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L’EURO DEL BALTICO

L'euro al tempo dell'eurocrisi. Sembrerebbe il titolo di uno dei tanti saggi triller sul destino della moneta unica, è invece l'avventura che la piccola Lettonia, seconda repubblica baltica in ordine di tempo dopo l'Estonia, si appresta ad affrontare dal primo gennaio del 2014. Senza paura, almeno a dar retta alle dichiarazioni delle élites politiche ed economiche di Riga.

La Commissione europea ha dato il via libera il 5 giugno, dopo aver studiato per bene il dossier preparato nei mesi scorsi dai propri esperti sui numeri dell'economia lettone: deficit, debito pubblico, tasso d'inflazione, andamento del cambio della moneta nazionale e tassi a lungo termine. La valutazione è stata positiva e Bruxelles ha acceso il semaforo verde: la Lettonia diventerà il diciottesimo membro dell'Unione a introdurre l'euro. I numeri grezzi, in verità, potrebbero fare invidia a molti Stati più grandi e potenti: il debito del Paese è al 41% del prodotto interno lordo, ben al di sotto del limite del 60% fissato nei famosi criteri di Maastricht, l'inflazione media registrata da Eurostat nel mese di marzo è stata dell'1,6%, e il deficit pubblico del 2012 è stato dell'1,2%.

La decisione non è ancora definitiva. Al sì della Commissione deve seguire quello del parlamento europeo, della Banca centrale e dei capi di Stato e di governo dell'Unione nel vertice di fine giugno. La deliberazione ufficiale verrà poi data dai ministri delle Finanze dell'Eurozona nel mese di luglio. Ma è difficile che tutte le istituzioni coinvolte possano smentire le valutazioni dei commissari di Bruxelles: si tratta di dati oggettivi e i Paesi dell'Europa centro-orientale hanno sottoscritto, con il loro ingresso nell'Ue, l'obbligo di adottare la moneta unica nel momento in cui i dati economici soddisfano i criteri di Maastricht. Le clausole di eccezione riguardano infatti solo Gran Bretagna e Danimarca.

La notizia è stata accolta con soddisfazione anche in Germania, che nell'area baltica condivide con gli Stati scandinavi interessi economici e geopolitici. Thomas Straubhaar, direttore dell'Istituto economico mondiale di Amburgo, è convinto che l'ammissione della Lettonia rappresenti un segnale positivo e di fiducia per l'intera Eurozona: «È la testimonianza che l'euro rimane una moneta incredibilmente attraente soprattutto per le piccole economie».

Ma c'è un altro motivo per cui Berlino è contenta dei progressi lettoni ed è legato al fatto che proprio nell'area baltica quelle politiche di austerità, che altrove sono state promosse aggravando la crisi, hanno invece avuto un moderato successo. Lo ha sottolineato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung il parlamentare europeo della Cdu Burkard Balz, fresco di una visita a Riga: «La Lettonia si è tirata fuori dalla crisi finanziaria con grande disciplina e attraverso la ricetta di dure e dolorose politiche di risparmio e ora è matura per entrare nell'area dell'euro». La crisi che aveva colpito i Paesi baltici è quella finanziaria del 2008, che aveva improvvisamente divorato il sogno di una crescita ininterrotta e senza contraccolpi, iniziata già a metà degli anni Novanta, quando le tre repubbliche venivano soprannominate le tigri economiche del Baltico. La Lettonia, i cui fondamentali erano più fragili rispetto alla Lituania e soprattutto all'Estonia, era precipitata sull'orlo della bancarotta e aveva dovuto far ricorso a un prestito internazionale di 7 miliardi e mezzo di euro per evitare l'insolvenza. La ripresa è stata lenta e costellata da proteste di piazza, un'esperienza insolita a quelle latitudini. Ancora nel 2010, il disavanzo pubblico era all'8,1% e in soli due anni il governo è riuscito a ridurlo di 7 punti percentuali. Profonde riforme hanno riguardato anche il settore bancario, pesantemente drogato prima della crisi da afflussi di denaro poco trasparenti da parte di investitori russi. A tal proposito, la Commissione europea ha ammonito Riga ad adottare definitivamente un'autonoma legge anti riciclaggio per contrastare l'infiltrazione delle organizzazioni criminali e mafiose.

Tuttavia, come spesso accade, Bruxelles fa i conti senza ascoltare troppo i cittadini che, in Lettonia, non devono essere poi particolarmente entusiasti dei successi di bilancio ottenuti dal governo. Altrimenti, nelle elezioni comunali tenutesi sabato 1 giugno, non avrebbero trionfato gli euroscettici. Il paese è andato alle urne per rinnovare 119 comuni piccoli e grandi e il risultato è stato ovunque una doccia fredda per il partito dell'Unità del premier europeista Valdis Dombrovskis. In particolare nella capitale, dove il Centro dell'armonia guidato dal sindaco uscente Nils Usakovs ha raccolto il 58% dei voti, pochi mesi dopo che i suoi deputati al parlamento avevano bloccato una serie di leggi amministrative necessarie all'adozione dell'euro. A essi va aggiunto il 18% ottenuto dall'Alleanza nazionale, un partito nazionalista critico nei confronti della moneta unica, mentre l'Unità di Dombrovskis si è dovuta accontentare del 14%. L'istituto di sondaggi Tns-Latvia ha monitorato comunque una crescita dei lettoni favorevoli all'euro negli ultimi mesi: tra marzo e aprile si è passati dal 29 al 36%.