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Le piazze di Orban

Una legge stabilisce che entro la fine dell'anno vie e slarghi dedicati a esponenti dei regimi totalitari dovranno essere rinominate. Un'inutile crociata contro il comunismo, per qualcuno. La toponomastica come cartina di tornasole della politica del governo conservatore magiaro. 

(Scritto per Reset)

Una delle vecchie statue dell'epoca comunista situate  oggi al Memento Park (Archivio Rassegna Est)
Una delle vecchie statue dell'epoca comunista situate
oggi al Memento Park (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Deriva reazionaria, antieuropeismo, democratura, revanscismo. Persino fascismo. Le etichette che nel corso di questi ultimi anni sono state collegate all’Ungheria di Viktor Orban si sprecano. Nessuna, tra queste, è del tutto appropriata. Orban, al potere dal 2010, non vuole portare il paese fuori dall’Europa, né riprendersi le fette di territorio perse dopo la Grande guerra. Tanto meno intende abolire il sistema pluripartitico.

Volendo tagliare corto il suo è un progetto conservatore e statalista, che si articola intorno a due pilastri. Da una parte c’è la battaglia culturale contro i discendenti del comunismo, che a sentire il primo ministro non sono riusciti a liberarsi degli antichi fardelli. C’è chi sostiene che questo processo di ecologia della memoria sia stato invece compiuto, ma tant’è. Orban ha le sue convinzioni. Dall’altro lato c’è la questione economica. Il primo ministro ritiene che la transizione abbia trasferito troppe risorse nelle mani dei grandi gruppi privati internazionali, erodendo pesantemente la sovranità economica nazionale. Da qui l’esigenza di riportare nelle mani dello stato o di consorzi privati magiari quanti più asset possibili. Accanto a questo c’è il rifiuto della ricetta austera seguita in Europa in questi anni di crisi. Budapest ha puntato su statalismo e autonomia monetaria. Non senza suscitare polemiche. La legge che accresce il controllo governativo sulla Banca centrale non è affatto piaciuta, a Bruxelles. Come altri provvedimenti, su altri temi – senzatetto, media, università, giudici – di cui si è diffusamente parlato, ogni volta che gli ungheresi sono scesi in piazza a protestare.

Marx sì, Lenin no

Ma non è del fenomeno Orban tout court che qui si vuole parlare. Piuttosto di due dei suoi tanti dettagli: la toponomastica e l’urbanistica. Anche su questi fronti la contaminazione delle pulsioni orbaniane si fa sentire, divaricando i poli di quella “guerra civile fredda” che caratterizza l’Ungheria odierna.

Entro la fine dell’anno, secondo una legge promulgata nel 2012, strade e piazze intitolate a esponenti dei totalitarismi del ‘900 dovranno essere cambiati. Non essendoci, in Ungheria, nomi di luoghi pubblici che omaggiano membri delle Croci frecciate, il movimento filo-nazista che prese il potere nel 1944 e si rese responsabile della deportazione di migliaia di ebrei, la faccenda verte automaticamente sul comunismo, sui suoi affiliati e su alcuni concetti a esso legati. Lenin, Stalin, Trotsky, Gorky, Majakowskij sono tra i rifiutati. Marx e Gagarin figurano invece tra i salvati, visto il contributo che hanno offerto alla “scienza internazionale”. Quanto ai concetti, tra i banditi figura quello di liberazione. Altamente sensibile. Indica la ritirata del Terzo Reich dal territorio nazionale, ma al tempo stesso coincide con l’inizio dell’occupazione sovietica.

Altre parole del lessico comunista sono state giudicate inappropriate. È il caso di partigiano o pioniere (membro delle organizzazioni giovanili comuniste). Non si potrà inoltre più fare riferimento alla Repubblica dei Consigli, lo Stato sovietizzante nato e morto nel 1919. Né ovviamente al termine comunismo e ai suoi aggettivi. Ma primo maggio, pace e progresso potranno essere usati ancora. Se poi dovessero emergere dei dubbi, i sindaci – a loro il compito di uniformarsi alla legge – potranno chiedere un parere all’Accademia delle scienze.

