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QUESTA VOLTA LA STORIA PUÒ ATTENDERE

A volte non basta essere stati svezzati nelle calure hawaiane per reggere il sole a picco e i 34 gradi di un inusuale, afoso pomeriggio berlinese. Così, 60 secondi dopo aver iniziato a parlare nella conca arroventata della Pariser Platz, Barack Obama si toglie la giacca e invita tutti a fare lo stesso, sciogliendo il formalismo teutonico che aveva caratterizzato i brevi interventi d'introduzione del sindaco Klaus Wowereit e della cancelliera Angela Merkel.

Il sole brucia e fa brillare di bianco la Porta di Brandeburgo alle spalle, lo scenario simbolico che 5 anni fa gli era stato negato, perché era un semplice candidato alla Casa Bianca e quelle colonne possono cingere solo la testa di un presidente. Obama è tornato e ora quella piazza gli spetta di diritto.

Gli sorride la cancelliera, che ha incassato abbracci e strette di mano utili per l'immagine di una campagna elettorale ai nastri di partenza. Lo applaudono i 5 mila eletti, pescati fra i notabili dell'industria, della società e della politica tedesca, nonché tra i vip della comunità americana berlinese, che conta 14 mila residenti stabili. Per iniettare un po' di brio, sono stati prescelti anche 400 studenti della scuola americana intitolata a John F. Kennedy. Sono quelli che agitano con più vigore le bandierine a stelle e strisce.

Molti invitati hanno seguito i consigli diramati la sera prima dall'efficiente organizzazione dell'evento: portatevi qualcosa per proteggervi dal sole, perché non è possibile coprire le tribune. In tanti sono arrivati attrezzati di pagliette. Panama e magline fanno ombra sui volti, qualche dama è riuscita a infilarsi un vezzoso ventaglio nella borsetta: lo tira fuori e lo sventola soddisfatta, per l'invidia dei vicini. Obama non può. Già togliersi la giacca è uno strappo al formalismo. Il protocollo non prevede né panama né ventaglio, ma una ferrea resistenza a qualsiasi condizione meteo. Infatti suda. Gli unici a beneficiare dell'ombra dei gazebo sono i cecchini in nero appostati sui tetti dei palazzi circostanti, cui sembrerebbe non sfuggire alcun movimento della piazza. Si agitano inutilmente, quando una signora si affaccia alla finestra della prospicente ambasciata francese. Era stato suggerito a tutti di tenere le finestre chiuse: ma fa caldo, la piazza è uno spettacolo da non perdere e l'allarme rientra in pochi minuti.

Ogni volta che un presidente americano sbarca in città, i berlinesi si attendono una frase storica, da fissare a futura memoria. Ma oltre agli uomini, c'è bisogno di momenti eccezionali perché una dichiarazione o un appello conquistino l'onore dei libri di scuola. John Fitzgeral Kennedy arrivò nel 1963, due anni dopo la costruzione del Muro, per tranquillizzare una popolazione terrorizzata: si affacciò dal balcone del Rathaus di Schöneberg, che allora era il municipio di Berlino Ovest, per pronunciare quell'«Ich bin ein Berliner» che rimarrà famoso nonostante l'errore di grammatica: in tedesco per definire un berlinese non si usa l'articolo, che invece serve per indicare il dolce di capodanno della città, il Berliner, una craffa con la marmellata. Ronald Reagan venne invece due anni in anticipo, nel 1987 e, sull'altro lato della Porta di Brandeburgo (che allora era ancora ingabbiata nel settore orientale), chiese a Michail Gorbaciov di raggiungerlo lì per tirare giù quel Muro. Fu una profezia: il discorso di Reagan produsse conseguenze maggiori sulla storia della città, ma la rossa Berlino ha sempre riservato cuore e memoria alle parole di Kennedy.

Questa volta la storia è stata relegata alle retoriche di introduzione di Wowereit e Merkel, al programma della First lady accompagnata lungo i resti del Muro dal marito della cancelliera, ma soprattutto al volto rugoso di Gail Halvorsen, con i suoi 92 anni il più longevo eroe del ponte aereo che salvò la città dal blocco sovietico fra il 1948 e il 1949: quasi più eroico di Obama, sotto la canicola. Il presidente si è soffermato sulle sfide di oggi: dal riconoscimento dei diritti di gay e lesbiche alla creazione di un'area di libero scambio dalla California alla Polonia, dalla lotta ai cambiamenti climatici fino alla descrizione di un futuro senza armi atomiche. Diritti civili ed economia, ecologia e sicurezza senza atomo.

