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Euro sì, Euro no

I paesi baltici vogliono entrarci a tutti i costi. Slovacchia, Slovenia ed Estonia ci sono già. Polonia e Repubblica ceca tentennano. L'Eurozona vista dai paesi di recente ingresso dell'Unione europea.

(www.etftrends.com)
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C'è chi, per ora, non ne vuole proprio sentire parlare. C'è chi lo chiederebbe, ma non presenta ancora i requisiti necessari. Infine, c'è anche chi – nel dettaglio, la Lettonia – si appresta a diventare parte dell'euro-zona, nonostante sia lecito domandarsi quali siano le ragioni per adottare una divisa (l'Euro) proprio in un momento in cui molti, tra i diciassette paesi che ne fanno uso, se ne dicono scontenti. Nell'Europa dell'est la moneta unica europea è al centro di accesi dibattiti. E di considerazioni che, a volte, non sono soltanto economiche.

Sull'adozione dell'euro, teoricamente, non ci sarebbe possibilità di scelta. Essa è infatti resa obbligatoria dai trattati di adesione a partire dal 2004, per tutti i nuovi membri. Occorre specificare, però, che gli stessi trattati non prevedono termini temporali; conseguentemente, coloro che non intendono adottare l'euro possono semplicemente rinviarne l'introduzione di anno in anno, se non la ritengono conveniente. È quello che è successo, di fatto, in Polonia in Repubblica Ceca.

“Europeisti sì, ma senza Euro”

Il dibattito sull'adozione dell'euro si è fatto particolarmente serrato a Varsavia, che negli ultimi anni ha potuto sopravvivere agli effetti devastanti della crisi soprattutto grazie a una politica deflattiva dello zloty che ha permesso di sostenere l'economia nazionale attraverso svalutazioni competitive e il rilancio delle esportazioni (hanno inciso anche i fondi strutturali di cui la Polonia è la prima beneficiaria). Mentre nel 2009 l'euro-zona perdeva in media il 5% de PIL, la Polonia cresceva (anche se solo di qualche punto sopra lo zero). Nel corso degli ultimi quattro anni, il Paese è stato l'unico in tutta l'UE a non registrare diminuzioni del Pil. Mentre lo zloty fungeva da salvagente per Varsavia, l'euro perdeva molto del prestigio che lo circondava agli esordi, e le fragilità dell'unione monetaria venivano alla luce in tutta la loro brutalità. Abbastanza per raffreddare gli entusiasmi a est di Berlino, e per convincere il governo a posticipare sine die l'adozione della moneta unica.

La situazione, però, sta lentamente cambiando. E sebbene la Polonia non sembri ancora intenzionata ad abbandonare la propria moneta, alcuni fattori stanno persuadendola che forse passare all'euro avrebbe dei vantaggi: la crescita, nel 2013, potrebbe rallentare. Soprattutto, il deprezzamento dello zloty è stato accompagnato da un crescente indebitamento del governo (il debito pubblico è cresciuto, in cinque anni, del 10%; oggi è al 55,6% del Pil) e passare alla moneta unica potrebbe essere un valido stimolo per consolidare le finanze pubbliche. È questa la posizione del Ministro delle Finanze Jacek Rostowski, per esempio, considerato un "falco" dell'austerità e un seguace accanito di Margaret Tatcher.

Ma adottare la moneta unica, per la Polonia, al momento resta una prospettiva velleitaria. Il supporto popolare è scarsissimo (solo il 12% si dice favorevole all'ipotesi); inoltre, per il passaggio all'euro si renderebbe necessaria una modifica alla Costituzione (all'articolo 227, in particolare, che regola le competenze della Banca Centrale) impossibile senza i voti del principale partito di opposizione, il conservatore Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość), che di far parte dell'Eurozona proprio non vuole sentire parlare. «La Polonia», ha sintetizzato Rostowski «è un Paese molto europeista, che al momento resta molto ostile all'euro».

Discorso simile a quello che viene fatto in Repubblica Ceca, paese che difficilmente prima del 2019 adotterà l'euro, secondo Miroslav Singer, il governatore della banca centrale. Singer è totalmente persuaso che un tasso di cambio flessibile sia una panacea contro gli shock economici esterni, nonostante il paese non cresca più da un paio d'anni. «Per l'euro non c'è fretta», è quello che dicono a Praga, e per il nuovo presidente (insediatosi a marzo) Milos Zeman sarà difficile cambiare le posizioni del suo predecessore, Vaclav Klaus, convinto che tra blocco sovietico e Unione Europea non ci sia alcuna differenza. Più dell'80% della popolazione non intende abbandonare la Corona.

Accelerazioni baltiche 

Certo l'Euro non appare più il club prestigioso che poteva essere all'inizio della sua storia. Ma nell'est Europa, nonostante posizioni come quelle di Praga e Varsavia, c'è anche chi non si è lasciato scoraggiare di fronte all'austerità e ai bailout di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. I due paesi baltici che non hanno ancora adottato la moneta unica, Lituania e Lettonia, intendono farlo al più presto. Nonostante tutto.

L'esempio più significativo è quello della Lettonia. Nel 2009, il Paese fu tra quelli colpiti più duramente dalla crisi. Il Pil diminuì, nell'arco di un solo anno, del 20%. Il 10% della popolazione fu costretto a emigrare. Da quel momento, Riga ha rifondato la propria economia attraverso una politica di austerità senza compromessi. Oggi il paese ha le finanze in ordine e soddisfa pienamente tutte le condizioni fondamentali per adottare la moneta unica. A inizio giugno la Commissione ha dato il proprio via libera. Dal primo gennaio 2014 la nazione abbandonerà il vecchio Let per adottare l'euro, nonostante soltanto il 40% della popolazione accolga il cambiamento favorevolmente.

