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L’oro non luccica più

Quella di Rosia Montana, in Romania, doveva essere la più grande miniera europea del prezioso metallo. Ma una protesta ecologista è riuscita a fermare il progetto.

(Scritto per L'Indro)

(romania-insider.com)

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di Rodolfo Toè

Rosia Montana, piccola città della Transilvania, contro il governo di Bucarest. Il premier Victor Ponta ha infatti deciso di appaltare alla Rosia Montana Gold Corporation la costruzione della "più grande miniera d'oro d'Europa". Un progetto che distruggerebbe la regione e che immetterebbe nell'ambiente più di dodicimila tonnellate di cianuro all'anno. Ma la popolazione locale resiste. E, per ora, sembra aver vinto la propria battaglia.

Alla fine, le migliaia di manifestanti l'hanno spuntata. Dopo più di una settimana di proteste, e sedici anni di braccio di ferro tra il governo e la popolazione locale, il primo ministro Victor Ponta ha deciso: la miniera d'oro di Rosia Montana, che doveva essere - nelle parole dei suoi sostenitori - «la più grande d'Europa» non si farà.

Festeggiano gli attivisti e i cittadini che, dall'inizio del mese, hanno occupato le strade della capitale marciando sera dopo sera contro la decisione del governo. Il consiglio dei ministri, a fine agosto, aveva finalmente dato il via libera alla 'Rosia Montana Gold Corporation' (RMGC), una società posseduta per l'81% dai canadesi di 'Gabriel Ressources' e per il 19% dal governo romeno, affinché cominciasse a sfruttare le 300 tonnellate d'oro e le 1600 d'argento che, secondo le analisi, dormono nel sottosuolo di Rosia Montana, piccolo villaggio nel cuore della Transilvania di poco più di tremila abitanti.

Una vera catastrofe, secondo Stefania Simion, che dal 2003 è consigliere nell'associazione 'Albus Maior', che raggruppa gli abitanti del villaggio che si oppongono alla miniera. Da anni, l'organizzazione ha ingaggiato una battaglia giuridica contro il governo, opponendo alle sue politiche una sorta di ostruzionismo giudiziario. Per Stefania le irregolarità nel progetto sono evidenti: «negli anni, abbiamo fatto causa contro la maggior parte degli accordi e delle autorizzazioni ottenuti finora dalla compagnia canadese. I lavori sono stati bloccati per via giudiziaria; la magistratura aveva creato una sorta di stallo amministrativo. Per sbloccare la situazione e cominciare i lavori, il governo ha cercato di forzare la mano». E a fine agosto ha proposto quella che, secondo Simion, è «una legge speciale che non è assolutamente conforme alla costituzione. Nessuno ha il diritto di approvare una legge, che ne deroga una decina d'altre, per il semplice beneficio di un solo operatore economico».

Espropriazioni e cianuro

Per creare la miniera, la RMGC avrebbe dovuto distruggere le montagne circostanti e, logicamente, le case del villaggio. Nei mesi scorsi, la compagnia era riuscita a concentrare nelle proprie mani circa l'80% delle abitazioni di Rosia Montana, costringendo gli abitanti a trasferirsi nella città più vicina, Alba Iulia. Ma circa 50 famiglie di 'irriducibili' avevano deciso di resistere. E questo aveva complicato di molto la vita dell'impresa mineraria, la quale - secondo la legislazione vigente in Romania - avrebbe potuto obbligare gli abitanti a lasciare le proprie abitazioni soltanto per motivi 'di utilità e di ordine pubblico', come nel caso della costruzione di autostrade o di ospedali, circostanza che - logicamente - non si applica nel caso di un operatore privato che lavori ricercando solamente il proprio profitto.

E qui entra in gioco la 'legge-truffa' criticata dai manifestanti. Perché il governo, per sbloccare la situazione e permettere all'impresa mineraria di dare il via ai lavori, ha deciso di vergare un progetto di legge che dichiara la miniera di Rosia Montana «d'interesse nazionale eccezionale». Spiega ancora Simioni: «è a questo punto che scatta la trappola preparata dal governo. Perché questa legge, di fatto, rende la RMGC una rappresentante ufficiale dello stato rumeno in caso di espropriazione. Detto in parole povere, grazie a questa legge, l'azienda non dovrà attendere la decisione delle autorità rumene. Al contrario, essa potrà effettuare in prima persona le espropriazioni, per poi pagare agli abitanti i danni in prima persona attraverso il proprio bilancio».

