharkiv, con i quali il Cremlino si è assicurato la permanenza della propria flotta nella base di Sebastopoli, in Crimea, sino al 2042. Contrastata dall’opposizione, l’intesa firmata da Yanukovich e dall’allora capo di Stato russo Dmitri Medvedev ha previsto anche un ritocco agli accordi sul gas stipulati nel 2009 tra Putin e Tymoshenko, per i quali successivamente l’ex primo ministro ucraino è stata condannata per abuso d’ufficio. Uno sconto di circa 100 dollari per il gas russo importato in Ucraina, il cui prezzo era alla fine di novembre 2013 sui 400 dollari per 1000 metri cubi.

La rinegoziazione degli accordi del 2009 è stata al centro dei rapporti tra Mosca e Kiev negli ultimi 3 anni. Le richieste ucraina di riduzione sono state accolte solo nel dicembre dello scorso anno, quando gli accordi Cremlino-Bankova hanno fissato temporaneamente il prezzo a 268 dollari per 1000 metri cubi. La vicenda è fondamentale per comprendere quali ragioni abbiano alla fine spinto Yanukovich a prendere la strada della Russia e non quella dell’Unione Europea. In primo luogo l’Ue ha posto condizioni che la Bankova non voleva e non poteva soddisfare, cioè la liberazione di Yulia Tymoshenko. La strategia della fermezza adottata da Bruxelles (con la Germania a guidare gli intransigenti, mentre altri paesi, Polonia in primis, avrebbero gradito posizioni meno irreprensibili, tanto che il presidente Bronislav Komorovksi è arrivato a dire che l’Aa avrebbe dovuto essere firmato anche con l’eroina della rivoluzione dietro le sbarre) ha offerto l’alibi a Yanukovich per cambiare rotta. In secondo luogo la disastrosa situazione economica del paese, non ancora ripresosi dalla crisi del 2008-2009, ha imposto scelte pragmatiche.

Buona parte degli oligarchi vicini all’attuale presidente, soprattutto quelli attivi nel settore energetico (uno su tutti Dmitri Firtash), hanno tenuto una posizione filorussa, ben sapendo che gli obblighi derivanti dal futuro Dcfta avrebbero inciso in maniera negativa sui loro business. Inoltre gli aiuti promessi da Mosca, al contrario di quelli che sarebbero potuti arrivare dall’Ue e dal Fondo Monetario Internazionale (le trattative con Washington per un programma di finanziamenti di 15 miliardi di dollari sono rimaste anch’esse nel congelatore), non sono sottoposti a un sistema di controllo e di garanzie di stampo occidentale. Ciò significa che Yanukovich, ammesso e non concesso che nel futuro prossimo si arrivi a un patto di ferro con il Cremlino che regoli i dossier ancora sul tavolo (primo su tutti quello dell’entrata nell’Unione doganale con Russia, Bielorussia e Kazakistan, e dal 2015 nell’Unione Euroasiatica), potrà contare sull’appoggio di Mosca in vista delle elezioni presidenziali previste proprio nel 2015.

È su questo appuntamento che si gioca il futuro del paese: in passato a ogni giro di boa il nuovo inquilino della Bankova ha cambiato (provvisoriamente) il corso della politica estera, lasciando sostanzialmente invariata la situazione economica e sociale interna - motivo per cui con regolarità si è assistito a insurrezioni popolari di varia portata. Anche il 2014-2015 si presenta come spartiacque. Al momento ci sono molte incognite, legate alle proteste antigovernative e alle successive dimissioni del premier Mykola Azarov (metà gennaio 2014). La non-firma dell’Accordo di associazione con Bruxelles ha allargato il fossato tra elite al potere e opposizione. Anche all’interno del Partito delle regioni (Pr) che fa capo a Yanukovich si è manifestato il dissenso della minoranza europeista, che però non ha intaccato la tenuta della maggioranza governativa.

A sua volta, la troika dell’opposizione guidata da Vitaly Klitschko (Udar), Arseni Yatseniuk (Batkivshchyna) e Oleg Thyanibok (Svoboda) sembra troppo eterogenea per costituire un’alternativa in blocco al Pr. Il fatto stesso che ognuno dei tre leader abbia intenzione di presentarsi nel 2015 come singolo candidato, escludendo un’alleanza con gli altri, è indicativo di come sia in realtà poco coesa un’opposizione che al di fuori del collante anti-Yanukovich non ha un programma comune. Persino le istanze europeiste non sono condivise da tutti, visto che i nazionalisti di destra di Svoboda sono per natura critici di fronte ad architetture sovranazionali e seguono la linea dei partiti populisti ed euroscettici presenti nelle democrazie occidentali.

