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La Siria kosovara

Alla Casa Bianca si guarda al precedente balcanico - la situazione sul terreno del '99 e la successiva campagna Nato - per trovare una soluzione che ponga fine alla guerra civile nel paese arabo. 

(Scritto per Il Manifesto)

Collina di Velanja, a Pristina. La tomba di un membro dell'Uck (Archivio Rassegna Est)
Collina di Velanja, a Pristina. La tomba di un membro dell'Uck
(Archivio Rassegna Est)

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di Matteo Tacconi

Nello studio ovale c’è un gran trambusto, in queste ore. Le immagini diffuse dai ribelli siriani pochi giorni fa, quelle che svelerebbero l’uso di armi chimiche da parte delle forze di Bashar al-Assad, hanno fatto breccia. Che siano vere o artefatte, che gli osservatori delle Nazioni Unite confermino o smentiscano il ricorso alle armi tossiche (a quanto pare l’inchiesta potrebbe partire presto), quei filmati hanno spinto l’amministrazione americana a prendere in seria considerazione, più di quanto fatto finora, l’opzione militare in Siria.

Le immagini sui presunti attacchi chimici delle forze di Assad hanno fatto effetto, a Washington. Come lo fecero quelle sulle colonne di profughi kosovari.

D’altronde, lo confermano tutti i più recenti casi di interventismo a livello internazionale, le immagini hanno sempre avuto l’effetto di spostare gli equilibri di una contesa. È stato così in Libia, con i footage dell’assedio di Bengasi da parte dei lealisti di Gheddafi. Fu così anche nel 1995 in Bosnia, con i colpi di mortaio sul mercato di Markale a Sarajevo e con il massacro di Srebrenica, che portarono la Nato a sganciare qualche bomba sulle postazioni serbo-bosniache e a chiudere di conseguenza il conflitto. Ancora una volta i video – le colonne di profughi albanesi – furono decisivi in Kosovo nel 1999, inducendo la Nato, su impulso americano, a bombardare la Jugoslavia di Milosevic e a cambiare la sua natura storica, divenendo globale.

Raid aerei come quelli contro la Jugoslavia di Milosevic. Lo studio di quest'opzione è stata rivelata al New York Times da una fonte dell'amministrazione.

È proprio a quell’esperienza che alla Casa Bianca si starebbe guardando. Lo ha rivelato ieri al New York Times una fonte dell’amministrazione rimasta anonima. «Dire che stiamo cercando delle coperture legali per un’azione è troppo, visto che il presidente non ha ancora preso una decisione. Ma certamente il Kosovo costituisce un precedente», ha spiegato la fonte, lasciando intendere senza troppi filtri che la discussione in corso a Pennsylvania Avenue è seria, concitata. Il parallelo, se lo scenario viene inquadrato dal punto di vista degli americani, può anche reggere. Sul terreno ci si confronta tra buoni (i ribelli siriani) e cattivi (l’esercito di Assad), in una guerra di posizione logorante; a livello internazionale, al Consiglio di sicurezza dell’Onu, è tutto fermo a causa del veto russo, assecondato dalla Cina, alle sanzioni e a qualsiasi altra ipotesi che penalizzi Damasco. C’è stasi, insomma. Com’era in Kosovo nel 1999, quando sul campo rivaleggiavano l’Esercito di liberazione (Uck) e le forze di sicurezza di Milosevic, mentre al palazzo di vetro Mosca si opponeva a ogni intromissione in quelli che a suo avviso erano gli affari interni della Jugoslavia. Il rischio odierno, pensano a Washington, è che Assad massacri i rivoltosi e continui a governare con il pugno di ferro. Va fermato. Ma come? È proprio qui, più ancora che nella panoramica sulla situazione corrente in Siria, che si fa riferimento al “modello kosovaro”. Allora la questione si risolse bypassando l’Onu e interpretando estensivamente l’articolo 5 dello Statuto della Nato (un attacco a un membro dell’alleanza impone la reazioni di tutti gli altri membri), per poi avviare una campagna aerea su Belgrado e altre città serbe e montenegrine, così come su fabbriche, caserme e depositi militari. I bombardamenti durarono 78 giorni, poi Milosevic cedette e si negoziò un nuovo equilibrio in Kosovo, che fece da apripista all’indipendenza del 2008; i profughi albanesi tornarono alle loro case, i serbi se ne andarono o furono costretti alla fuga. Ma questa è un’altra storia.

L'interventismo umanitario, dopo il Kosovo, è ormai una prassi internazionale. Lo confermano Afghanistan e Libia. 

Ora si tratta di capire se il precedente del Kosovo può trovare una sua replica a Damasco. Verrebbe da dire di sì. D’altronde, se venisse applicato alla lettera, permetterebbe agli americani di avere una forma di copertura, nel senso che il cosiddetto interventismo umanitario e il ruolo globale della Nato, dopo la guerra del Kosovo, sono ormai diventati una prassi nelle relazioni internazionali. Lo dimostra l’Afghanistan. Lo dimostra, più recentemente, l’epilogo della vertenza libica. La Nato, dopo l’iniziale protagonismo francese, ha messo il cappello sull’operazione e si è giunti al regime change. S’arriverà a tanto anche in Siria, se Obama scegliesse di intervenire? Probabilmente. In questo caso il modello kosovaro non varrebbe, dal momento che dopo i bombardamenti Milosevic rimase al potere. A farlo schiodare furono le grandi proteste popolari organizzate dopo le elezioni presidenziali dell’autunno del 2000. La mobilitazione partì dal movimento studentesco Otpor (Resistenza). In ogni caso Washington diede una mano, finanziandone le attività. Ma anche questa è un’altra storia.

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