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Cambia la Russia, parti da Mosca

Il blogger anti-Putin, rilasciato dopo la condanna a cinque anni, si tuffa nella campagna per le municipali a Mosca. Tutta impostata su web, donazioni online e piccoli comizi. L'obiettivo non è vincere (impossibile), ma legittimarsi come il principale oppositore del sistema. 

(Scritto per Europa)

Navalny a un comizio a Mosca (navalny-en.livejournal.com)

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di Matteo Tacconi

Non aspettatevi di vedere la rivoluzione. A settembre, l’otto settembre a essere precisi, Mosca non cadrà. Quel giorno l’uomo di Putin, Sergei Sobyanin, si confermerà sindaco della capitale, con la differenza che, rispetto al primo mandato, arrivato con decreto presidenziale nel 2010 (l’ex primo cittadino Yuri Luzkov fu mandato a casa nel contesto di una faida interna all’establishment), stavolta saranno le urne a legittimare la sua carica.

Potrebbe finire qui, questa storia, anche perché i sondaggi danno Sobyanin al 54 per cento. Se non fosse che il principale protagonista delle municipali moscovite non è il sindaco uscente e presumibilmente rientrante, quanto piuttosto Alexei Navalny, il più agguerrito oppositore del putinismo, nato politicamente nella blogosfera con le campagne anti-corruzione e forgiatosi con le proteste di piazza del 2011-2012.

Navalny è stato recentemente condannato a cinque anni per appropriazione indebita, al termine di una delle tante storie di giustizia a orologeria, in cui politica e codici si mescolano e confondono, tipiche dell’universo post-sovietico. Dopo la condanna, arrivata il 18 luglio, Navalny aveva annunciato di ritirarsi dalla corsa, a cui si era già registrato, promettendo una battaglia astensionista. La decisione con cui il tribunale di Kirov (la città dove il processo a suo carico è stato celebrato) lo ha rimesso in libertà in attesa dell’appello lo ha portato a cambiare idea e a tuffarsi anima e corpo nella mischia, lanciando una campagna elettorale che pur con i dovuti paragoni, segnala qualche addetto ai lavori, sa molto di obamiano: porta a porta, piccoli comizi, volontari smanettoni e donazioni online, in un alternarsi di sudore e web.

L’obiettivo – ecco che il racconto di questa storia si giustifica – non è tanto il se (se Navalny diventa sindaco), ma il quanto. In altre parole, ammesso che l’appello slitti a dopo il voto (se arrivasse prima e confermasse il primo grado Navalny dovrebbe ritirarsi), si tratterà di vedere il gruzzolo di preferenze che il nostro riuscirà a incassare. L’ultima rilevazione lo dà al nove per cento. Poco, rispetto al 54 di Sobyanin. Ma quanto basta per staccare il resto degli oppositori, quelli più genuini come il liberale Sergei Mitrokhin e quelli più di facciata, come il comunista Ivan Melnikov o il numero uno di Russia Giusta Nikolai Levichev, tutto sommato “integrati” nel sistema.

Se questa percentuale crescesse, andando oltre la doppia cifra, sarebbe un buon risultato. Se poi s’andasse al ballottaggio sarebbe un trionfo. Navalny si accrediterebbe una volta per tutti, con la spinta propulsiva del voto, come il principale rivale della “verticale del potere”, com’è anche noto il sistema di governo centralizzato costruito da Putin.

Perché in fin dei conti questo è sì un voto locale, ma c’è anche un risvolto di prospettiva, come forse indica la mossa di Sobyanin di dimettersi (a giugno) per chiamare i moscoviti al primo voto diretto dal 2003, architettata per stoppare il fenomeno Navalny prima che prenda ulteriore quota, e come – senza il forse – rivela lo stesso nome della campagna di Navalny: Cambia la Russia, inizia con Mosca. Nella piattaforma (qui disponibile in lingua inglese) le istanze puramente locali quali trasporti, ambiente e alloggi si intrecciano con tematiche che fanno da sempre parte del repertorio di Navalny. È il caso della lotta alla corruzione, degli incentivi all’imprenditorialità, della riforma della polizia e della giustizia. In merito a quest’ultima, il candidato ritiene che l’elezione popolare dei magistrati stronchi la sudditanza dei tribunali alla politica.

C’è anche un capitolo dedicato all’immigrazione, questione dove Navalny, in passato, s’è attirato diverse critiche da sinistra e dai segmenti liberali dell’opposizione, avendo esibito un’eccessiva comprensione verso alcune manifestazioni al limite, se non oltre, l’intolleranza etnica.

Come andrà a finire? Difficile dirlo. Le variabili in campo sono troppe ed è bene munirsi sempre del beneficio del dubbio, quando si ha a che fare con la Russia. Tutto può succedere, anche se non è mai successo che il putinismo si sia lasciato travolgere dall’ultimo arrivato (ricordate Kasparov?). Il potere di Vladimir Vladimirovich sarà pure in fase calante, come dice qualcuno. Ma è ancora saldo. Insomma: la battaglia di Navalny per il cambiamento non è misurabile nel breve periodo, malgrado l’entusiasmo della stampa estera e qualche forma di tifo sfrenato in patria. La politologa Masha Lipman, in forza all’ufficio moscovita del Carnegie Endowment for Peace, ha scritto sul New Yorker che l’arrivo di Navalny a Mosca dopo il rilascio deciso dalla corte di Kirov, avvenuto in treno, ha ricordato altri due storici rientri a casa, via strada ferrata: quello di Andrei Sakharov nel 1986 e quello di Aleksandr Solgenitsyn nel 1994.

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