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L’ANTIPOLITICA DI PRAGA

David Cerny e Andrej Babis sono a modo loro i due protagonisti della campagna elettorale ceca. Il primo è l'artista che ha realizzato la provocazione del gigantesco dito medio rosa che da qualche giorno galleggia sulle acque della Moldava fronteggiando il Castello di Praga, simbolo di quel potere politico che ha conosciuto giorni migliori (ad esempio ai tempi di Vaclav Havel). Il secondo è l'ennesimo outsider, il secondo uomo più ricco del Paese, che ha fondato due anni fa il partito Ano (che significa Sì) ed è accreditato di un consenso del 16%.

Entrambi sono il frutto della più violenta ondata di antipolitica che abbia attraversato la Repubblica Ceca dai tempi della rivoluzione di velluto: scandali, corruzione, opportunismi, dilettantismo hanno consumato in 24 anni il credito accumulato dalla nuova democrazia, popolata oggi da un personale che gli elettori vorrebbero impacchettare in blocco e consegnare ai libri di cronaca giudiziaria. Si vota in due giorni, venerdì 25 e sabato 26 ottobre e gli osservatori concordano su una vittoria dei socialdemocratici del presidente Milos Zeman ma anche sul successo di Ano e dei comunisti: questi ultimi potrebbero in qualche modo tornare nell'orbita del potere, tollerando un governo di minoranza socialdemocratico.

L'Ostalgia ceca si nutre delle miserie di oggi: l'ennesimo voto anticipato, determinato dall'arresto a luglio di politici e alti burocrati inquisiti che ha abbattuto il governo tecnocratico in carica. Se solo l'economia non reggesse nonostante tutto, alla crisi politica si sommerebbe quella sociale e l'antipolitica esploderebbe in ribellione. Invece c'è comunque l'arma del voto o dell'astensione: la seconda è un moto di rabbia silenzioso, il primo rischia di replicare all'infinito il carosello della politica. Dieci partiti potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5%, producendo una frantumazione dalla quale sarà difficile tirar fuori un esecutivo stabile.

E poi c'è Babis, quello che i media chiamano senza grande fantasia il Berlusconi di Praga. Nato a Bratislava, dunque in Slovacchia quando però i due Stati erano ancora uniti, ha poi ottenuto il passaporto ceco. È un imprenditore di successo cresciuto nel mondo dell'industria chimica e dell'agro-alimentare, ricco (Forbes ha stimato il suo patrimonio in 2 miliardi di euro), ha un passato oscuro inquinato da collaborazioni con il servizio segreto comunista e negli ultimi tempi si è comprato il gruppo editoriale Mafra che pubblica Mlada Fronta Dnes e Lidove Noviny, due dei principali quotidiani del Paese. Nel suo portafoglio mediatico figurano anche televisioni private e portali internet.

E le somiglianze con il Cavaliere del 1994 non finiscono qui. Nei sempre più seguiti comizi elettorali ha promesso di rivoltare la politica come un calzino, di voler ristrutturare la macchina dello Stato secondo i criteri di efficienza di un'azienda, di non volersi alleare con nessun partito corrotto dell'establishment e di non avere interesse a mettere le mani sui fondi pubblici perché è già ricco di suo. Impegno quest'ultimo che tocca al cuore gli elettori disgustati dagli scandali e che basta a superare i dubbi sulla povertà di contenuti politici del suo programma elettorale.

A farla da padrone è comunque il disincanto. Nelle strade di una Praga sempre zeppa di turisti che si godono l'insolito tepore autunnale, è difficile incontrare qualche elettore che abbia voglia di parlare o discutere di politica. La rassegnazione è ovunque, in ogni parola, in ogni dichiarazione. Meglio allora provare a ricavarci un po' di soldi, legali. Come ha fatto Peter Sourek, filosofo e uomo di teatro, che ha fondato l'agenzia turistica Corrupt Tour e porta in giro i turisti sui luoghi che hanno segnato la recente stagione della corruzione praghese. Lo accompagnano 8 attori che inscenano rappresentazioni artistiche ricche di umore e verità. I tour si svolgono in ceco, inglese e tedesco. Ma non c'è bisogno di affrettarsi a prenotare: tutti sono convinti che, anche dopo questo voto, la politca di Praga non volterà pagina.