A preoccupare principalmente gli abitanti, oltre alle espropriazioni, sono anche le 12.000 tonnellate di cianuro che, stando ai progetti, verranno utilizzate annualmente nel processo estrattivo. Le ONG ambientaliste rumene hanno più volte denunciato questa scelta, trovando un alleato d'eccezione anche nell'Accademia romena, la più alta istituzione scientifica del paese, che nel 2013 ha preso ufficialmente posizione contro l'estrazione, fondandosi sui propri studi. Lo stesso vicepresidente dell'Accademia, il professore Valentin Vlad, aveva spiegato i propri dubbi relativi alla creazione della mina: «è semplice, i lavori previsti coprono l'arco di diciassette anni soltanto, il tempo stimato per lo sfruttamento delle riserve di Rosia Montana. Cosa succederà dopo? Mi piacerebbe che questa regione continuasse a vivere, anche una volta terminato il ciclo estrattivo della miniera. Finito l'oro, la Romania si troverà a fare i conti con dei veri e propri laghi di cianuro, posti su una regione ad alto rischio sismico». Gli studi sono stati trasmessi al governo che però, secondo il vicepresidente, non ha voluto ascoltare: «siamo un'istituzione super-partes e neutrale, non ci interessano i giochi della politica ... ma nonostante la nostra neutralità, le nostre raccomandazioni non hanno avuto alcun impatto nelle decisioni del governo».

Fortunatamente, a coronare il successo di questa battaglia civica, è intervenuta la decisione del premier di rinunciare al progetto di legge e, presumibilmente, allo stesso progetto di una miniera d'oro a Rosia Montana. Le riserve, sembra, resteranno intatte. Per ora. I manifestanti hanno accolto la notizia con soddisfazione ma, allo stesso tempo, stanno studiando un escamotage per evitare che il governo possa cambiare idea e ridare inizio ai lavori. C'è chi ha pensato, in effetti, di candidare Rosia Montana alla lista del patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Nel medesimo sottosuolo che sarebbe stato divelto dai progetti della RMGC si trovano infatti importanti resti di epoca romana. La tutela delle Nazioni Unite potrebbe, nei piani degli attivisti, far desistere il governo dai propri progetti una volta per tutte.

Il precedente del gas

Non è la prima volta, nella storia recente del paese, che i cittadini rumeni insorgono contro progetti di questo tipo. Lo scorso anno, infatti, la popolazione era insorta contro il progetto di sfruttamento dei giacimenti di 'gas da argille', chiamato impropriamente anche gas di scisto, di cui la Romania orientale sarebbe particolarmente ricca. I giacimenti avevano immediatamente attirato gli investitori internazionali, e soprattutto la Chevron americana, che era riuscita a farsi dare in concessione dall'Agenzia nazionale rumena per le risorse minerali tre regioni della Dobrogea e una nel Barlad. In quell'occasione Ponta aveva giustificato lo sfruttamento dei giacimenti con il pretesto «di ridurre la pesante dipendenza energetica della Romania, soprattutto dalla Russia». Bucarest, infatti, importa tuttora circa un quarto del proprio gas da Mosca.

Anche in quella occasione i rumeni erano scesi in piazza, per protestare contro l'estrazione del gas, non ancora regolata attraverso una legge, e che potrebbe avvenire secondo la temuta pratica del 'fracking', che alcuni accusano di avere pesanti conseguenze sul terreno e di provocare, oltre che l'avvelenamento delle falde acquifere, anche l'incremento dell'attività sismica. Ad attirare gli strali dell'opinione pubblica erano state, anche, le assegnazioni degli appalti, avvenute secondo modalità non troppo trasparenti. In quell'occasione, per la prima volta, la società rumena aveva deciso di mobilitarsi e di organizzare la resistenza nei confronti delle politiche del governo. Come in molti altri paesi europei, la società civile ha trovato le sue nuove battaglie in ambito ambientalista.

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