Questi principi, a ogni modo, vanno oltre la toponomastica. L’oggetto della legge è il cosiddetto “uso pubblico” dei nomi. Circostanza che ha portato il “Partito comunista dei lavoratori ungherese”, piccolo segmento della sinistra magiara, a cambiare denominazione. Dal congresso della scorsa primavera si chiama semplicemente “Partito dei lavoratori ungherese”. Fino a qualche tempo fa pareva anche il quotidiano Nepszabadsag (Libertà del popolo), vecchia voce del regime, ora vicino al Partito socialista, potesse essere costretto a cambiare nome. Pericolo scampato, a quanto pare.

Per l'opposizione Orban vuole solo esacerbare gli animi, distogliendo l'attenzione dalle cose che davvero contano

Secondo lo stesso giornale, la legge sull’uso pubblico dei nomi legati ai totalitarismi è un’inutile crociata, dato che la battaglia simbolica sul comunismo si è conclusa già nei primi anni ’90, quando migliaia di strade cambiarono nome. L’obiettivo di Orban, dunque, non è tornare sul tema della memoria, ma polarizzare ulteriormente la società, distogliendo l’attenzione dai veri problemi del paese. Dall’altra parte della barricata si afferma invece che quest’operazione di pulizia è sacrosanta e porta alla bonifica delle ultime scorie della stagione comunista.

Il comunardo e la poetessa antisemita

Due casi specifici hanno fatto particolarmente discutere a Budapest, negli ultimi tempi. Il primo è quello di Leo Frankel, che prese parte alla Comune di Parigi del 1871. Il secondo riguarda la poetessa Cecile Tormay, anticomunista e antisemita, ammiratrice di Mussolini, attiva politicamente e intellettualmente durante l’epoca del regime nazionalista dell’ammiraglio Miklos Horthy, la cui figura è tornata a riscuotere ammirazione in alcuni segmenti della società, non senza liberare riserve e proteste.

«Frankel ha una via a lui intitolata, nella capitale. Se ne voleva cambiare il nome, ma l’Accademia delle scienze lo ha inserito tra i salvati. Diverso il caso della Tormay, a cui il comune di Budapest aveva tempo fa dedicato una strada, salvo poi revocare la decisione a causa delle posizioni contro gli ebrei espresse dalla letterata (rimarcate dalla comunità ebraica magiara e dal World Jewish Congress)», spiega a Resetdoc Georges Karolyi, pronipote del conte Mihaly Karolyi, presidente ungherese dopo la Grande guerra, in un momento convulso della storia del paese. Personalità controversa, tacciato di simpatie di sinistra, Karolyi – così dicono in molti – ha di fatto spianato la strada alla presa del potere di Bela Kun e alla nascita della Repubblica dei consigli. Il suo nome è nella “lista nera” dell’Accademia delle scienze.

La statua del conte

Karolyi è stato al centro anche di una vertenza urbanistica: quella di Kossuth tér, lo slargo che si distende davanti al Parlamento ungherese. La statua a lui dedicata è stata rimossa dalla piazza, nel complesso di un vasto programma di ristrutturazione che dovrebbe riportare Kossuth tér più o meno all’aspetto che aveva all’epoca di Horthy.

Da sinistra l’operazione viene vista come un tentativo, l’ennesimo, messo in campo da Orban allo scopo di imprimere il suo timbro megalomane e lasciarlo lì, indelebile, anche quando non sarà più al potere. All’opposto, i simpatizzanti della Fidesz (il partito del Primo ministro), ma non solo loro, vedono in tutto questo una normalissima operazione di chirurgia estetica, in una grande capitale europea.

Il governo ha deciso di rimuovere da piazza Kossuth, davanti al Parlamento, la statua di Mihaly Karolyi, presidente dell'Ungheria dopo la Grande guerra. Personaggio controverso, esponente della borghesia progressista. 

