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Grandi, piccole intese

Germania e Austria, ma anche Romania, Slovenia, Grecia. Tutte le grandi coalizioni, pure o spurie, nell'Europa comunitaria, centrale e sudorientale. Possibili sorprese da Praga e Sofia. 

(Scritto per Europa)

La cupola del Bundestag (udldigital.de)

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(Versione più ampia, dedicata a tutto il panorama Ue)

di Matteo Tacconi

È solo un trend, o forse bisogna farsene una ragione. È una dolorosa necessità, o piuttosto una garanzia di stabilità. Tutto dipende dai punti di vista. Quel che è certo, sigle di partiti, piattaforme politiche e numeri alla mano, è che le larghe intese, in Europa, sono molte. E anche nell'Europa centrale, orientale e sudorientale ci sono diversi casi. Li elenchiamo qui di seguito.

G come Grosse Koalition

Nulla è ancora ufficiale e i negoziati saranno serrati. Ma tutto fa credere che in Germania e Austria, reduci entrambe dal voto, si arriverà nelle prossime settimane alla nascita di due coalizioni caratterizzate dalla coesistenza tra le socialdemocrazie e il centro cristiano-popolare. Del resto le alternative sono poche, per non dire che non ci sono proprio.
Si riscontrano comunque delle differenze, non di poco conto, tra i due casi. L’Austria è abituata alla Grosse Koalition. Socialdemocratici e popolari hanno marciato a braccetto dal 1945 al 1987 e dal 1987 a oggi, esclusa la parentesi 2000-2007 (quella del cancelliere Wolfgang Schuessel e di Jorg Haider).

I tedeschi, invece, sono meno abituati all’opzione. Le larghe intese furono un caso eccezionale tra il 1966 e il 1969, quando i liberali uscirono dal governo a guida Cdu a causa dell’aumento delle tasse, venendo rimpiazzati dai socialdemocratici. L’edizione del 2005-2009 fu dettata invece sia dalla matematica, sia dal fatto che Spd e Verdi non ne vollero sapere di allearsi con Die Linke, considerata ideologicamente incompatibile. Diverso ancora è il caso odierno. La Merkel ha conquistato una marea di voti (qui una mappa che non ha bisogno di commenti), ma la disfatta dei liberali, finiti per la prima fuori dal Bundestag dal dopoguerra, l’ha costretta a cercare la sponda della Spd, che stavolta avrà però molto meno potere negoziale in sede di formazione del governo.

In Austria saranno invece proprio i socialdemocratici a prendere in mano l’iniziativa, forti di quei tre punti percentuali in più che vantano sui popolari. E questa è un’altra differenza tra Vienna e Berlino. Non la più grande, tuttavia. Perché in Austria la sommatoria di seggi tra progressisti e centro conservatore è di molto inferiore rispetto a quella che si registra in Germania tra Spd e Cdu/Csu. La causa? L’ascesa, a Vienna, dei partiti populisti e di destra.

Universo Est

Due esperienze di larghe intese anche nell’Europa un tempo comunista. In Slovenia e Romania. Entrambi sono governi nati in corsa, con un ribaltone. A Ljubljana, dove la coalizione non registra tuttavia la presenza di un partito propriamente conservatore, convivono sotto lo stesso tetto i socialdemocratici, il partito dei pensionati, i centristi della Lista Civica e infine, Slovenia Positiva, formazione liberale a cui appartiene Alenka Bratusek. È la prima donna a presiedere il governo della piccola repubblica alpina.

A Bucarest l’esecutivo, salito al potere con un “golpe bianco” nell’estate scorsa, poi vidimato dal voto popolare, è composto dai socialdemocratici del primo ministro Victor Ponta e da due formazioni di destra: il Partito conservatore e il Partito liberale nazionale. A tenerli insieme, questo almeno si evince dalle cronache, è la fame di potere.

Sempre a Est, si attende l’esito del voto di ottobre in Repubblica ceca. I sondaggi dicono che i socialdemocratici otterranno la maggioranza relativa, ma dovranno comunque cercarsi un socio. Potrebbero essere i comunisti, ma in ballo c’è anche un’alleanza con il Partito civico democratico o con ANO 2011, la formazione conservatrice del “Berlusconi di Praga”, Andrej Babis. Il che darebbe vita a un governo bicefalo tra sinistra e destra. Si vedrà.

Si vedrà anche come andrà a finire in Bulgaria, dove la maggioranza di sinistra sta in piedi per inerzia e le proteste popolari, che vanno avanti da mesi, potrebbero imporre il voto anticipato. E chissà che non venga fuori una coalizione sinistra-destra.

Sotto l’Acropoli

Chiude la rassegna la Grecia, dove ci sono voluti due elezioni a breve distanza una dall’altra, a maggio e giugno dell’anno scorso, per vedere la genesi di una coalizione tripartita, formata dai conservatori di Nea Dimokratia (il partito del premier Antonis Samaras), dai socialisti (Pasok) e da Sinistra democratica (Dimar). Quest’ultima, qualche tempo fa, s’è sfilata. Le larghe intese, adesso, sono meno larghe. E la troika – è lei a governare, dicono in molti – osserva preoccupata.

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