Vai al contenuto

Ma Navalny è il Mandela russo?

Condannato a cinque anni il principale volto dell'opposizione al Cremlino. La giustizia selettiva e la tenuta del sistema Putin. Le prospettive per la dissidenza. Analisi. 

(Scritto per Europa)

Alexei Navalny abbraccia la moglie dopo la condanna

Vai all'articolo originale

di Matteo Tacconi

Non si può mettere ancora la parola fine finché non ci sarà l’appello, ma è davvero difficile credere che in secondo grado la condanna a cinque anni di reclusione per appropriazione indebita snocciolata oggi nei confronti di Alexei Navalny, la faccia più nota dell’opposizione a Putin, possa essere ribaltata.

E dunque, quanto meno sotto il profilo giudiziario, siamo in un certo senso alla fine di questa storia senza bivi, cominciata con un’inchiesta aperta nel 2010, chiusa e poi riaperta guarda caso lo scorso luglio, quando Navalny s’è messo contro il potente “inquisitore” Alexander Bastrykin. Un’inchiesta proseguita il 17 aprile con la prima udienza del processo, celebrato in periferia (nella città di Kirov); continuata con la richiesta dell’accusa a sei anni e terminata poche ore fa con la lettura della sentenza di condanna, che conferma la tesi dell’accusa.

Questa: Navalny, all’epoca in cui è stato consigliere del governatore della regione di Kirov (allora era attivo nella denuncia alla corruzione ma non era ancora diventato il primo protagonista del movimento anti-regime) convinse i vertici dell’azienda Kirovles a svuotare i magazzini, vendendo a prezzi non vantaggiosi.

Se è vero che processualmente parlando la storia si esaurisce qui, salvo clamorosissimi colpi di scena, sul piano politico potrebbero esserci delle ripercussioni. Per esempio, c’è Lilia Shevtsova, in forza alla sede moscovita del Carnegie Endowment for Peace, che dice che Navalny sta diventando un martire, «un Mandela russo».

Forse è esagerato. Navalny è un prodotto di quella classe media che grazie alla crescita degli ultimi dieci anni ha allargato notevolmente il suo perimetro, ed è all’interno di questo stesso perimetro che riscuote i suoi consensi. Piace alle élite urbane di Mosca e San Pietroburgo e a chi, in generale, non si accontenta più del benessere individuale e vuole trasparenza amministrativa e una vera competizione elettorale. Per il resto, bisogna essere realistici: la Russia è un paese dove le svolte maturano con fatica, vuoi per ragioni geografiche (le istanze di Navalny non arrivano a Novosibirsk e forse neanche negli Urali), vuoi per il fatto che la maggioranza è ancora elettoralmente fedele alla parola d’ordine della “stabilità” e al culto dell’uomo che decide.

Ciò non significa che la vicenda di Navalny debba essere derubricata a una storia di giustizia selettiva come tante. Questo processo è infatti assai diverso da quello alle Pussy Riot, la cui dissidenza, se di dissidenza si può parlare, è più di forma che di sostanza. È diverso altresì da quello che ha portato alla reclusione di Mikhail Khodorkovsky. Se la lotta tra Putin e Khodorkovsky fu segnata dall’odore dei rubli, la battaglia ingaggiata da Navalny ha invece un’ambizione più complessa. Più politica.

Navalny, attaccato in passato per atteggiamenti ritenuti un po’ xenofobi, è stato il leader delle più imponenti manifestazioni registrate in Russia negli ultimi anni: quelle esplose dopo le discusse elezioni per la Duma nel dicembre 2011 e durate fino all’insediamento di Putin al Cremlino, il terzo, a maggio dell’anno scorso. La fine del movimentismo, dovuta anche alla reazione molto dura delle autorità (inchieste, arresti, processi, perquisizioni), non deve trarre in inganno: quell’esperienza ha lasciato il segno e la condanna di Navalny – questo è il punto – può contribuire a tenere vivo il sentimento che la ispirò, facendo sì che possa essere rilanciato al momento giusto. Ma potrebbe anche darsi che non succeda nulla, che Navalny sconti la sua pena e nel frattempo venga dimenticato. Non si può escludere.

In ogni caso, c’è qualche notizia e qualche numero di cui dare conto. Primo: dopo la condanna di Navalny, in una sola ora ci sono stati 500mila post su VKontakte, il Facebook russo. Secondo: i sostenitori di Navalny hanno lanciato la protesta, a Mosca e in altre città della Russia. Anzi, una “discussione”, dato che nella capitale le autorità non hanno concesso l’autorizzazione, oltre ad aver dispiegato poliziotti nei punti sensibili e bloccato piazza del Maneggio (per chi volesse seguire Radio Free Europe sta facendo live blogging).

Terzo, e sempre a proposito di Mosca: Alexei Navalny non correrà più per la carica di sindaco alle elezioni amministrative a Mosca, che si terranno a settembre. Lo ha annunciato il capo del suo staff elettorale, Leonid Volkov, spiegando che si farà comunque campagna, ma per il boicottaggio e la presa di coscienza sul sistema Putin. Qualcuno, sul web, dice che è una scelta sbagliata, remissiva. Ma è pur vero che, come annotato da Olga Mikhailova, una dei legali di Navalny, non è certo facile fare campagna da una cella.

Quarto, infine. Insieme a Navalny è stato condannato (a quattro anni) Piotr Ofitserov. Titolare di Viatka, la compagnia che acquistò il legname della Kirovles. Secondo le toghe di Kirov Ofitserov era complice di Navalny. L’uomo, padre di cinque figli, aveva avuto uno scatto d’orgoglio al momento della richiesta di condanna, come riportato nel blog di Lucia Sgueglia, cronista italiana di stanza a Mosca. «Non mi pento e non chiedo clemenza, sono innocente e ripeterei le stesse cose anche oggi (il riferimento è all’ex direttore di Kirovles Viacheslav Opalev, prima condannato poi liberato, che per salvarsi avrebbe “calunniato” entrambi gli imputati). Altrimenti, cosa racconterò ai miei figli quando saranno grandi?».

PS / Il tribunale di Kirov, dopo la condanna, ha rimesso in libertà Navalny in attesa dell'appello. A patto che non lasci Mosca. Per molti è un tentativo di abbassare la tensione. Navalny, a questo punto, potrebbe (ri)decidere di correre per le municipali a Mosca. 

Lascia un commento