Ma torniamo alla statua di Karolyi. Fu fatta erigere nel 1975 da Janos Kadar, capo indiscusso dei comunisti ungheresi tra il 1956 e il 1988. L’uomo che, negoziando segretamente con Mosca, interruppe il corso della rivoluzione popolare del 1956, facendo capitolare il comunista riformista Imre Nagy. Omaggiando Karolyi, un borghese progressista, Kadar voleva allargare le basi del consenso, costruito intorno al silenzio di stato sulla rivoluzione del ’56 e a quei pacchetti di incentivi economici e piccoli privilegi personali, nocciolo del cosiddetto “socialismo del goulash”. «Mihaly Karolyi non è certo in odore di santità presso l’attuale governo, ma credo che una piazza situata davanti a un Parlamento debba avere statue di personaggi che creino consenso nazionale. Il mio lontano parente non fa», ragiona Georges Karolyi, riferendo che dopo un restauro a spese del governo la statua campeggia oggi in un parco pubblico di Siofok, città sulla riva meridionale del Lago Balaton, di cui è originario Imre Varga, lo scultore che la realizzò trentotto anni fa. È stato lo stesso artista, oggi novantenne, a proporre questa soluzione.

C’è un’altra statua, su Kossuth tér, che è stata nel passato recente al centro delle cronache. È quella di Attila Jozsef, uno dei più grandi poeti magiari. Operaista. Pareva che il governo volesse collocarla altrove. Invece è rimasta lì, spostata di qualche metro verso la sponda del Danubio. La notizia sulla rimozione dell’opera da piazza Kossuth è stata artificiosamente diffusa dall’opposizione, dice Karolyi.

Le nuove piazze di Budapest

I cambiamenti a Budapest non si limitano solo a quelli che verranno, entro la fine dell’anno. Orban e i suoi hanno già provveduto a rivisitare la toponomastica, da prima che la legge cambia-nomi entrasse in vigore. Prendi Koztarsasag ter, piazza della Repubblica. È stata ribattezzata Janos Pal ter in onore di Karol Wojtyla. Atto dovuto, secondo la maggioranza, dal momento che repubblica è riferito alla forma di stato istituita dai comunisti, almeno sulla carta, dopo la Seconda guerra mondiale. L’opposizione, da parte sua, va dicendo che la modifica riflette l’allergia di Orban al concetto di repubblica, dimostrato tra l’altro dalla modifica costituzionale perorata dalla Fidesz, in base alla quale il paese non si chiama più Repubblica d’Ungheria, ma solo Ungheria.

Un altro caso è quello di Moszkva ter, così chiamata nel 1951. Ha ripreso il nome pre-comunista di piazza Szell Kalman. Costui fu primo ministro dal 1899 al 1903, in epoca austro-ungarica. C’è poi piazza Istvan Szechenyi (fondatore dell’Accademia delle scienze), prima intitolata a Roosevelt. Tra l’opposizione c’è chi pensa che il depennamento del presidente americano squaderni la tesi della guerra giusta a fianco dell’Asse. Probabilmente un’esagerazione. La ratio del cambiamento, più che altro, sta nel fatto che nella destra ungherese è ancora accentuato il risentimento nei confronti degli Alleati, che sacrificarono l’Ungheria sull’altare della realpolitik, lasciandola nelle mani di Mosca.

Uno dei pochi esperimenti riusciti di politica della memoria è quello del Memento Park, la spianata alle porte di Budapest dove sono state collocate le statue che al tempo del comunismo affollavano la capitale magiara 

Qui chiudiamo questo racconto. In realtà potrebbe continuare ancora. Ma la sostanza non varierebbe. La guerra civile fredda contamina ogni nicchia di memoria. C’è una sola eccezione, il Memento Park. È una radura alle porte di Budapest, lungo la statale che conduce al lago Balaton. Lì sono stati trasportati tutti i bestioni di pietra che, nella Budapest del socialismo realizzato, raffiguravano eroi e momenti fondanti del comunismo internazionale e magiaro. Dopo l’89 si decise, saggiamente, di non demolire questo pantheon comunista. È comunque una testimonianza della Budapest che fu. Oggi il Memento Park è meta di turisti, ma anche di semplici cittadini che, in mezzo a quella selva di pietre, ricordano di quando, tanti anni fa, la sera ci si dava appuntamento sotto l’ombra possente di quelle statue. Ma questa è un’altra storia.

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