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Calcio, una storia balcanica

Il gioco più bello del mondo diventa, nei Balcani, una cartina di tornasole che permette di leggere i lati oscuri, ma anche qualche varco di luce, della storia recente della regione.

(Scritto per Pagina 99)

Vukovar, ruderi di guerra (Archivio Rassegna Est)
Vukovar, ruderi di guerra (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Mai, dalla fine della guerra, nel 1995, lo stadio olimpico di Sarajevo, nel quartiere di Kicevo, s’era riempito così tanto: 25mila spettatori assiepati sugli spalti. Accorsero, il 26 aprile del 2000, un martedì, a vedere la partita tra una selezione internazionale di campionissimi – c’era anche Roberto Baggio – e la nazionale bosniaca di calcio. L’idea della Fifa, che promosse l’incontro ribattezzandolo “partita della pace”, era che quella parata di fuoriclasse e la relativa copertura mediatica avrebbero potuto favorire il disgelo calcistico nel paese balcanico. All’epoca i serbi di Bosnia avevano una loro federazione e rifiutavano di aderire a quella ufficialmente riconosciuta dalla Fifa. La nazionale, in virtù di quella scissione, uno dei tanti portati della guerra civile e della difficile coesistenza post-bellica, registrava la sola presenza di atleti degli altri due popoli principali della Bosnia: croati e bosgnacchi (musulmani).

I serbi ignorarono l’iniziativa della Fifa. Si tennero stretta la loro federazione. E anche quella sera l’undici bosniaco si presentò al fischio d’inizio in versione bina. Per la cronaca, il match fu vinto dalla compagine internazionale, uno a zero. Segnò Baggio su rigore.


 

Da allora molte cose sono cambiate. I serbi sono entrati nella federcalcio di Bosnia, i loro calciatori rispondono regolarmente alle chiamate della nazionale e quest’ultima, il 15 ottobre, battendo fuori casa la Lituania (1-0), s’è qualificata – una prima assoluta – alla fase finale dei mondiali del 2014, ospitati dal Brasile. Sarajevo, quel giorno, è scoppiata di felicità. Migliaia di persone in strada. Quella baldoria ha riportato il paese balcanico, dopo anni, sulle prime pagine dei giornali. Da quando è finito il conflitto le cronache sulla Bosnia si sono impoverite. Ed è forse per via di questo blackout mediatico che, guardando le immagini del trambusto gioioso di Sarajevo, qualcuno ha composto un’equazione fin troppo lineare: qualificazione ai mondiali uguale pacificazione nazionale.

Eppure è più probabile che il calcio, come nel 2000, con la “partita della pace”, non riesca a dare un tale impulso. Negli ultimi anni il paese s’è sempre più accartocciato su se stesso. Il dialogo tra partiti bosgnacchi, croati e serbi, prima limitato, s’è del tutto arenato. Non si fanno più riforme, neanche quando l’Ue, cercando di rilanciare il processo di integrazione, fermo al palo, mette sul piatto ottimi incentivi. Per capire la stagnazione di oggi è necessario guardare alla pace di ieri, mediata dagli americani nel 1995, a Dayton, Ohio. Si decise di suddividere il paese in tre aree etniche d’influenza, sperando che il successivo ritorno dei profughi ridesse alla Bosnia un po’ dell’antico smalto multinazionale, spazzato via dalla pulizia etnica, annacquando la partizione territoriale. Auspicio frustrato. I profughi non sono tornati. Tanto i serbi, quando i croati e i bosgnacchi, nei territori rispettivamente controllati, hanno cercato di ridurne al minimo il rientro – se non di impedirlo – nell’intento di omogeneizzare etnicamente i propri territori. Oggi la Republika Srpska, l’entità serba del paese, è più serba che mai. Nell’altra, la Federacija Bosne i Hercegovine, la separazione tra cantoni bosgnacchi e croati è andata crescendo. Dalla fede religiosa ai giornali in edicola, dalle birre che si spinano alle sigarette che si vendono nei chioschi, i tre microcosmi bosniaci trasudano identità non complementari. È ragionevole, allora, nutrire dubbi sul potenziale coesivo della qualificazione ai mondiali, specie considerando che il calcio è spesso una spia delle fratture politico-civili del paese. I serbi tifano Serbia, i croati Croazia. La nazionale bosniaca è sostenuta praticamente dai soli bosgnacchi.

