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Est, servizio completo

Non è più solo la manifattura a spostarsi a Est. Ormai da anni sono i soggetti del terziario a guidare l'esercito di imprese italiane che guardano agli affari oltre la vecchia cortina. Banche, assicurazioni, call center, persino servizi sanitari e odontoiatrici. Inchiesta. 

(Scritto per Europa)

Illustrazione di Stefano Navarrini
(www.stefanonavarrini.it)

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di Matteo Tacconi

Tiene banco sulla stampa, in questi giorni, la delocalizzazione lampo effettuata da Fabrizio Pedroni, titolare della Firem, azienda che produce resistenze elettriche. In pieno agosto ha comunicato ai dipendenti, lapidariamente, che a partire dal 2 settembre il rapporto di lavoro riprenderà non più a Formigine, nel modenese, ma a Olawa, nella Polonia occidentale. È scoppiato, ovviamente, il pandemonio. L’imprenditore giustifica la scelta con l’impossibilità di competere con la concorrenza internazionale, complici i fardelli burocratici e fiscali dell’Italia. I dipendenti e i sindacati promettono battaglia. Fino all’ultima goccia di sudore.

È la solita storia, la solita polemica sulle delocalizzazioni manifatturiere verso i paesi dell’Europa centro-orientale e balcanica. Sia chiaro: questo fenomeno, per tutta una serie di ragioni, proseguirà ancora. Eppure, nel corso del tempo, il quadro degli investimenti italiani a Est è cambiato. Profondamente. L’aumento dei salari in molti paesi dell’Europa post-comunista ha spinto a delocalizzare altrove. Oggi la nuova frontiera della manodopera a basso costo è in Africa settentrionale e Asia, dove le buste paghe sono molto più leggere.

Dalla manifattura ai servizi 

L’Est, nel frattempo, ha attirato sempre più terziario. Ed è questo il vero punto. A migrare, ben più che la manifattura, sono ormai i servizi. I casi di Banca Intesa San Paolo e di Unicredit, con quest’ultima che negli ultimi anni ha realizzato più profitti a Est che in Italia, sono ben noti. Come quello di Generali, che ultimamente ha acquisito il controllo completo della joint venture costituita nel 2007 con il finanziere ceco Petr Kellner (dodici paesi dell’Est serviti e nove milioni di clienti).

Questi investimenti, tuttavia, sono market-seeking e non resource-seeking, per dirla con il gergo degli economisti. Puntano a servire i mercati locali, non a ridurre il costo d’impresa. E non equivalgono a tagli sul personale in Italia.

«Pronto, qui Tirana» 

Fanno eccezione i call center, dove il costo del lavoro incide in modo molto rilevante sul fatturato. È così che diversi operatori hanno chiuso i battenti, fiondandosi in Romania e Albania, in virtù della diffusione della lingua italiana. Non ci si poteva di certo spostare in Cina o in Vietnam, dove non c’è tutta questa familiarità con il nostro idioma.

Wind, Sky, Vodafone: i call center che forniscono il servizio di assistenza telefonica alle compagnie della telefonia mobile hanno spostato i loro centri operativi sul versante sudorientale dell’Europa e sul web, periodicamente, si legge di qualche nuova delocalizzazione, con la loro coda di proteste e lotte. In rete si trovano anche siti e forum che spiegano come avviare un call center a Tirana o Bucarest. Il che dà un’idea di quanto il fenomeno sia praticato.

Ospedali e dentisti 

Comunque sia, nell’universo servizi sono le attività market-seeking a essere predominanti. Ormai rappresentano i due terzi degli investimenti italiani a Est. All’ombra della stazza di banche e assicurazioni c’è tutto un esercito di soggetti, grandi o piccoli, che cercano di assaporare la grande torta. Spicca tra i primi il Policlinico di Monza, gruppo della sanità privata che possiede dieci cliniche in Italia. A gennaio ne ha inaugurata una a Bucarest: lo Spitalul Monza. Quaranta i milioni investiti nella struttura, che ha 140 posti letto, otto sale operatorie e più di cento medici.

A questo punto è d’obbligo la domanda: perché si va a servire i mercati dell’Est? «Fondamentalmente si copre un’esigenza di una fascia di popolazione che in tempi recenti ha acquisito una buona capacità di spesa», dice Roberto Corciulo, presidente di IC & Partners, società di consulenza per l’internalizzazione delle imprese, con testa a Udine e tanti uffici nell’Europa dell’Est. E anche questo è un servizio, esattamente come quello prestato dalle banche e dalle assicurazioni.

Pure Ernesto Vatteroni, dentista, s’è accorto di questa classe media in ascesa. Qualche anno fa ha aperto una clinica odontoiatrica a Belgrado. L’idea, inizialmente, era praticare il “turismo dentale”. «In Italia il settore è saturo, si sgomita. Sono nate inoltre cooperative odontoiatriche, la loro concorrenza si fa sentire. In Serbia risparmio sui collaboratori – la cui qualità è peraltro indiscutibile – e sulle tasse, come sull’energia. Non sugli impianti: quelli li faccio fare in Italia». In ogni caso Vatteroni, che tra l’altro ha origini serbe e doppia cittadinanza, riesce a praticare tariffe inferiori a quelle italiane e a portare così diversi nostri concittadini a curarsi al Southeast dental center, il suo studio belgradese. Recentemente – e qui veniamo al discorso sulla classe media – la platea di clienti s’è diversificata. «Ho sempre più pazienti serbi, esponenti della classe media, che vengono a curarsi da me e che sono disposti a pagare un po’ di più rispetto alle tariffe dei dentisti locali», racconta Vatteroni.

Il suo servizio insomma è bicefalo: low cost per gli italiani, d’eccellenza per i serbi; resource-seeking e market-seeking al tempo stesso (acquisirà questo profilo anche lo Spitalul Monza?). Un po’ come avviene in tutto l’universo del turismo dentale, dove i croati si stanno dando parecchio da fare. L’Istria pullula di studi e ogni giorno, dal Nordest, c’è un piccolo esodo di persone che vanno a curarsi oltre frontiera. Il giro d’affari è buono, se è vero che domenica scorsa, sulla prima pagina del Sole 24 Ore, c’era un piede pubblicitario delle cliniche Health and Beauty. «Ti spaventa il costo del dentista? Con noi risparmi fino al 50 per cento», recitava aggressivo.

Ancora più a Est

Chiuso l’inciso, torniamo ai fornitori di servizi e alle opportunità dell’Est. Si possono ancora fare affari? Sì, secondo Corciulo. «Malgrado la crisi questi paesi hanno retto l’urto e restano dunque mercati interessanti. Ma la tendenza in corso nelle capitali dell’Est, dove nessuno vuole più essere così vincolato alle economie occidentali, è quella di (ri)guardare all’economia dalla Russia e dello spazio post-sovietico nel complesso. Le aziende italiane, anche quelle che forniscono servizi, hanno già fiutato il cambiamento». Si va sempre più a Est.

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