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LE SPERANZE DI NAVALNY

Per Vladimir Putin si tratta del primo test elettorale da quando è ritornato nelle stanze del Cremlino, a marzo 2012. Ma domenica 8 settembre il tre volte presidente russo è soltanto spettatore: si elegge (per la prima volta dal 2003) il sindaco di Mosca e sul campo se la batte il suo alfiere Sergei Sobyanin, borgomastro uscente della capitale. La sfida è tra l’uomo dello zar e i candidati di un’opposizione molto frastagliata: dal blogger Alexei Navalny al comunista Ivan Melnikov, dal nazionalista Mikhail Degtyaryov al liberale Sergei Mitrokhin, fino al socialista Nikolai Levichev.

I sondaggi della vigilia predicono una vittoria facile per il fedelissimo di Putin (le rilevazioni gli attribuiscono più del 50% dei consensi), ma la chiamata alle une e il suo risultato sono destinati a diventare soprattutto un indicatore della tenuta del sistema putiniano in tutta la Russia. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, infatti, Mosca è stata il centro delle proteste contro l’involuzione centralista avviata con il rientro di Putin al Cremlino. All’epoca i leader dell’opposizione si rivelarono incapaci di trovare una linea comune e di mobilitare grandi masse fuori dagli spazi di internet, portando le manifestazioni a naufragare nel nulla. Ma la mobilitazione della cosiddetta «Primavera russa» aveva però lanciato un segnale: nei grandi centri della Federazione, in primis Mosca e San Pietroburgo, una fetta di elettorato in crescita era - e lo è tuttora - alla ricerca di sviluppo e cambiamento.

Lo stesso voto è in sé un segnale: l’ultima volta che i moscoviti avevano scelto il loro primo cittadino era stato 10 anni fa. Nel 2004, dopo l'attacco terroristico di Beslan, nel Caucaso, Putin decise di nominare direttamente i governatori e i sindaci di Mosca e San Pietroburgo, aumentando il proprio controllo sulle potenze regionali. Fino alla recente svolta. Alle presidenziali del 2012 proprio nei collegi di Mosca il miliardario Mikhail Prokhorov aveva sorprendentemente raggiunto il 20% mettendo in ombra il trionfo di Putin, che nella capitale aveva ottenuto uno dei peggiori risultati, rimanendo sotto il 50%. Lo stesso Prohkorov inizialmente aveva dichiarato di volersi candidare alla successione di Sobyanin come primo cittadino. Ma alla fine non è entrato in campo, lasciando la corsa agli outsider di ogni colore, con molte speranze, ma scarse possibilità reali.

I candidati dei partiti che avevano manifestato nelle marce anti-Putin hanno fatto campagna elettorale ognuno per conto proprio, incapaci di trovare piattaforme di opposizione comuni al super favorito.
Così anche Navalny, sostenuto dal blocco Rpr Parnas, e Mitrokhin, alla guida dello storico partito Yabloko, hanno corso su binari paralleli e con ogni possibilità sono destinati a schiantarsi nel vuoto.

Sul risultato di Navalny vi è in ogni caso grande attesa, perché è proprio lui il più accreditato per il secondo posto: i numeri indicano che non riesca a portare Sobyanin al ballottaggio (il sindaco uscente dovrebbe oltrepassare il 50% al primo turno e il suo avversario più minaccioso oscilla tra l’8 e l'11%), ma una sua prova di forza potrebbe dare vigore a un’opposizione ancora in cerca di un vero leader, non solo a Mosca.

Tuttavia, è difficile che qualcosa traballi nell’architettura costruita da Putin. Sullo stesso Navalny, condannato a luglio a cinque anni di reclusione e messo in libertà in attesa che la sentenza diventi giuridicamente vincolante, pende la spada di Damocle di un rientro nelle patrie galere. Il fatto che gli sia stata accordata la possibilità di condurre la campagna elettorale e di presentarsi al voto indica poi che Sobyanin si consideri in una botte di ferro. E che al Cremlino non si aspettano terremoti. La scarcerazione del blogger non è dovuta alle manifestazioni dopo il giudizio del tribunale, né è stata una concessione alle proteste levatesi a Ovest di Mosca. Di questi tempi, Putin non è molto in vena di ascoltare pareri altrui: che si tratti della questione siriana, delle leggi anti-gay o della libertà di un blogger dissidente caro all’Occidente.

Dopo l’era di Yuri Luzhkov, onnipotente inquilino del municipio sulla Tverskaya ai tempi di Boris Eltsin, a Mosca pare essere arrivata l’epoca di Sobyanin. Un fedelissimo di Putin, già per quattro anni a capo dell’influente amministrazione presidenziale ed espressione di quel potere centrale che per meriti propri e demeriti altrui continua a essere gradito alla maggioranza dei russi.

(Lettera43)