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L’anno della svolta?

La Slovenia è riuscita a evitare il bailout, gli altri paesi dell'area vanno tutti verso la ripresa. La Croazia, invece, continua a faticare. Romania e Bulgaria con qualche nodo da risolvere, ma con quadri generali soddisfacenti. Il 2014 dovrebbe, nei paesi del sudest europei membri dell'Ue, dovrebbe essere più brillante degli anni passati e fornire impulsi alle riforme.

Il centro di Ljubljana (Archivio Rassegna Est)
Il centro di Ljubljana (Archivio Rassegna Est)

Il “grande malato” finanziario dell'ex Jugoslavia, la Slovenia, pare avere confermato la sua capacità di provvedere da sé alla ristrutturazione del proprio sistema finanziario, senza dover ricorrere al sostegno economico dell'Ue. E questo dopo più di un anno di fibrillazione politica e dopo che il governo di Alenka Bratusek (Slovenia Positiva, centrosinistra) non ha dato prova di grande stabilità e di coesione interna.

Certo le difficoltà non sono finite. Il 2013 si è chiuso con un deficit di bilancio del 15,7% del PIL; e rimarrà alto – circa il 7% - anche nel 2014. Nello stesso periodo le banche hanno riportato una perdita di circa un miliardo di euro, sottolineando che la tempesta finanziaria non è ancora passata. Per la prima volta nell'arco di un paio d'anni, tuttavia, non tutto è grigio nelle prospettive di Ljubljana. La disoccupazione è stabile al 13% della popolazione attiva e, come sottolineato dalla premier, negli ultimi due trimestri del 2013 il reddito del paese non ha subito contrazioni. È un segnale incoraggiante, anche se nel 2014 il Fmi ha previsto per Ljubljana una diminuzione dell'1,1% del Pil. Per uscire dalla crisi, per la Slovenia saranno decisive le privatizzazioni messe in atto dal governo (Telecom Slovenia, l'aeroporto di Ljubljana tra gli altri), oltre che la ristrutturazione dei debiti bancari.

Per la Croazia, il 2014 non si è sicuramente aperto nel migliore dei modi, con un nuovo downgrade da parte di Standard&Poor's, che ha deciso di tagliare il rating sull'affidabilità del governo di Zagabria da BB+ a BB, prevedendo altresì un sesto anno consecutivo di recessione per il paese. L'economia, in Croazia, non cresce dal 2008 e il Pil ha perso, in questi anni, qualcosa come il 12% del suo ammontare totale.

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Anche il governo socialdemocratico di Zoran Milanovic (SDP) dovrà portare a termine delle riforme che a lungo sono rimaste in cantiere: quella del lavoro, che dovrà improntare a una maggiore flessibilità il mercato; l'attesa riforma della sanità; la semplificazione delle procedure amministrative per gli investitori esteri. L'impresa è ardua, soprattutto considerando che su Zagabria potrebbe già abbattersi la scure di Bruxelles a causa dello sfondamento dei parametri economici di Maastricht: le autorità croate hanno annunciato l'intenzione di tagliare il deficit del budget portandolo al 5,5%; ma l'Ue non è soddisfatta e chiede di ridurlo al 4,6%, e di riuscire a contenerlo entro il 3% nel 2016.

Il quadro in Romania è migliore, pur se indica che ci sarà un rallentamento. Secondo le previsioni dell'agenzia di rating Standard & Poor's il paese continuerà a crescere quest'anno del 2%, un punto un meno rispetto al 2013. Gli analisti concordano nel valutare questo calo come principalmente dovuto a una produzione agricola inferiore alle aspettative.

Da sottolineare, nell'agenda di Bucarest per il 2014, il fatto - importantissimo - che il governo dovrà approvare il nuovo codice fiscale, tenuto a modernizzare il sistema contributivo in modo da favorire gli investimenti, soprattutto dall'estero, che dopo le contrazioni degli anni passati sono tornati a fluire: 2,4 miliardi di euro il loro totale nei primi undici mesi del 2013, +22,3% su base annuale secondo la Banca nazionale romena. La nuova legislazione fiscale avrebbe dovuto essere approvata ancora prima della fine del 2013, ma conflitti interni alla maggioranza ne avevano impedito l'attuazione.

Resta la Bulgaria. Da anni è il “campione virtuoso” dell'austerità e del basso livello di debito pubblico. Secondo il Fmi nel 2014 la crescita dovrebbe essere dell'1,7%. Nel 2013 era stata dello 0,5%. Un risultato soddisfacente, che dipende in una buona misura dall'incremento nelle esportazioni dirette verso l'area dell'Unione europea. Ma non basta a rilanciare economicamente il paese e a creare una maggiore armonia sociale. Le proteste anti-governative del 2013, intense e durature, hanno evidenziato come il paese sia lacerato, confermando che il reddito nazionale è troppo concentrato nelle mani di pochi.

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