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OLANDA E FINLANDIA, LA CRISI DEGLI ALTRI

La scure dell'agenzia Fitch sulla tripla A francese è solo l'ultimo segnale di una crisi economica europea che si approfondisce. Non risolta sulle sponde meridionali del continente, essa ha cominciato a muoversi inesorabilmente verso nord. I dati più recenti sull'export tedesco indicano che anche la Germania comincia a sentire il peso della depressione altrui e, se non ci fosse una volta tanto il mercato interno a tenere su i consumi, anche Berlino non potrebbe vantare quei pochi punti di decimale nella crescita del Pil che la tengono a galla.

Ma i numeri più allarmanti vengono da altri Paesi della cosiddetta area virtuosa. Per la Finlandia, finora ritenuta al pari della Germania un'isola felice nel mare in tempesta, il dato della crescita riferito al primo trimestre dell'anno in corso ha fatto registrare un -0,1% rispetto allo al trimestre precedente. Non è tanto la cifra in sé che preoccupa, quanto il fatto che si tratti del secondo risultato negativo di fila, dopo che anche quello dell'ultimo trimestre del 2012 era stato caratterizzato dal segno meno. Tecnicamente il Paese scandinavo deve essere considerato in recessione, un evento fino a pochi mesi fa inimmaginabile per un'economia che, come quella tedesca, può ancora fregiarsi della tripla A nel rating di credibilità delle agenzie internazionali. Il taglio del rating francese è un campanello d'allarme anche per Helsinki.

A pesare sulla crescita è stato soprattutto il crollo delle commesse dall'estero per carta, macchinari e navi, causato dalla riduzione complessiva dei volumi di scambio dovuta alla crisi. Meno soldi in giro per l'Europa, meno acquisti di merci: come avevano previsto molti economisti, la ricetta dell'austerità, non accompagnata da misure di sostegno alla crescita, ha finito con il ritorcersi anche contro i Paesi più virtuosi. L'approfondirsi della crisi finlandese è evidenziata soprattutto se si raffronta il dato del primo trimestre 2013 con quello dello stesso periodo del 2012: in questo caso, la retromarcia dell'economia è ancora più sensibile, -2,1%.

Un'atmosfera non troppo diversa si respira anche in Olanda, sebbene non sia proprio una novità, dal momento che già da qualche tempo l'economia e i conti pubblici olandesi hanno segnalato più di qualche sofferenza. Anche l'Olanda è caduta in recessione, per la terza volta in tre anni, gli indici di consumo sono in discesa da almeno 20 mesi e la disoccupazione è salita al 6,5%, un dato che potrebbe apparire ancora modesto ma che di fatto costituisce il record in questo primo spicchio di secolo. Una delle poche differenze rispetto ai Paesi dell'Europa del sud è che i politici non hanno accusato Angela Merkel per i loro problemi e, anzi, il premier del governo di grande coalizione Mark Rutte ha assicurato di voler utilizzare il lasso di tempo in più concessogli dall'Ue per riportare il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3% entro il 2014. E il suo ministro delle Finanze Jeroen Dijsselbloem, che è anche capo dell'Eurogruppo, non perde occasione di bacchettare i governi dei Paesi meridionali per la loro riluttanza ad abbracciare con gioia le misure di austerità. Ma la retorica del virtuosismo potrebbe avere il fiato corto: con un'economia in contrazione, un sistema bancario in affanno, un mercato immobiliare fermo, l'Olanda si troverà di fronte alle stesse difficoltà delle cicali meridionali.

Dal punto di vista tedesco, l'Olanda rimarrebbe lo sparring-partner perfetto. Peccato però che nelle ultime settimane siano aumentati i dubbi sul fatto che ai buoni propositi possano seguire anche i fatti. «La crisi nell'Eurozona si sta spostando senza alcun dubbio verso il nord», ha detto Karel Lannoo, direttore del Center for European Policy Studies, «e l'Olanda sta sempre più cadendo nel vortice dei Paesi in crisi».

I motivi sono due. Da un lato, come per Finlandia e Germania, le misure di risparmio adottate nei Paesi del sud hanno ridotto gli acquisti di merci e beni olandesi, che ora giacciono nei depositi delle aziende. Dall'altro, molte imprese olandesi, specialmente nei settori maggiormente produttivi, sono emigrate verso sud, dove trovano condizioni economiche più vantaggiose grazie alla riduzione del costo del lavoro in atto. «In più l'Aja ha già sperimentato gli effetti positivi delle riforme del mercato del lavoro introdotte fin dagli anni Novanta», ha concluso Lannoo, «e non ha più grandi margini di manovra. Il momento di maggior vigore economico l'Olanda lo ha raggiunto alla fine del secolo scorso, dagli anni Duemila è invece iniziata una lenta fase di perdita di competitività delle sue imprese». Secondo gli esperti, l'unica riforma cui il premier Rutt potrebbe mettere mano ora è quella dello stato sociale. Facile a dirsi, difficile a farsi. Tra le misure previste per rientrare fra un anno e mezzo sotto la soglia del 3% di deficit c'è quella del taglio di 18 mila posti di lavoro nel settore pubblico, un dimagrimento del 12% dell'intera amministrazione. Anche questo un passaggio delicato per un governo di coalizione politicamente fragile.