Un’altra incognita riguarda il ruolo dell’oligarchia economica: il cambiamento di fronte di alcuni magnati della finanza e la differenza di vedute con i vari esponenti della Famiglia (il cerchio magico di Yanukovich) potrebbe condurre nei prossimi mesi a un rimescolamento di carte. Sia per ciò che riguarda la formazione di un governo di transizione, sia per come schierarsi in vista delle elezioni. Bisognerà attendere almeno l’elezione del nuovo presidente per capire i piani europei dell’Ucraina; Bruxelles, già prima del vertice di Vilnius, fiutandone il fallimento aveva pensato a un eventuale rinvio della firma oltre il 2014, anno in cui Parlamento e Commissione Europea andranno rinnovati. È improbabile che il governo tecnico-oligarchico che prenderà il posto di quello di Azarov nelle prossime settimane si occupi di questioni di politica internazionale. Le priorità saranno i temi interni, dalla riforma della legge elettorale a quella della Costituzione. La durata della pausa nelle relazioni tra Kiev e Bruxelles dipenderà in realtà anche dalle mosse sull’asse con Mosca.

L’Ucraina infatti continua a stare nel limbo, visto che sino a oggi con la Russia non è arrivato nessun accordo determinante sul lungo periodo. La Bankova ha virato verso il Cremlino con la speranza fare cassa rapidamente, ma le richieste russe, dall’entrata nell’Unione doganale al controllo del sistema dei gasdotti (gts), se torneranno all’ordine del giorno dovranno eventualmente essere fatte digerire sia all’opposizione sia alla popolazione. Se nel passato decisioni analoghe hanno creato convulsioni solo a livello parlamentare, dopo le ultime grandi manifestazioni è probabile che scelte radicali provochino un nuovo scontro con l'elettorato europeista. Senza contare le frange più estremiste, che non sono state ancora disinnescate. Se le future scelte di campo non porteranno benefici concreti per la gente comune, è possibile che il malcontento popolare si diffonda oltre le regioni occidentali, roccaforti dell’opposizione filoeuropea e antirussa, e dalla capitale Kiev si riversi verso i tradizionali feudi vicini a Mosca, dall’est al sud.

In assenza di stravolgimenti sul modello della rivoluzione del 2004, è prevedibile che l’Ucraina entri in una fase di distacco dal contesto europeo occidentale, provocato e andato a beneficio sì della Russia, ma del quale è responsabile in parte la stessa Unione Europea. Finita l’emergenza, Bruxelles dovrà tentare di riprendere il dialogo a partire dal secondo semestre del 2014, che coincide con la presidenza italiana, ma se Yanukovich rimarrà alla Bankova sino alla scadenza naturale e probabile che rapporti costruttivi siano possibili solo con un altro presidente. Resta da vedere se la strada intrapresa dopo Vilnius sarà mantenuta o vi saranno deviazioni.

Nel caso di riallineamento con Mosca, è improbabile che nel breve periodo l’Europa riesca a ribaltare la situazione. Come si è visto nel passato recente, i diversi punti di vista a Bruxelles non hanno giovato alla strategia comune ed è perciò intuibile che i tentativi di non lasciare scivolare Kiev in maniera definitiva nell’orbita del Cremlino saranno riservati a singole iniziative. La Polonia, che dalla Rivoluzione arancione alle recenti proteste sulla Maidan è diventata il grimaldello con cui aprire le porte dell’Ue alla vicina repubblica, avrà un ruolo di punta. Non è un caso che la gestione del dossier Tymoshenko abbia visto protagonista l’ex presidente polacco Alexander Kwasniewski, che si è battuto sino all’ultimo per lasciare aperto uno spiraglio e firmare l’Accordo di Vilnius. Né è un caso che l’ambasciatore dell’Unione Europea a Kiev sia il polacco Jan Tombinski. Varsavia, entrata nel 2004 nell’Unione Europea e già dal 1999 nella Nato, ha cercato di coinvolgere Kiev nel processo di integrazione nelle strutture europee e atlantiche, spinta dalle correnti d’Oltreoceano che in Polonia hanno sempre soffiato in chiave antirussa. Il compito appare arduo, visto anche il precedente della Bielorussia di Alexander Lukashenko, che nonostante gli sforzi polacchi ed europei è rimasta sotto l’ombrello del Cremlino.

Uno sguardo andrà dato anche a come si posizionerà la Germania. Il nuovo governo di coalizione tra conservatori e socialdemocratici dovrebbe continuare la sua Ostpolitik orientata alle buone relazioni con la Russia, evitando di aprire sull’Ucraina una controproducente battaglia. Soprattutto bisognerà aspettare di vedere se il progetto dell’Unione Euroasiatica nato sotto la stella di Vladimir Putin prenderà davvero il via nel 2015 con la partecipazione dell’Ucraina.

Se Kiev firmerà l’intesa con Mosca, la strada per Bruxelles sarà definitivamente sbarrata.

(Limes)