Sta qui tra l’altro la ragione del tripudio registrato a Sarajevo, città che a causa della guerra ha perso la vecchia vocazione multinazionale, divenendo demograficamente e culturalmente a trazione bosgnacca. In altri termini: sono stati i bosgnacchi a darsi alla gioia, il 15 ottobre, nelle strade della capitale. La stessa notte, a Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska, silenzio. La stampa locale ha trattato la qualificazione alla stregua di una notizia dall’estero, arrivata dalla “Teheran d’Europa”. La definizione, sprezzante, è stata usata in passato dal presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik. Uno che non nasconde le tentazioni secessioniste e che una volta s’è spinto a dire che avrebbe tifato la nazionale bosniaca solo nel caso in cui avesse affrontato la Turchia. Cosa che è avvenuta nell’ottobre 2008 e nel settembre 2009. In ballo le qualificazioni ai mondiali del 2010. Non si sa se Dodik abbia rispettato la promessa. Semplicemente, non si espose.


 

Se Sarajevo tifa Bosnia e Banja Luka Serbia, Mostar, sul calcio, si spacca. Naturale che sia così, dato che il capoluogo dell’Erzegovina, la parte meridionale del paese, è rigidamente diviso in quartieri croati (a ovest) e bosgnacchi (a est). Nei primi si tifa Croazia. Nei secondi Bosnia o chiunque giochi contro la Croazia. Ai mondiali del 2006, in occasione di Brasile-Croazia (1-0), i bosgnacchi che esultarono al gol vittoria dei sudamericani, facendo imbestialire gli ultrà croati. Al termine dell’incontro si scatenò una vera e propria guerriglia urbana.

Due anni dopo, agli europei, furono mobilitati centinaia di poliziotti il giorno in cui si disputò Croazia-Turchia. Fortunatamente non successe nulla, ma tirava un’aria pesante. La stessa che si respira quando si scontrano lo Zrinjski e il Velez, le due squadre di club della città. Croata e di destra la prima, bosgnacca e di sinistra la seconda. Al derby si rischia sempre la scazzottata. L’ultima volta, comunque sia, non ci sono stati incidenti.

Se le sono date invece di santa ragione, lo scorso aprile, i tifosi bosgnacchi dell’FK Zeljeznicar Sarajevo e quelli serbi del Borac Banja Luka. Non era una stracittadina, ma la rissa – 35 feriti – dà l’idea le rivalità calcistiche, in Bosnia, si sovrappongano alle dinamiche identitarie.


 

Il binomio calcio-politica aiuta capire le tensioni e i nodi irrisolti che si annidano non solo in Bosnia, ma in tutta la regione. Prendi il Kosovo. L’ex provincia serba ha dichiarato la propria indipendenza il 17 febbraio 2008, con una proclamazione. Un atto illegale, a sentire la Serbia, che rifiuta a tutt’oggi di riconoscere l’indipendenza kosovara, sebbene in tempi recenti ci siano stati importanti segnali di distensione tra i due paesi. Belgrado è appoggiata da Russia e la Cina, che bloccano l’ammissione del Kosovo all’Onu con il veto al Consiglio di sicurezza.

Tutto questo si ripercuote sul calcio. La Fifa rifiuta la richiesta di adesione del Kosovo perché – fa sapere – solo uno stato sovrano e accettato come tale dalla comunità internazionale può entrare a pieno diritto nella federazione mondiale del pallone. L’esclusione impone alla nazionale kosovara il divieto a prendere parte alle competizioni internazionali, come quello a organizzare una semplice amichevole. L’ultima risale al 2007, prima dell’indipendenza. Il Kosovo batté uno a zero l’Arabia Saudita.

Nel 2012 la Fifa, dopo una lettera accorata firmata da diversi giocatori di origine kosovara, impossibilitati a vestire la maglia del proprio paese, ha concesso una deroga e consentito l’organizzazione di gare amichevoli. Ma la misura è stata presto revocata, a causa delle proteste della Uefa, la federazione calcistica europea, a sua volta incalzata dalla Serbia. Il Kosovo non è uno stato sovrano e la Fifa deve applicare le regole del suo statuto, senza fare sconti, hanno tuonato i dirigenti di Belgrado. Così tutto è tornato come prima: niente Onu, niente Fifa, niente amichevoli.


 

La Macedonia vorrebbe chiamarsi Macedonia, ma la Grecia si oppone. C’è una sola Macedonia e ha Salonicco come capoluogo, sostiene Atene. È così che il paese balcanico, a livello internazionale, viene denominato dall’inizio degli anni ’90 Fyrom (Former Yugoslav Republic of Macedonia), in attesa che si trovi un nome – ma quale? – che non irriti i greci e stia bene ai macedoni.

Nel frattempo Atene ha sempre messo il veto all’avvio dei negoziati di adesione tra Skopje e l’Ue. Non stupisce, dunque, che l’ultima volta che la questione è finita sul tavolo del Consiglio europeo, a novembre 2012, Atene abbia rispettato nuovamente il copione. Ha invece meravigliato la posizione bulgara. Sofia, che in precedenza aveva sempre sostenuto la causa macedone, ha votato con i greci.

