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A GORI RITORNA IL BAFFONE

Joseph Stalin torna al suo posto, o quasi. A Gori, città natale del dittatore sovietico, il consiglio comunale ha deciso di reinstallare il maxi monumento che si trovava fino al 2010 davanti al centralissimo municipio ed era stato levato per ordine del presidente Mikhail Saakashvili. La statua del baffuto padre dell’Urss sarà però collocata davanti al museo a lui dedicato, situato poco lontano. La portavoce del ministero della cultura del nuovo governo di Bidzina Ivanishvili, Elena Samkharadze, ha annunciato che Stalin sarà di nuovo in piedi entro il prossimo 18 dicembre, anniversario della nascita del più illustre cittadino che qui vide la luce nel 1878 con il nome completo di Joseph Vissarionovich Dzhugashvili.

La statua fu istallata nel centro della città nel 1952, un anno prima della sua morte, avvenuta il 5 marzo 1953. Per oltre cinquant’anni è stata lì, sino a che, sull’onda del peggioramento delle relazioni tra Georgia e Russia e alla guerra del 2008, Saakashvili decise tra anni fa che ora di toglierla di mezzo. Il capo di stato uscente, in carica fino alle prossime elezioni che si terranno in autunno, ha subito protestato contro la decisione di rimettere Stalin di nuovo in bella vista, ma pare che di fronte al progetto le voci critiche siano ben poche.

D’altra parte, al di là della differente visione storica che si ha nell’ex Urss e in Occidente sulla figura di Stalin, la questione a Gori è davvero di lana caprina: il museo di fronte al quale sarà collocato il monumento è stato aperto nel 1957 ed é ancora la principale attrazione della cittadina georgiana. È naturalmente pieno di ritratti, busti ed effigi di ogni genere e nel parco, dove sorge ancora la casa natia di Joseph Dzhugashvili, c’è un’altra grande scultura alta un paio di metri con tanto di piedistallo.

Lo stesso Saakashvili, nonostante i forti dissidi con Mosca, non ha mai osato chiudere tutta la baracca: far sparire la statua sulla piazza del municipio è stato nel 2010 un gran colpo servito più che altro ad attirargli apprezzamento in Occidente. Anche ora il presidente ha messo più l’accento sulle reazioni esterne, affermando che la decisione di reinstallare la statua “è un atto barbarico che porta all’isolamento del Paese”.

La verità, che piaccia o meno, è però che Gori e Stalin sono ormai un binomio inscindibile e simbolico che non può essere spaccato spostando solo un colosso di sei metri. Se gli abitanti di Gori rivogliono il dittatore anche in formato gigante e lo decidono democraticamente in consiglio comunale, hanno insomma il diritto di averlo. Già lo scorso anno, in due altre cittadine erano ricomparsi allo stesso modo i monumenti che Saakashvili aveva ordinato di abbattere, dimostrando che non tutti i georgiani erano in fondo d’accordo con il presidente e che la democrazia è tale anche se a volte pare incomprensibile a chi la guarda da lontano

È certo comunque che la campagna di occidentalizzazione del paese avviata da Saakashvili durante i suoi due mandati da presidente (in carica la prima volta dal 2003 con la rivoluzione delle rose, rieletto nel 2008) non è stata coronata da troppo successo. Almeno a giudicare da questi simbolici episodi, che in ogni caso rappresentano una correzione della linea voluta dal capo di stato. Le elezioni parlamentari perse lo scorso anno dal Movimento nazionale unito, il partito di Saakashvili, e la vittoria di Sogno Georgiano guidato dall’attuale premier Ivanishvili, hanno segnato una cesura nella politica antirussa e un tentativo di riequilibrio nei rapporti con il Cremlino.

Lo strappo della guerra nell’agosto del 2008, che ha condotto all’indipendenza de facto di Abkhazia e Ossezia del Sud, è in fase di ricucimento sotto la regia del nuovo primo ministro, che ha abbandonato la retorica antiputiniana in favore di un maggiore pragmatismo. Il 27 ottobre si terranno le elezioni per il capo dello stato, primo test per la Georgia post Saakashvili, che secondo Costituzione non può più candidarsi per un terzo mandato e ha messo in corsa il suo delfino David Bakradze. Per Sogno georgiano corre invece Giorgi Margvelashvili e terza incomoda è Nino Burjanadze del Movimento democratico. Anche il nuovo presidente, che comunque dopo la riforma costituzionale voluta proprio da Saakashvili avrà meno poteri rispetto al primo ministro, dovrà fare i conti con Gori e l’eredità scomoda di Joseph  Stalin.