Un discorso un po' generico di grandi principi, alcuni dei quali erano stati già espressi nel discorso berlinese del 2008, senza che poi seguissero azioni concrete. È anche questo il motivo dell'inevitabile freddezza con cui i berlinesi hanno accolto l'Obama presidente. Ma a pesare non è stata solo la delusione per lo scarto fra le aspettative di palingenesi che il presidente aveva suscitato all'esordio e la realtà complessa del governo del Paese: i tedeschi covano un legame fanciullesco nei confronti di Obama e paiono disposti a perdonargli quasi tutto. La distanza è stata creata anche dal gigantesco piano di sicurezza adottato dalla polizia, che ha di fatto blindato per due giorni il centro di Berlino. Cinque anni fa, il discorso sotto la Colonna della vittoria era sembrato un concerto rock, 200 mila berlinesi erano accorsi prendendosi qualche ora di pausa o addirittura un giorno di ferie pur di partecipare al grande Woodstock della politica.

Questa volta la città era surreale e deserta, come può esserlo Milano a Ferragosto. Man mano che si sono strette le maglie degli agenti, chiudendo gli ultimi varchi disponibili, il centro si è svuotato e i cittadini sono rimasti fuori l'area protetta. Maren Schneider c'era stata 5 anni fa e avrebbe voluto esserci anche questa volta: «Non capisco come ci si possa avvicinare alla politica, se poi ai cittadini non è permesso di partecipare agli eventi». La incontriamo malinconica sulla metropolitana, mentre i vagoni superano a tutta velocità la stazione di Brandeburger Tor, senza fermarsi, come accadeva ai tempi della Ddr.

C'erano i commercianti imbufaliti per i negozi vuoti come in inverno, i turisti costretti alle acrobazie per superare gli sbarramenti e gli abitanti obbligati a mostrare un documento d'identità pur di rientrare a casa. La maggior parte delle persone l'ha comunque presa con filosofia: «Noi berlinesi ne abbiamo passate di tutti i colori nella nostra storia», ha detto un'anziana signora in paziente attesa a un posto di blocco sulla Friedrichstrasse, «in fondo questo fastidio passerà fra qualche ora». Più tempo ci vorrà per digerire la ferita provocata dallo spionaggio dei dati personali adottato dalla Nsa per combattere il terrorismo. Un nervo scoperto per i tedeschi, che si sono scoperti fra i più spiati del globo: quando si mette in discussione la privacy, il richiamo immediato è al film «La vita degli altri» e alle pratiche della Stasi nella Ddr: «Trovo sconcertante che proprio Obama abbia permesso questo progetto e lo difenda», dice Martin Meyer, uno studente di scienze politiche che ci tiene ad aggiungere: «Io questa volta il discorso non lo seguo neppure in tv».

Un'altra novità rispetto alla volta scorsa sono state le proteste. L'estrema sinistra è sfilata per chiedere la chiusura di Guantanamo, parafrasando la frase del nemico Reagan: «Mr. Obama, open this gate» e sullo sfondo i cancelli del carcere di massima sicurezza. Nessuno però ricordava volentieri che quando Obama chiese ai Paesi alleati di accollarsi qualche detenuto, ricevette solo cortesi rifiuti. I Pirati hanno cercato di tornare in pista, protestando sotto la Colonna della vittoria contro il sistema globale di spionaggio Prism. Faceva tenerezza lo sparuto gruppo che ha issato cartelli per chiedere la liberazione dell'attivista Leonard Peltier, rinchiuso dal 1977 con l'accusa di aver ucciso due agenti dell'Fbi. Sono state manifestazioni non molto frequentate, e costrette a girare alla larga dalla zona rossa, cosicchè la parte del leone l'hanno giocata ancora una volta le Femen, che nella battaglia mediatica possono giocare la carta dello streap-tease, almeno fino a quando i seni nudi continueranno a far notizia.