Perché questa svolta? Una delle ragioni è il calcio. Una pellicola sul calcio, a essere precisi. S’intitolata Il terzo tempo, è firmata da Darko Mitrevski ed è stata presentata a settembre 2102. Il pretesto narrativo è una partita vera, disputata tra il Levski Sofia e il Makedonia Skopje. Fu la finale del campionato bulgaro del 1942, allargato alle squadre dell’attuale Macedonia, annessa da Sofia dopo che il Terzo Reich, con cui s’era alleata, piegò la Jugoslavia nel 1941. Prevalse il Levski con l’aiuto interessato del regime, agli occhi del quale i giocatori macedoni di Skopje non erano che una misera combriccola di immigrati.

Tra loro c’erano anche degli ebrei. Ed ebreo era l’allenatore, Illes Spitz. Da qui il lavoro di Mitrevski si amplia, toccando il tema della deportazione degli ebrei macedoni nei campi di sterminio e alludendo al fatto che Sofia fece poco o nulla per impedirlo. Teoria confermata da diversi storici. Qualcuno ha persino azzardato la tesi secondo cui gli ebrei macedoni furono usati da Sofia come “merce di scambio”. Vennero caricati sui treni della morte in cambio dell’incolumità assicurata agli ebrei bulgari, che in effetti non furono perseguitati. Ma su questo il giudizio delle accademie non è unanime.

Certo è che Il terzo tempo ha innescato una ruvida tenzone storico-diplomatica, con la Bulgaria che ha accusato la Macedonia di manipolare la storia. Il no di Sofia ai negoziati tra Bruxelles e Skopje si spiega anche così.


 

Torniamo al calcio giocato. Il 22 marzo s’è disputata Croazia-Serbia (2-0), valevole per le qualificazioni ai mondiali in Brasile. Non certo una partita qualunque.

Quella tra Zagabria e Belgrado è la grande rivalità dei Balcani. E a pochi sfugge che fu una partita di calcio, tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, giocata nel 1990 e segnata dalle botte in campo e dal teppismo sugli spalti, a segnalare che le tensioni, in Jugoslavia, stavano arrivando al punto di non ritorno. Serbi e croati iniziarono a spararsi addosso l’anno successivo.

Va da sé che la vigilia dell’incontro sia stata caratterizzata da forti scariche di adrenalina. Ad esempio l’allenatore serbo, Sinisa Mihajlovic, vecchia conoscenza del calcio italiano, ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta dello Sport in cui ha difeso ancora l’operato di Zeljko Raznatovic a Vukovar in tempo di guerra. Raznatovic, meglio conosciuto come “la tigre Arkan”, è stato un comandante, violento e senza scrupoli, delle truppe paramilitari serbe. Vukovar è la città croata dove Mihajlovic è nato. Nel 1991 fu presa d’assedio e distrutta dall’artiglieria di Belgrado. Gli uomini di Arkan si incaricarono del lavoro sporco, uccidendo a sangue freddo e saccheggiando. Ebbene, secondo Mihajlovic Arkan non fece che proteggere i serbi che vivevano in quel centro urbano, che altrimenti sarebbero stati massacrati. Opinione discutibile, che ha fatto (ri)gridare allo scandalo a Zagabria e temere, altresì, che nonostante l’interdizione dalla Fifa ad assistere alla gara, i poco raccomandabili uligani serbi, intrisi di nazionalismo, si fiondassero a Zagabria vogliosi di duellare con gli altrettanto focosi ultrà croati.

A Zagabria, però, non se n’è vista l’ombra. E neanche di ultrà croati a Belgrado, nella gara di ritorno, giocata lo scorso settembre (1-1). E questo porta a dire che, malgrado sia un indice di tensioni latenti, nei Balcani il calcio non necessariamente fa rima con caos. È perché l’ex Jugoslavia è cambiata. Certo, ci sono situazioni delicate e la memoria delle guerre pesa ancora. Ma tutto sommato c’è un discorso di integrazione europea che avanza (Slovenia e Croazia sono nell’Ue, la Serbia sta aprendo i negoziati) e che stimola dialogo politico e civile, spingendo avanti la cooperazione regionale.

Si lega a queste dinamiche, probabilmente, l’idea di creare una lega panbalcanica che raggruppi le migliori squadre della regione e innalzi così facendo la qualità calcistica, decaduta dopo la fine della Jugoslavia, che fu una rispettata fucina di talenti. Qualcuno la ritiene un’ipotesi prematura, spiegando che prima andrebbe sradicata la violenza dagli stadi. Altri, entusiasti, ricordano che non bisognerebbe inventare nulla, il modello c’è già. È quello della Lega adriatica di basket, che riunisce i migliori team dell’ex Jugoslavia (esclusi quelli kosovari) attirando sponsor, pubblico e risonanza mediatica. La prima edizione c’è stata nel 2001-2002 e da allora tutto è sempre filato via liscio.

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