Alcune ragioni motivano la determinazione dell'esecutivo lettone. Sarebbe infatti illusorio per Riga pensare che mantenere la moneta nazionale equivalga, di per sé, all'indipendenza monetaria. Il Let, dal 2004, è saldamente ancorato all'euro. Precedentemente (dal 1993) il suo andamento seguiva quello del dollaro. Se, di fatto, la Lettonia sconta già le difficoltà di non avere una moneta indipendente, tanto vale adottare l'euro e godere anche dei vantaggi che la moneta unica concede: è questo il pensiero che va per la maggiore nell'establishment. È quello che pensa anche la Lituania, che però difficilmente potrà diventare membro dell'euro-zona in tempi brevi, principalmente a causa dei livelli di inflazione troppo elevati rispetto ai canoni europei.

Alle considerazioni marcatamente economiche bisogna poi aggiungere un motivo storico e, per così dire, “ideologico” che spinge i paesi del Baltico a chiedere di adottare l'euro. La necessità, della quale nessuno fa mistero, di ribadire la distanza politica ed economica nei confronti della Russia, vista come il nemico numero uno e il principale oppressore della regione. L'euro, verrebbe da pensare, a dispetto delle critiche ricevute ha mantenuto inalterato un certo appeal: usare la moneta unica equivale, per le repubbliche baltiche, a rivendicare un’identità europea.

I tre dentro. Slovenia, Estonia, Slovacchia

Tra i Paesi baltici c'è anche chi ha già deciso di fare il grande passo e di assumere l'euro. È il caso dell'Estonia, che ha adottato la moneta unica all'inizio del 2011. Tallinn è contenta della scelta? Parrebbe di sì. Nel 2013 il paese vedrà contrarsi le proprie esportazioni, ma nel complesso il Pil crescerà di due punti percentuali. Il debito pubblico è a un livello irrisorio (10% del Pil) e la disoccupazione (anche essa al 10%) è più bassa rispetto alla media dell'euro-zona (12,2%). Jurgen Ligi, il Ministro delle finanze, è in ogni caso molto risoluto nel mettere a tacere i possibili critici e gli scettici che gli paventano i rischi di cedere la sovranità monetaria. «La Grecia? È un paradiso, rispetto a ciò che abbiamo subito qui durante l'occupazione sovietica», dichiarava poco tempo fa alla CNN. Meglio, molto meglio, la 'trojka' di Bruxelles rispetto al vecchio socialismo reale. «La stessa parola 'austerità', in fondo, è esagerata. Non la userei certo per l'Europa, il cui welfare da solo rappresenta la metà di quello mondiale, e che ha il livello dei consumi più alto al mondo«. L'Euro è stata «una scelta naturale per una piccola economia aperta come l'Estonia, che, con una popolazione di soli 1,3 milioni di persone, è sempre stata dipendente dall'euro-zona. Almeno ora possiamo avere anche un ruolo attivo, possiamo influenzarne le decisioni, non solo subirle».

Viste le buone performance dei paesi baltici, in realtà, a spaventare i critici della moneta unica è la possibilità, per nulla remota, che le economie dell'est possano essere chiamate a finanziare i bailout dei paesi (più ricchi, ma finanziariamente più dissestati ) dell'Europa meridionale. Stati più poveri che prestano soldi alle economie meno virtuose del continente.

Proprio la Slovacchia potrebbe diventare un tipico caso di questa situazione. Entrata nell'euro nel 2009, la nazione ha dapprima rifiutato di contribuire al salvataggio della Grecia. Ma non ha potuto esimersi dal finanziare i bailout di Portogallo e Irlanda. Lo stesso Ministro delle finanze Ivan Miklos, uno dei sostenitori più agguerriti della moneta unica, si è trovato ad ammettere che, sulla base di quanto accaduto, tornando indietro «non si affretterebbe più ad adottare l'euro», preferendo restare in una situazione simile a quella dei 'cugini' di Repubblica Ceca. Un giudizio ingeneroso, probabilmente: durante la recessione del 2009 l'economia slovacca si è contratta maggiormente rispetto a quella ceca, ma una moneta forte come l'euro ha protetto il potere d'acquisto dei cittadini, a differenza di quanto avvenuto a Praga e a Varsavia. L'economia, in questi anni, ha ripreso a crescere. Nel 2013 il PIL slovacco dovrebbe aumentare dell'1,3%; nel 2014 del 3,3%.

Tutt'altro discorso, purtroppo, per la Slovenia, che utilizza la moneta unica dal 2004 e che è chiamata a risolvere la difficile situazione dei propri istituti di credito. Le difficoltà della piccola economia ex Jugoslava sono note: le perdite del settore bancario sono un quinto del PIL, la disoccupazione è in crescita, l'economia stenta a ripartire. Alenka Bratusek, il nuovo premier, ha reiterato la propria intenzione di non richiedere gli aiuti del Fondo Europeo di Stabilità. La Commissione Europea le ha dato fiducia, approvandone il piano di salvataggio che prevede nuove tasse, la riduzione della spesa pubblica e la creazione di una 'bad bank'. Nel frattempo, cresce l'insoddisfazione della popolazione e la nostalgia per gli anni in cui Ljubljana, pagando in dinari, rappresentava la locomotiva dell'economia jugoslava.

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